Fatti

BREVE STORIA DELL’AIDS

5 novembre 2018

Premessa

E’ tuttora viva e assai dibattuta la controversa questione circa le cause dell’AIDS (Sindrome di Immunodeficienza Acquisita). In considerazione delle troppo frequenti distorsioni cui detto argomento è sottoposto, si ritiene utile fornire all’opinione pubblica le seguenti informazioni oggettivamente rilevanti per un corretto inquadramento del problema, come risulterà chiaramente in conclusione del presente lavoro.

Si tratta di informazioni accuratamente verificate da due studiosi, il Dr.Nazzareno Pierantozzi e Fabrizio Iommi; medico chirurgo il primo, autore di un testo di medicina dal titolo AIDS, Cancro e Malattie degenerative in una visione olistica secondo scienziati fuori dal coro; esperto di epistemologia il secondo. Fin dal primo apparire della sindrome di immunodeficienza i due hanno collaborato, ognuno avvalendosi dell’esperienza acquisita nello studio della rispettiva disciplina, per vagliare la documentazione che via via appariva a commento della nuova emergenza sanitaria al fine di formulare un giudizio definitivo quanto più corretto e fondato.

Ambedue sono arrivati alla conclusione che nella corrente definizione e descrizione ufficiale della detta patologia occorre ipotizzare un travisamento drammatico, disastroso e verosimilmente doloso dei dati clinici addotti a sostegno dell’ipotesi virale e infettiva dell’AIDS e di tale conclusione sono qui esposte in dettaglio le ragioni scientifiche.

Quest’affermazione, che a chi è digiuno della materia può sembrare eccessiva e perciò poco credibile, in effetti è in contrasto con l’apparente universale opinione che l’AIDS sia una patologia generata da un virus infettivo e quindi pericolosamente contagiosa. Intendimento del presente saggio è dimostrare che la convinzione di un virus infettivo è invece solo ì’effetto d’una attività meramente propagandistica di vaste proporzioni costruita su falsità conosciute come tali e accuratamente articolata in più fasi successive. Si è dapprima provveduto a predisporre o consentire “fattori per il forte e prolungato stress immunitario (gas nitriti, materie prime per le ‘recreational drugs’, principi attivi per antibiotici, chemioterapici e analgesici, proteine coagulanti altamente contaminanti)”. Una volta emersa nella società civile, in dimensioni importanti, l’immunodeficienza che origina dall’uso di quelle sostanze, si è provveduto a suscitare la paura di un’epidemia inesistente approfittando del fatto che la paura di epidemie è “profondamente ancorata nel subconscio arcaico dell’umanità quale eredità dell’esperienza evolutiva, assai facile da ripristinare associandovi la diffusione tramite il sesso e il sangue”. Tale paura ancestrale è stata risvegliata con un falso scientifico grave, la presunta scoperta di un virus infettivo spacciando per prova esclusiva di esso semplici residui di liquido cellulare. Infine, creato in tal modo un allarme generale e suscitata la viva attesa di un efficace rimedio per l’immaginaria epidemia, l’establishment dell’AIDS si è premurato di offrire anche l’atteso rimedio, del tutto illusorio, ma foriero di enormi profitti per l’industria farmaceutica, anzi esso stesso patogeno (inizialmente a base di azidotimidina o AZT) e quindi utile per aumentare l’impressione di oggettiva pericolosità dell’inesistente virus. In tal modo, osserva senza perifrasi il medico e scienziato Heinrich Kremer (nel suo libro La Rivoluzione Silenziosa della Medicina del Cancro e dell’AIDS) citando lo scienziato De Harven, la frode del falso virus si è risolta in “una tragedia della sanità pubblica” (pag.171). Chi avesse qualche dubbio che quanto dichiarato in apertura del presente scritto sia solo fantascienza, dovrebbe leggere attentamente il capitoloo VII dell’opera citata di Kremer, ove la detta frode è illustrata in dettaglio con dovizia di dati scientifici (da cui sono tratte le frasi virgolettate di cui sopra). Della detta gravissima frode scientifica si vuole offrire, nelle righe che seguono, un’illustrazione comprensibile anche a profani.

Di tale illecita operazione il tratto più significativo e destabilizzante per l’armonia sociale è l’allarme lanciato fin dal principio circa una possibilità di contagio del grave morbo per via sessuale.

Esistono invece evidenze scientifiche documentate che comprovano pienamente e al di là di ogni legittimo dubbio la tesi di chi dissente dall’ipotesi virale e infettiva dell’AIDS. Di tali evidenze alcune sono studi specialistici, di cui si riferirà in appresso, o doverose deduzioni logiche tratte da fatti non contestati; altre consistono in dichiarazioni pubbliche di eminenti scienziati di varia nazionalità nonché in una sentenza di un tribunale della Repubblica Federale tedesca. Di tutte si vuol qui dare esauriente notizia. Da tali evidenze si potrà facilmente evincere che la tesi di un rischio epidemico si regge su un’asserzione scientifica, l’essere in corso una patologia infettiva dovuta a un virus, che a sua volta si regge su una frode.

SOMMARIO del presente testo –

1 – Il quadro storico (1a-l’entusiasmo per la caccia ai batteri; 1b-prime menzioni dell’immunodeficienza; 1c-la sindrome paranoica del CDC; 1d-una scoperta assai controversa; 1e-la scienza asservita all’interesse economico; 1f-uno spoil system antiscientifico; 1g-contro il dissenso solo diffamazione).

2 – La comparsa di un dissenso ragionato –

3 – Una teoria pericolosa oltre che infondata (3a-una deroga immotivata alla scienza tradizionale; 3b-un argomento di sicura rilevanza penale; 3c-un farmaco che avvelena; 3d-morte da farmaco; 3e-infezione da farmaco; 3f-un crimine ben compreso).

4 – Una sentenza in Europa e una mancata inchiesta in America (4a-la sentenza tedesca; 4b-un’inchiesta non conclusa).

5 – La prova empirica dellì’assenza di contagio (5a-nessun contagio per via sessuale; 5b-l’unica spiegazione ragionevole dell’assenza di contagio; 5c-il dogmatismo incoercibile della teoria virale; 5d-Prove inconfutabili).

6 – Un quadro probatorio coerente (6a-dati eterogenei, ma convergenti; 6b-un pavoneggiamento di pseudoscienziati; 6c-una frode anziché una scoperta; 6d-mancanza di caratteri specifici; 6e-La necessità della purificazione; 6f-le ragioni di un impenetrabile segreto; 6g-la scienza ridotta a un romanzo noir; 6h-violazione del primo postulato di Koch; 6i-infezione insufficiente; 6l-un improbabile retrovirus citotossico; 6m-assenza di epidemia; 6n-correlazione trascurata tra AIDS e vaccinazione; 6o-il periodo di incubazione illimitato; 6p-significato atipico degli anticorpi; 6q-variabilità del presunto virus; 6r-un virus per ogni specie animale; 6s-altre correlazioni tra AIDS e vaccinazioni; 6t-un virus che discrimina; 6u-l’impossibilità d’un vaccino.

7 – L’irrilevanza dei test diagnostici (7a-una contraddizione apparente; 7b-l’irrilevanza dei test non specifici; 7c-le reazioni crociate; 7d-l’ammissione del trucco; 7e-il trucco dei retrovirus; 7f-un ennesimo trucco).

8 – Il dissenso dell’intellighenzia internazionale .

9 – Le prove dell’illecita speculazione affaristica (9a-falsa notizia d’un agente patogeno contagioso; 9b-diffusione di false notizie atte a suscitare viva attesa di nuovi farmaci e maggiori finanziamenti; 9c-produzione e vendita a fine di illecito profitto di falsi e/o inutili test diagnostici; 9d-produzione e vendita a fine d’illecito profitto di farmaci proposti al pubblico per la cura dell’AIDS, in realtà fattori di avvelenamento cronico e non di cura; 9e-le ragioni del diritto e le ragioni del profitto).

10 . Conclusione

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1 Il quadro storico

1a – L’entusiasmo per la caccia ai batteri

Per comprendere appieno la storia del travisamento scientifico rappresentato dalla teoria virale dell’AIDS, gioverà ricordare che da quando nel 19° secolo fu scoperta l’azione infettiva di alcuni microrganismi in diverse gravi e meno gravi patologie, l’ansia e la mira degli scienziati furono per lo più volte a trovare per ogni malattia di ampia diffusione il suo agente patogeno specifico. E’ allora accaduto che accanto ai casi in cui tale ricerca ha dato risultati positivi assai lusinghieri, si sono verificati anche casi di clamoroso insuccesso, un’evenienza peraltro non infrequente nella storia della scienza. Così è accaduto per la patologia dovuta alla deficienza di vitamina B1, il beri beri. Furono isolati batteri come presunti suoi agenti patogeni e solo nei primi decenni del XX secolo fu definitivamente acclarata la sua causa di deficit nutrizionale. Anche per lo scorbuto l’ossessione per la caccia al microbo ritardò l’accertamento della sua vera causa, il deficit di vitamina C. E dopo che il medico militare Joseph Goldberger ebbe compreso la vera causa della pellagra che mieteva vittime negli USA, ossia la carenza di niacina nella dieta alimentare, fu fatto oggetto di critiche così veementi dai sostenitori della causa batterica che per dimostrare le sue ragioni decise di iniettarsi fluidi infetti di soggetti pellagrosi per mostrare che non si sarebbe infettato e tuttavia nemmeno dopo tale esperimento cessarono gli attacchi alla sua persona. Pari ostinazione dei sostenitori dell’ipotesi infettiva si rinviene addirittura in casi in cui la patologia non solo non era prodotta da microrganismi patogeni, ma nemmeno da altre cause naturali, ed era invece iatrogena, ossia effetto di terapie o farmaci nocivi. Tale fu il caso dello SMON giapponese, una grave patologia causata dal farmaco clioquinol; o della neurosifilide, causata dalla terapia a base di mercurio o di arsenico usati contro la sifilide vera e propria. Solo negli anni ’50, quando la penicillina sostituì il mercurio nella cura della sifilide, risultò evidente che la seconda sindrome distinta con il nome di neurosifilide era in realtà l’effetto tossico delle terapie usate per la sifilide vera e propria. Così la tanto temuta influenza suina che agitò l’opinione pubblica degli USA nel 1976 conobbe 600 casi di paralisi con 74 decessi, ma tutti imputabili esclusivamente agli effetti collaterali del vaccino che nel frattempo il CDC statunitense (Center of Disease Control, “Centro di controllo delle malattie”) aveva raccomandato di assumere senza alcuna necessità. Occorre tenere a mente questi casi perché si dovrà prender atto che non può intravedersi nulla di incredibile nell’ipotesi che sarà espressa in queste pagine, ovvero che anche l’AIDS ha come una delle sue cause primarie la stessa terapia a base di antiretrovirali prescritta per curare i malati di immunodeficienza acquisita. Ma già prima che apparisse quest’ultima patologia contrassegnata con l’acronimo AIDS, l’ipotesi infettiva aveva registrato una pesante sconfitta nel caso della guerra al cancro proclamata dal presidente USA Richard Nixon nel 1971; una guerra che gli oncovirologi avevano intrapresa con l’obiettivo di identificare un virus responsabile delle varie formazioni tumorali senza però mai riuscirci. Una guerra che già da sola testimonia l’ottusità della scienza americana: furono spesi inutilmente miliardi di dollari e dieci anni di ricerca insensata senza mai una volta guardarsi indietro per sapere che già nel 1966 il premio Nobel Otto Von Warburg aveva spiegato in termini semplici e mai confutati da alcuno la causa reale e scientificamente dimostrabile del cancro (cfr. la sua dichiarazione del 30 Giugno 1966 indirizzata agli scienziati insigniti del premio Nobel riuniti a Lindau, presso il lago di Costanza). L’aver ciò nonostante lanciato un programma per scovare il virus assassino che provoca tumori e l’aver paragonato tale impresa a quelle epiche della bomba atomica o dello sbarco sulla luna – così sentenziò l’allora presidente Nixon – comprova solamente o l’ignoranza dell’intellighenzia scientifica di quella nazione oppure, ma forse anche la sua mania di grandezza nella convinzione di poter fare essa sola ciò che a nessun altro è riuscito di fare. Ciò spiega perfettamente quel che è accaduto dopo la presa d’atto del fallimento della guerra al cancro, un fallimento alla fine riconosciuto nel 1981. Per risollevarsi dallo scacco subito e soprattutto per riciclare le sofisticate strutture di ricerca istituite per la fallita indagine sul virus del cancro così da mantenere i medesimi livelli di occupazioni a un vasto stuolo di ricercatori, non si ebbe alcuno scrupolo nell’inscenare la farsa di una patologia infettiva mortale come l’AIDS, che presentava l’ulteriore, in realtà prevalente vantaggio di incrementare i profitti delle imprese farmaceutiche. Questo il motivo per il quale, sebbene l’immunodeficienza non si prestasse meglio del cancro all’ipotesi di un’origine virale, una volta creata la nuova patologia con il via libera alle sostanze immunosoppressive di cui s’è fatto cenno, non si esitò nemmeno questa volta a imboccare decisamente la via dell’ipotesi virale. Il cui agente patogeno però questa volta è stato non già cercato secondo il consueto metodo dell’isolamento (per non incorrere in un nuovo insuccesso), ma solamente annunciato in assenza di una prova certa della sua esistenza. In buona sostanza lo si è costruito artificiosamente con materiali probabilmente cellulari e nemmeno virali, un prodotto di laboratorio spacciato fraudolentemente per virus autentico con i raggiri e i travisamenti che qui di seguito sono descritti.

1b – Prime menzioni dell’immunodeficienza

Nel 1980 e 81 il medico Michael Gottlieb ebbe occasione di visitare a Los Angeles cinque pazienti moribondi che presentavano analoghi sintomi di avanzata immunodeficienza e sospettò subito che si trattasse di una nuova epidemia. Scoprire una nuova patologia e magari anche la relativa cura era sempre considerato nell’ambiente medico la via maestra per conseguire onori e gloria imperitura. Nello stesso anno 1981 i periodici Lancet e The NewEngland Journal of Medicine parlano di 19 casi di un strana malattia riferita ai gay e nel mese di Giugno il Center of Disease Control negli USA (“Centro per il controllo delle malattie”) definisce la sindrome di immunodeficienza e comincia a contabilizzare i casi rilevati di tale patologia. L’anno successivo il CDC annuncia che l’AIDS è diffuso in molti paesi esteri e finanzia ricerche indirizzate solo all’ipotesi del contagio così mostrando la stessa ossessione per l’ipotesi infettiva che aveva contraddistinto all’inizio l’indagine sul beri-beri, lo scorbuto, la pellagra, lo SMON. Nel numero di Settembre di Nature Jerome Groopman, medico e ricercatore autore di diversi articoli su The NewYorker, riferisce che il 70% di coloro che nel 1980 risultavano malati di AIDS, era già deceduto. L’anno seguente, nel 1983, si celebra il primo congresso sull’AIDS a Ginevra e a New York apre un ufficio governativo per l’AIDS con una dotazione di oltre 5 milioni di dollari.

1c – La sindrome paranoica del CDC

Fu da subito avvertito nella storia della presunta epidemia di immunodeficienza che un filo comune legava tutti i primi casi di tale patologia, ossia l’uso prolungato di poppers, sostanze inalanti a base di nitrito di amile, che era un afrodisiaco di largo consumo tra gli omosessuali, ma gravemente immunosoppressivo. Poiché qualcuno invitò, com’era logico, a svolgere ricerche in quel senso, il Center of Disease control statunitense (CDC) non trascurò del tutto il suggerimento, ma si limitò a verificare che non ci fossero state in commercio partite di nitrito di amile adulterate. Era una totale idiozia, poiché il nitrito di amile debilita l’organismo in quanto tale e non solo se è adulterato. Si tratta infatti di un composto chimico particolarmente tossico, noto da tempo per la sua capacità di mutare il DNA e per essere gravemente cancerogeno. Ma se si fosse indirizzata la ricerca nel senso giusto, il risultato raggiunto sarebbe stato soltanto una accertata correlazione tra una grave patologia e un ridotto gruppo di persone a rischio, appunto i gay consumatori di popper e magari altri soggetti dediti a droghe analoghe. Al CDC invece interessava accertare qualcosa di più importante come poteva essere solo una malattia infettiva. Soltanto un’infezione in grado di diffondersi in ogni strato della popolazione poteva, secondo i piani paranoici del CDC, mobilitare l’opinione pubblica in misura sufficiente per attirare l’attenzione del Congresso e per conseguenza i finanziamenti attesi. L’aver trascurato il vero significato dell’allarme lanciato a proposito del nitrito di amile, è una prova della finalità illecita dell’intera operazione collegata alla sindrome poi chiamata AIDS. Come era prevedibile infatti, non si trovò nessun lotto avariato di popper e l’unica ipotesi da considerare restava perciò quella che interessava al CDC, l’ipotesi di un virus contagioso.

L’incomprensibile indifferenza mostrata nei primi anni ’80 dal CDC di fronte all’evidente correlazione tra i nitriti organici e l’immunodeficienza rischia di apparire qualcosa di più grave di un’ordinaria disattenzione e di assumere i connotati di una vera e propria strategia omicida del tutto consapevole se vi si aggiunge una precedente e altrettanto inspiegabile stranezza, l’aver il CDC anche sospeso l’obbligo della ricetta, nel 1960, per l’acquisto dei popper pur essendo noto fin dagli anni ’50 la tendenza dei nitriti organici a trasformarsi nell’organismo umano in sostanze tossiche e cancerogene. Se ne può offrire ulteriore elemento di prova col ricordare che fu la ditta farmaceutica Burroughs Wellcome a insistere presso il CDC alla fine degli anni ’60 perché fosse ripristinato l’obbligo della ricetta e non già per sollecitudine nei riguardi della salute collettiva, ma solo per sfuggire a possibile cause risarcitorie in conseguenza dei danni arrecati dalla sostanza in discorso. In effetti il CDC si adeguò alla richiesta della multinazionale del farmaco, ma ormai inutilmente, sia perché il consumo di stimolanti sessuali a base di nitrito di amile si era ormai talmente diffuso da rendere troppo oneroso far rispettare il divieto con il dovuto rigore, sia perché per aggirarlo erano state create nuove sostanze di analogo effetto e pericolosità, come il butilnitrito e l’isobutilnitrito, ma non catalogate tra i farmaci e quindi di libero acquisto. Una tale facilità di accesso a sostanze afrodisiache, ma pericolosamente immunosoppressive proprio in un periodo di aumentata libertà – e quindi promiscuità – sessuale, congiunta con il ricorso massiccio ad antibiotici necessari per combattere le infezioni caratteristiche in ogni situazione di promiscuità omo- ed eterosessuale, determinò nel giro di pochi anni un’intossicazione sistematica di massa in danno del sistema immunitario, che mai le società occidentali avevano conosciuta nella storia della medicina.

Si era dunque in presenza di una mole di indizi ricca e convincente per indirizzare l’attenzione scientifica verso la causa dell’immunodeficienza che poco dopo esplose proprio entro le comunità omosessuali, composte per lo più proprio da soggetti che del nitrito di amile o similari facevano uso abituale. La totale cecità delle istituzioni sanitarie statunitensi a fronte di un materiale indiziario così evidente nel momento in cui si trovò a individuare l’origine della nuova terribile patologia, non può altrimenti interpretarsi in un ambiente dotato di sofisticati strumenti scientifici e diagnostici se non come parte di un deliberato disegno mirante a creare le premesse di un mercato assai profittevole per gli interessi delle imprese farmaceutiche. Un sospetto siffatto, che alcuni immancabilmente imputeranno a mentalità complottista, trova ripetute conferme nella successiva azione propagandistica e medica svolta con accanimento dalla medesima istituzione sanitaria in difesa della versione infettiva del nuovo morbo e quindi della necessità di ricorrere ai costosi farmaci antiretrovirali nonostante l’inutilità e pericolosità degli stessi.

Come potrebbe del resto apparire viziato da complottismo il sospetto di uno scellerato disegno orchestrato dalle istituzioni sanitarie a favore delle aziende farmaceutiche, se solo si tiene ben a mente la preminenza che in quel paese ha il profitto su ogni altra cosa, sulla stessa scienza e sul diritto alla salute? In cui business is first? Dove il confine tra pubbliche istituzioni ed economia privata è del tutto evanescente?

(La storia dei popper e della colpevole disattenzione per tale ipotesi eziologica da parte del CDC statunitense è raccontata nell’opera di Peter H. Duesberg AIDS, Il Virus Inventato, pag.284 e segg.). A quel punto della storia mancava soltanto la possibilità concreta di indicare quale fosse questo nuovo virus; un virus davvero terribile se la copertina di Newsweek del 11 Aprile del 1983 definiva l’AIDS “la più grossa minaccia del secolo alla salute umana”. E due anni dopo nel libro di Staff & Brubaker The Aids Epidemic si sarebbe dichiarato a chiare lettere che “Può darsi che l’AIDS sia per il XX secolo ciò che la peste nera fu per il XIV”. E’ a questo punto della farsa intessuta sulla sindrome di immunodeficienza che spuntò, proprio al momento giusto, la novità della presunta scoperta del virus ad opera del dottor Robert Gallo.

1d – Una scoperta assai controversa

Si può ben dire che l’opinione pubblica era all’inizio del 1984 ben più che ansiosa di apprendere la vera causa e un credibile rimedio per la nuova patologia dell’AIDS descritta in toni talmente preoccupanti. Ed è appunto il 1984 l’anno in cui il virologo statunitense Robert Gallo annunciò al pubblico, il 23 Aprile, la scoperta del virus HIV, presunto responsabile della sindrome di immundeficienza acquisita (AIDS). La paternità della scoperta fu però contestata e rivendicata dal virologo francese Luc Montagnier, che l’anno precedente aveva pubblicato un lavoro di analogo argomento; ne seguì un contenzioso che si concluse con un accordo di contenuto più affaristico che scientifico, essendo esso finalizzato a un’equa spartizione dei proventi derivanti dal brevetto relativo ai preparati farmacologici subito programmati a seguito dell’annunciato risultato scientifico. Ciò non di meno non tardarono a comparire nella comunità scientifica forti dissensi che contestavano la veridicità della scoperta. Il primo a dissentire dalla tesi sostenuta dal Dr.Gallo circa la sua presunta scoperta di un virus dell’AIDS fu Peter Duesberg, scienziato di fama, professore di biologia molecolare e cellulare presso l’Università di Berkeley (California), che il 01 Marzo 1987 pubblicava su Cancer Research un articolo (I Retrovirus e l’AIDS) in cui contestava la fondatezza scientifica dell’annunciata scoperta di Gallo, in particolare eccependo il mancato rispetto delle regole prescritte nella dottrina virologica per il corretto accertamento della presenza di un agente patogeno di malattie infettive.

Si tratta di regole che furono enunciate già nel 19° secolo da Robert Koch, scopritore del bacillo del carbonchio e della tubercolosi, confermate da un protocollo internazionale redatto a Parigi nel 1972. Esse prevedono i seguenti criteri necessari per raggiungere la certezza del rapporto causale tra un microrganismo e una data malattia: a) l’agente presunto di una malattia deve essere presente in tutte le occorrenze della malattia medesima; b) è possibile isolare l’agente e coltivarlo in una coltura esterna pura; c) ogni volta che il microrganismo coltivato in tal modo è inoculato in un tessuto sano, ma suscettibile di infettarsi, si deve in questo tessuto riprodurre la stessa malattia originaria.

L’operazione di Robert Gallo, rilevava Duesberg, da un lato eccedeva rispetto alla semplice riproduzione del microrganismo isolato in una coltura incontaminata quale è prevista dal secondo postulato di Koch in quanto a proposito del presunto microrganismo Gallo riferisce vagamente, ma sicuramente che sarebbe stato trattato secondo modalità presumibilmente ossidanti assai invasive, e tuttavia tenute segrete (non quindi coltivazione di un organismo naturale in coltura incontaminata, ma verosimile produzione sofisticata di un vero e proprio artefatto di laboratorio). Dall’altro lato l’operato di Gallo omette la parte decisiva del procedimento prescritto dai postulati di Koch, quella concernente la verifica di un effettivo nesso causale tra l’organismo coltivato in coltura e la patologia interessata mediante inoculazione in un tessuto sano e suscettibile di infettarsi e successiva verifica di una conseguente infezione. Se a ciò s’aggiunge la violazione anche del primo postulato di Koch, in quanto il virus HIV risulta assente in troppi casi di AIDS conclamato, la conclusione di Duesberg non poteva essere diversa da quella che egli ha espressa: “Dire che l’HIV è la causa dell’AIDS significa mettere da parte tutto ciò che sappiamo sui retrovirus …La teoria dell’HIV è inconsistente, assurda e paradossale” (così Duesberg in Spin Magazin del Gennaio 1987 – cfr. anche del medesimo AIDS – Il Virus Inventato già citato). Un giudizio così severo non dovrebbe essere sottovalutato se si considera che Duesberg non era uno scienziato qualunque, ma colui che per primo negli USA e nel mondo era riuscito a isolare un gene del cancro e per tale ragione nel 1986 era stato nominato membro della prestigiosa Accademia Nazionale delle Scienze statunitense.

1e – La scienza asservita all’interesse economico

Ma le pur ineccepibili critiche di Duesberg si rivelarono impotenti di fronte all’interesse economico che la presunta scoperta aveva suscitato. Infatti Gallo aveva, lo stesso giorno dell’annuncio della sua presunta scoperta, depositato domanda di brevetto per l’utilizzo della novità scientifica fornita in riferimento alla presunta causa dell’immunodeficienza acquisita.

La scoperta annunciata da Robert Gallo e demolita da Duesberg con argomenti per nulla risibili potè allora continuare a reggersi solo grazie a due espedienti rivelatisi subito assai efficaci, ma assolutamente inaccettabili in una decente cultura scientifica, ovvero l’enfatizzazione mediatica e impermeabile a qualsiasi critica della scoperta del presunto virus per un verso, presentata come un successo insperato ed epocale, talmente prestigioso da non potersene dubitare senza rischiare l’assurdo o il ridicolo – e ciò è servito a zittire ogni pur fondata critica – e come secondo espediente il dirottamento sistematico dei fondi a favore delle sole ricerche orientate verso la nuova ipotesi di Gallo. E ciò servì egregiamente a distogliere qualsiasi interesse pubblico e degli specialisti dal compito di valutare la congruenza logica o la fondatezza scientifica della clamorosa novità annunciata con studiato battage pubblicitario.

Il ferreo condizionamento finanziario della successiva ricerca medica sull’AIDS è stato ben descritto dal professore di Patologia Etienne De Harven (Università di Toronto, ma di origine belga), autore del libro Ten lies about AIDS (“Dieci bugie sull’Aids”). Egli ha affermato senza perifrasi che la teoria dell’AIDS è comparsa per salvare la reputazione e i fondi pubblici dei centri di ricerca statunitensi, che invano per anni avevano dilapidato risorse nell’infruttuosa ricerca di una origine virale del cancro.

Tale politica, orientata più al profitto che alla verità scientifica o all’efficienza terapeutica, fu poi puntigliosamente corredata da un’operazione di intimidazione, emarginazione e diffamazione di tutte le voci dissenzienti rispetto alla nuova teoria proclamata dal Dr. Gallo.

1f – Uno spoil system antiscientifico

Paradigmatico di questa sciagurata e poco onorevole operazione è il caso del prof. Joseph Sonnabend, un medico originario del Sudafrica, già direttore di una divisione per malattie veneree in un ospedale di NewYork, che per tale motivo ebbe a occuparsi di malattie tipiche degli omosessuali, notoriamente dovute a un insieme assai vario di infezioni. Fu perciò per lui immediata l’associazione tra quel genere di infezioni e l’immunosoppressione tipica dell’AIDS. Un editore gli fornì il capitale per dar vita a un giornale scientifico, che conobbe la luce nel 1983 col titolo AIDS Research e nel quale Sonnabend criticava la teoria virale proponendo un insieme di fattori come causa dell’AIDS, molti dei quali collegati allo stile di vita degli omosessuali. Ma per il fatto di intralciare così facendo il percorso intrapreso da Gallo, Sonnabend cominciò a essere oggetto di pressioni varie finché nel 1985 il suo editore lo licenziò sostituendolo con un retrovirologo stretto collaboratore di Gallo. Successivamente, per intervento di una sua amica scienziata con importanti aderenze nel mondo della politica, Mathilde Krim, trovò un insperato soccorso, ma alla condizione che rinunciasse alla sua opposizione alla teoria dell’AIDS, ormai impostasi nel mondo istituzionale statunitense. E Sonnabend accettò di cambiare rotta riacquistando in tal modo la considerazione di cui godeva ampiamente prima della sua professione di fede contraria al virus HIV.

Nel 1985 al Dr. O’ Neill, che si era adoperato in ricerche sull’AIDS secondo visuali diverse da quelle ufficiali, era accaduta una vicenda pressocché analoga a quella di Sonnabend. Gli furono sequestrati campioni di sangue sui quali egli intendeva fare ricerche, senza apparente motivazione legale. Il ricercatore fu sollevato dal suo incarico pubblico e di tale sua sorte fece pubblica denuncia nel congresso sull’AIDS di Atlanta del 1985 (come riferito dal New York Post del 16.12.1985).

1g – Contro il dissenso solo diffamazione

Tutto ciò è poi stato coadiuvato da una pubblicità capillare tesa a screditare qualunque forma di dissenso dalla teoria virale denigrandolo nello stesso modo usato per colpire altre manifestazioni giudicate bizzarre di contestazione come il negazionismo dell’olocausto, il razzismo, l’omofobia, l’ufologia. Quando ad esempio il presidente del Sud Africa Tabo Mbeki invitò nel 2000 lo scienziato dissidente Peter Duesberg nella commissione tecnica istituita dal governo per l’AIDS (il Presidential Advisory Panel), fu fatto oggetto di violente critiche dalla stampa internazionale, che l’accusò addirittura di un numero, determinato già fin d’allora, dei morti che avrebbe significato per tali critici il semplice allargamento di un organo consultivo a più espressioni di diverso orientamento scientifico (l’Observer del 20 Agosto 2000 e il Sunday Times del 27 Agosto definirono sprezzantemente Mbeki un flat earther, un termine spregiativo indicante chi crede ancora che la terra sia piatta). Basterebbe leggere il discorso con cui il presidente sudafricano replicò alle ingiuste e feroci critiche ricevute (fedelmente riportato in Le Falsità sull’AIDS di Domenico Mastrangelo, pag.162) per percepire appieno la distanza abissale tra l’idea di scienza, non dogmatica e aperta al dubbio, espressa da Mbeki (che pure era di una cultura estranea alla tradizione occidentale) e il dogmatismo settario e violento degli organi di stampa europei e nordamericani. Corredo essenziale della propaganda intesa a diffondere la nuova teoria virale del virus HIV come causa dell’AIDS fu infatti il linciaggio mediatico di tutti coloro che al terrorismo psicologico insito nella propaganda della nuova peste si opponevano o semplicemente tentavano di orientarsi più ragionevolmente confrontando tesi di diverso orientamento, come esige la scienza in genere e in particolare una materia così grave e complessa come quella dell’immunmodeficienza (su tale aspetto della storia dell’AIDS vedasi il cap.10 de L’AIDS, Il Virus Inventato di Duesberg citato).

2 – La comparsa di un dissenso ragionato –

Di fronte a un dogmatismo così ottuso le menti più accorte non potevano non indignarsi una volta percepita l’infondatezza della pretesa del virologo Robert Gallo. Alla netta dissociazione di Duesberg fecero seguito altri pronunciamenti altrettanto critici, ad esempio di John Lauritsen La Grande Beffa dell’AIDS. E lo scienziato Kary Mullis, premio Nobel per la chimica nel 1993 non ha mancato di attirare impietosamente l’attenzione sull’incredibile impostura della tesi virale dell’AIDS narrando nel suo libro autobiografico del 1998 (tradotto anche in italiano col titolo Ballando nudi nel campo della mente) che quando nel 1988 s’accinse a stendere una relazione nella quale doveva prendere in considerazione il ruolo causale del virus HIV nell’AIDS, cercò i riferimenti bibliografici del lavoro che per primo ne aveva fatto menzione. Ma tutti i colleghi gli risposero che non ve n’era bisogno per essere la cosa fin troppo nota. La risposta lo stupì e lo insospettì. E quando ebbe l’occasione di contattare direttamente Luc Montagnier, il coscopritore del virus, e gli pose la medesima domanda, non ne ricavò nessuna precisa risposta. Riferisce poi anche che quando annunciò di voler partecipare a un convegno nel quale avrebbe riferito e motivato la sua incredulità in ordine alla teoria virale dell’AIDS, una casa farmaceutica gli inviò un assegno a domicilio pregandolo di astenersi da ogni suo intervento. Riveste infine un particolare significato, assai indicativo del clima omertoso da subito creato attorno all’affaire ‘AIDS’ che il discorso di ringraziamento di Kary Mullis in occasione del conferimento del Nobel, nel quale esprimeva senza riserve la sua incredulità per la presunta scoperta del virus dell’immunodeficienza, è l’unico, nella storia del Nobel, a non essere stato mai pubblicato!

Ancor oggi in un sito Internet dal nome Rethinking Aids (Ripensare l’AIDS) il Dr.Etienne De Harven, considerato la massima autorità mondiale nella ricerca biologica con il microscopio elettronico e già professore di patologia presso l’Università di Toronto nonché presidente della Microscopy Society of America, invita a condividere gli assunti di base dell’omonima associazione Rethinking Aids, che egli elenca nel seguente ordine: a) “l’AIDS non è una malattia infettiva; b) non è causata da un retrovirus; 3) i test sierologici e la carica virale (PCR) non sono attendibili, 4) la terapia HAART (terapia antiretrovirale altamente attiva) è più di danno che di giovamento; 5) per prevenire e controllare l’AIDS molto meglio di qualsiasi regime terapeutico a base di antiretrovirali tossici sono l’igiene pubblica, condizioni sanitarie adeguate, un’alimentazione equilibrata e l’astensione da droghe ricreative.

Vale la pena menzionare, a proposito di questo argomento del dissenso dall’ipotesi virale dell’AIDS, il sorprendente atteggiamento che negli ultimi tempi ha assunto l’unico coscopritore del virus HIV, Luc Montagnier. Nel Giugno 1990 al congresso di San Francisco Montagnier dichiarò che il virus HIV non poteva da solo causare l’AIDS e occorreva un cofattore per l’insorgenza della malattia. Irritato per l’accennata defezione del suo collega, Gallo l’anno successivo nel suo libro Virus Hunting (“Caccia al Virus”) gli rimproverò il fatto che “Questa ipotesi sorprendente, che è stata presentata soprattutto in conferenza stampa, ha assicurato e continuerà forse ad assicurare maggiore longevità ad argomenti confusi e fuorvianti sul fatto che l’HIV non è la causa primaria dell’AIDS … In breve Montagnier ha fornito un certo supporto a Duesberg”. La consorteria medico-istituzionale che aveva sposato senza riserve la teoria di Gallo, accusò il colpo rappresentato dalla sia pur parziale defezione del massimo virologo francese e cominciò a rifiutare di pubblicare i suoi articoli. Montagnier non ha però derogato dalla sua nuova posizione, anche se l’ha mantenuta in verità in maniera timida, imbarazzata. In un’intervista del 1997, pubblicata in Continuum 1997, 5 (2), 31-34 alla domanda circa la fondatezza dell’accertamento del virus, egli replica ammettendo che “non avevamo la certezza – e l’ho sempre riconosciuto – se si trattasse veramente della causa dell’AIDS”. In diverse altre interviste inoltre ha ammesso la possibilità di guarigione dall’AIDS con semplici misure igieniche o addirittura in modo spontaneo. La storia del parziale, ma comunque non irrilevante e sorprendente ripensamento di Montagnier è esposta in dettaglio nel cap.7 di Le Falsità sull’AIDS, di Mastrangelo, già citato. Sembra di capire che Montagnier abbia colto l’insostenibilità della tesi ufficiale degli inizi, sempre più messa in difficoltà dalle crescenti fondate critiche e abbia iniziato a fare una prudente marcia indietro per salvare la faccia. Che non è poca cosa, anche se fatta alquanto in sordina, per uno come lui che per il suo ruolo nella medicina dell’AIDS ha ricevuto addirittura un premio Nobel nel 2008.

3 – Una Teoria Pericolosa oltre che Infondata

3a . Una deroga immotivata alla scienza tradizionale

In ordine a questo punto, ossia alla sempre più accesa e ampia controversia che affligge il tema dell’immunodeficienza, è il caso di esprimere anche la seguente considerazione subordinata, ma non per questo di minor rilievo, che ove si volesse evitare di entrare nella questione a motivo della sua complessità e si ritenesse più prudente prendere a riferimento, per giudicare conclusivamente, la teoria scientifica che vanta complessivamente una più consolidata tradizione nell’età moderna, in tal caso non v’è dubbio che dovrebbe allora ci si dovrebbe schierare dalla parte della teoria dell’infettivologia classica, quella fondata sui postulati di Koch formulati nel 1876 e 1878 e rimasti inalterati fin al momento presente, avendo essi permesso l’accertamento indubitabile delle cause di tutte le patologie infettive di cui si ha oggi una conoscenza condivisa e una cura efficace. Il caso della teoria dell’AIDS virale è il primo caso nell’età moderna che si discosta da quei criteri consolidati nella scienza medica e rappresenta quindi un’eccezione e non la regola. Se ne può aver contezza leggendo le ammissioni dello stesso Robert Gallo, che nel suo libro On virus hunting si gloria di aver abbandonato i vecchi arnesi dello scienziato tedesco Robert Koch. Una soluzione che volesse pertanto tener conto semplicemente dello stato dell’arte, dovrebbe rigettare a priori qualsiasi ipotesi di infezione da HIV .

3b – Un argomento di sicura rilevanza penale

Ma c’è ben dell’altro che vale a comprovare l’aspetto perverso e non solo la falsità della teoria virale. C’è la necessità indubitabile di prendere in considerazione un evidente disegno illecito consistente in una frode gigantesca perpetrata avvalendosi d’una veste scientifica falsamente esibita per promuovere la vendita di farmaci non solo inutili, ma gravemente nocivi alla salute umana sia di soggetti sani, sia, a maggior ragione, di soggetti colpiti da immunodeficienza. E’allora sicuramente poco comprensibile che siano stati tenuti processi penali i quali, anziché perseguire gli evidenti illeciti ravvisabili nella pratica sanitaria relativa alla cura dell’AIDS, perseguono e condannano presunti autori di contaminazione con l’immaginario virus dell’immunodeficienza a seguito di rapporti sessuali non protetti. Le cronache locali hanno parlato di una condanna in primo grado da parte del Tribunale di Roma e è in corso un procedimento analogo presso la sede giudiziaria di Ancona. Quel che sconcerta è che gli argomenti ponderosi offerti in queste righe per comprovare la fatuità dell’ipotesi infettiva sono totalmente assenti, per quello che è potuto trapelare dalle imperfette cronache quotidiane, dalla stessa strategia difensiva degli avvocati degli imputati, come se su quegli stessi argomenti fosse calata una censura che,senza tema di esagerazione o di retorica, fa pensare a situazioni di intolleranza ideologica tipiche dell’epoca premoderna. E non può di certo essere motivo di sollievo addurre la circostanza assai probabile che a cagionare l’intolleranza (o la scarsa obiettività) dei tempi odierni sia piuttosto il peso mediatico dei potentati economici del farmaco e non il fanatismo dei secoli bui.

3c – Un farmaco che avvelena

L’AZT (sigla abbreviata del composto Azidotimidina, detta anche Zidovudina) contenuta nel farmaco Ribavirin (ma anche in altri), prescritto ai malati di AIDS, danneggia la duplicazione del DNA e quando fu sintetizzata nel 1964, fu subito archiviata perché la sperimentazione sugli animali aveva dimostrato un terribile effetto cancerogeno con alto tasso di mortalità. Poiché quindi di tale farmaco si conosceva la pericolosità elevata, tanto che fu subito accantonato senza nemmeno chiedere il brevetto, acquista un significato assai sospetto il fatto che dopo l’approvazione nel 1983 da parte del Congresso USA della cosiddetta legge delle ‘medicine orfane’, che dava alle aziende del farmaco la possibilità di fissare liberamente il prezzo, in regime di monopolio, di farmaci costosi, ma poco venduti, tra tali farmaci comparve (nel Luglio 1985) l’AZT, che a quel tempo non v’era ragione di considerare di una qualche utilità per via della sua eccessiva pericolosità già accertata in passato, e a un grado tale che doveva portare ad escludere qualsiasi suo recupero futuro. La sua inattesa ricomparsa tra le medicine ‘orfane’ è perciò una solida prova d’una perversa strategia programmata da tempo intesa a trovare un qualche utilizzo di un farmaco fin a quel momento rimasto senza sfruttamento economico e l’invenzione di una malattia mortale come l’AIDS, che rappresentata in tinte fosche poteva incutere un terrore sufficiente a far accettare anche un farmaco di terribile effetto come l’AZT, è apparsa lo strumento più idoneo a promuovere la vendita d’un medicinale altrimenti invendibile. Solo questo rende comprensibile l’ingresso inatteso di quel farmaco nel repertorio ufficiale dei presidi sanitari tosto immaginati per la nuova immaginaria epidemia. Il suo effetto produce in realtà lesioni gravissime che, nel bilancio complessivo dei vantaggi (inesistenti) e degli effetti nocivi (gravissimi), rappresentano un terribile saldo negativo di cui la letteratura medica offre una documentazione praticamente sterminata, spesso fornita dalle stesse case produttrici, che vogliono cautelarsi da probabili azioni risarcitorie di pazienti danneggiati dalla terapia antiretrovirale. Chi fosse sorpreso e incredulo di fronte a una rappresentazione così preoccupante degli effetti di un farmaco che pure è autorizzato dalle autorità sanitarie come sono i farmaci a base di zidovudina, dovrebbe soltanto leggere il capitolo 9 del già citato Il Virus Inventato di Duesberg (dal titolo “Una terapia così non ammazza più della malattia?”) per rendersi ben conto degli effetti disastrosi della relativa terapia. Non senza motivo Kremer parla a tal proposito in op. cit. pag.241 di ”un avvelenamento di massa irrazionale e insensato dal punto di vista terapeutico”.

3d – Morte da farmaco

Si può in proposito allegare il numero dell’Agosto 2006 della rivista medica inglese Lancet, ove si legge, in ordine alla mortalità direttamente imputabile all’uso dei farmaci antiretrovirali: “The widespread belief that the latest drugs for fighting Aids are reducing death rates has been confounded by a huge study covering 10 years of treatment which involved more tan 22.000 patients in Europe and North America …. Athough HAART appeared to be getting better at bringing down levels of the virus, there was no decrease in overall death rates. In fact, patients’ risk of developing or dying from Aids has actually increased in recent years.” (“La diffusa credenza che le ultime medicine indicate per contrastare l’AIDS riducano i tassi di mortalità, è stata confutata da un poderoso studio esteso per 10 anni in cui sono interessati oltre 22.000 pazienti in Europa e Nord America …. Sebbene la terapia HAART (Terapia retrovirale ad alta efficacia) è sembrata aver fatto meglio nell’abbattere i livelli di virus, non v’è stata riduzione dei tassi di mortalità. In realtà il rischio dei pazienti di sviluppare la malattia o di morire di AIDS è aumentato negli anni recenti”). Anche il British Medical Journal del Luglio 1995 riportava la notizia che la profilassi con AZT nei pazienti sieropositivi riduce la loro sopravvivenza da tre a due anni (citato in Duesberg op. cit. pag.347). Da cui si evince l’ottusità dei teorici della teoria virale, che invece di concludere nel modo più ragionevole, ossia riconoscendo l’effetto prevalentemente tossico dei farmaci prescritti, si limitano a rilevare il fenomeno negativo con qualche leggera manifestazione di rincrescimento. Se si tiene conto di tutto ciò, non può sembrare ostinata o irragionevole la determinazione di quanti, risultati alle analisi sieropositivi, s’oppongono a qualsiasi terapia antiretrovirale. Essi stanno soltanto difendendo la loro integrità fisica da una terapia che anche secondo l’autorevole periodico inglese qui citato non solo non cura, ma accelera la morte dei pazienti.

3e – Infezione da farmaco

Altro meccanismo dell’effetto perverso della terapia farmacologica adoperata per l’AIDS è quello conseguente al danneggiamento del DNA cellulare provocato dai farmaci a base di AZT; esso induce naturalmente una maggiore produzione di RNA necessario alla riparazione delle cellule danneggiate (il RNA è la molecola di acido ribonucleico a singolo filamento deputata a trasmettere le informazioni genetiche contenute nel DNA necessarie per la sintesi delle proteine). Ma siccome la presenza di elevate concentrazioni di RNA è considerata indizio certo della presenza di trascriptasi inversa (un enzima necessario alla funzione del RNA), quindi di retrovirus, particelle contrassegnate appunto dalla trascriptasi inversa, e ciò è interpretato dalla sbrigativa teoria virale come segnale della presenza di HIV, ne consegue che più un paziente assume farmaci a base di AZT, più RNA si formerà nelle sue cellule e ciò lo farà risultare maggiormente infetto al test per il virus HIV e di conseguenza da giudicare ancora più bisognoso di farmaci antiretrovirali. Si produce in tal modo un circolo perverso che si autoalimenta! Sarebbe arduo immaginare una prova più eloquente della valenza disastrosa di qualsiasi prescrizione di farmaci a base di AZT, in quanto farmaci il cui effetto reale è principalmente, per il paziente, quello di aggravarne le condizioni; e per il produttore quello di massimizzare la vendita e perciò il profitto.

Se poi tutto ciò non produce abbastanza quell’indignazione che sarebbe logico aspettarsi da soggetti di anche modesto spessore morale, rimane da ricordare la sperimentazione franco-americana condotta tra il 1989 e il 1993 dal dirigente statunitense Anthony Fauci, tristemente noto per il suo ruolo di falco nella politica sanitaria del suo paese. Costui ha avuto l’ardire di sottoporre a trattamento profilattico a base di zidovudina 104 donne sieropositive in stato di gravidanza sebbene dovesse egli essere ben consapevole degli effetti mutageni di quel farmaco so sui feti. Ebbene riferisce Duesberg in op. cit. (pag.354) che quando la redazione del New York Native chiese agli uffici competenti del Ministero della Sanità USA un resoconto su eventuali malformazioni riscontrate nell’esperimento, l’autorità oppose un fermo rifiuto; ma uno studio condotto “fuori dagli Stati Uniti ha fornito un quadro più chiaro: otto aborti spontanei, otto aborti ‘terapeutici’ e otto casi gravi di malformazione, fra cui dita in sovrannumero, furono riscontrati nei figli di 104 madri sieropositive trattate con AZT”. Si può ben dire che non è affatto necessario andare ad Ausschwitz per avere un esempio concreto dell’estremo cui può arrivare il cinismo criminale che alberga nell’umana specie).

3f – Un crimine ben compreso

Non si può proprio dire che di ciò non si sia mai sospettato nulla e che sarebbe perciò poco credibile parlarne solo oggi dopo una consolidata terapia a base di farmaci antiretrovirali. Basta solo scorrere i titoli di note pubblicazioni apparse da tempo su tale argomento per rendersi conto che la percezione generale del pubblico colto nonché dell’intellighenzia specifica di tale materia circa un grave illecito in atto nell’affaire AIDS è stata fin dall’inizio netta, sicura, esplicita e soprattutto di antica data: Aids, la Grande Truffa di De Marchi e Franchi; Aids, un Virus inventato di Peter Duesberg; L’Immensa Balla dell’AIDS di Roberto Lombardi; AIDS – e se fosse tutto sbagliato? Di Christine Maggiore; The Great AIDS Hoax (“La Grande Beffa dell’AIDS”) di John Lauritsen; Le Falsità sull’AIDS di Domenico Mastrangelo; Ten Lies about AIDS (“Dieci Bugie sull’AIDS”) di Etienne De Harven; HIV does not cause AIDS (“l’HIV non causa l’AIDS”) di Henry Bauer; AIDS: The Failure of contemporary Science (“AIDS: il fallimento della scienza contemporanea”) di Neville Hodgkinson, per citare solo alcuni dei più noti lavori di autorevoli dissidenti. Per consentire a chi è del tutto digiuno dell’argomento di formarsi velocemente un’opinione quanto più corretta e condivisibile del qui sostenuto aspetto illecito della pratica medica in discorso senza doversi leggere tutti i maggiori testi pubblicati sull’argomento, saranno nelle pagine seguenti offerti gli elementi più circostanziati e scientificamente fondati che sono indispensabili per valutare la responsabilità delle attuali autorità sanitarie e di quanti della comunità scientifica mantengono un atteggiamento acritico anche di fronte agli aspetti più aberranti e incomprensibili della oggi dominante interpretazione virale dell’AIDS almeno negli ambienti istituzionali.. Tra i quali può accadere, come succede spesso in casi simili, che si trovino a collaborare diversi soggetti in assoluta buona fede, ingannati dall’accanita propaganda esercitata a tal fine; ma di sicuro gli organizzatori e gli ideatori primi di quella propaganda che tengono le fila dell’intera impresa, costoro non dovrebbero rimanere esenti da un doveroso accertamento della loro pesante responsabilità.

4 – Una sentenza in Europa e una mancata inchiesta in America

4a – La sentenza tedesca

Sulla base degli evidenti elementi di inaccettabile arbitrio presenti nella teoria virale dell’AIDS un tribunale tedesco ha accertato la mancanza di fondamento scientifico alla tesi che esista un virus tale da causare l’immunodeficienza acquisita come quello presunto da Robert Gallo e utilizzato quale base di riferimento per la preparazione dei prodotti farmaceutici proposti per la rilevazione del presunto virus HIV e per la terapia della relativa patologia.

In data 15 Gennaio 2001 il tribunale di Dortmund (Repubblica Federale Tedesca) riconosceva la mancanza di una valida prova scientifica dell’esistenza di un virus responsabile dell’AIDS, ma andava assai oltre rilevando l’inammissibile scorrettezza delle autorità sanitarie della Repubblica Federale Tedesca, che avevano diffuso informazioni e addirittura foto ingannevoli per convincere l’opinione pubblica del contrario. La responsabilità delle autorità tedesche è stata accertata a partire dall’anno 1994 sulla base di un documento reperito negli archivi del German Bundestag con il contrassegno DS 12/8591 e ritenuto prova della consapevolezza della pubblica autorità circa l’insussistenza di un agente patogeno dell’AIDS. Evidentemente la tradizione di serietà scientifica della cultura mitteleuropea ha resistito in qualche modo alla spregiudicatezza affaristica dell’ambiente d’oltre oceano nel quale è nata la falsa teoria medica; un ambiente nel quale la componente scientifica è talmente intrecciata con quella affaristica che l’esito finale è più orientato al profitto che alla verità oggettiva dei fatti.

4b – Un’inchiesta non conclusa

Può a qualcuno apparire incredibile che in territorio tedesco si pervenga a conclusioni che si trovano agli antipodi della posizione scientifica e istituzionale dell’altra sponda dell’Atlantico, ove la teoria dell’AIDS virale è invece attestata senza smagliature o perplessità, almeno nell’ambito istituzionale e giurisdizionale. E’ il dissenso sull’AIDS anzi a essere messo sul banco degli accusati in quel paese. Ma basta scavare un poco sotto lo strato massmediatico per trovare anche nell’ambiente statunitense quel fortemente sospetto materiale magmatico che la storia dell’AIDS offre ovunque a chi si disponga a un’osservazione appena più attenta. Così è reperibile in Internet (in www.mednat.org/aids/HIV_farsa) un documento emesso da un ufficio dell’Istituto Superiore di Sanità statunitense, il National Institute of Health and Human Services (NIH). Si tratta del Office of Research Integrity (ORI), “Ufficio per la correttezza della ricerca”, che comunica di aver aperto un’istruttoria sulla persona di Robert Gallo, lo scopritore del presunto virus HIV, sulla base di “accuse particolarmente importanti poiché sono state formulate nel 1992 da un comitato di scienziati designati dalle istituzioni scientifiche più prestigiose d’America, l’Accademia delle Scienze e l’Istituto di Medicina. I quali hano impiegato mesi per indagare circa la veridicità e la correttezza della ricerca delle cause dell’AIDS condotta dal capo di laboratorio Robert Gallo e dallo scienziato di ricerca anziano Mikulas Popovic”. Dichiara il medesimo ufficio di essere in possesso di 19 testimoni a carico del predetto scienziato in grado di provare che “la condotta del Dr.Gallo ha deviato seriamente negli anni 1983-84 [quelli della clamorosa presunta scoperta del virus] dalla pratica comunemente accettata nella comunità scientifica e nel National Institute of Health”. Accanto al documento del ORI compaiono i seguenti documenti: lettera del Dr. Matthew Gonda, specialista di fotografia al micrcoscopio elettronico, in cui lo stesso, rivolgendosi al collaboratore di Gallo, Dr.Mika Popovic, dichiara che ha analizzato al microscopio i reperti ricevuti per conto di Gallo ove Gallo affermava essere contenuti virus HTLV (un vecchio nome per HIV), ma che lui non crede “affatto che le particelle fotografate siano il virus HTLV”. Il Dr.Popovic allora redige una relazione, anch’essa reperibile in rete, in cui afferma: “Nonostante intensi sforzi nella ricerca, l’agente patogeno causa dell’AIDS non è stato ancora identificato”. A questo punto Gallo, che con ogni probabilità ha già ideato il suo progetto di annunciare comunque una sua clamorosa scoperta, nella minuta inviata al periodico Science per la pubblicazione del grande annuncio, semplicemente cancella la frase di Popovic “Despite intensive research efforts, the causative agent of AIDS has not yet been identified”. Tale minuta con la detta frase cencellata a mano è riprodotta in Internet in controinformo.eu/hiv-feat-aids nonché in vacciniinforma.it/2015/02/25/hiv-e-la-frode-scientifica-del-nostro-secolo/2061). (Anche nel cap.5, quarto paragrafo, del libro di Duesberg sopra citato, pagg.173-80 è narrata una vicenda professionale di Gallo non del tutto coincidente con quella qui sopra riferita, ma altrettanto poco lusinghiera per il sedicente scopritore del virus HIV in quanto si insinua il dubbio che egli abbia fatto propri i risultati della ricerca del rivale Luc Montagnier attribuendosene il merito. E’ invece proprio all’infondata pretesa della presunta scoperta del virus HIV che si riferivano i 37 scienziati che nel 2008 inoltrarono una petizione alla redazione del periodico scientifico Science perché fosse ritirato il noto articolo della scoperta di Gallo del Maggio 1984, giudicato immeritevole di pubblicazione per insufficienti requisiti di correttezza e trasparenza. Di tale richiesta non si conosce alcun esito concreto. Per maggiori dettagli su tale episodio si veda il libro Fear of the Invisible “Paura dell’invisibile” della giornalista investigativa anglosassone Janine Roberts, che ha trovato le prove della frode di Gallo nell’archivio nazionale di Washington e che col suo libro ha dato motivo per la lettera del 2008 a Science dei 37 scienziati; un resoconto corretto di tale gravissima vicenda è reperibile anche nel sito www.cogitoergo.it/aids-la-frode-scientifica-del-secolo. Degno di riievo a tale riguardo è quanto sottolineato dalla citata Janine Roberts, che a pag.XI dell’Introduzione al suo lavoro scrive a proposito di Robert Gallo: “sembra che egli sia sfuggito a un’incriminazione per l’ipotesi di frode commessa nell’approntamento del test per il virus HIV in quanto il procuratore generale dello stato rilevò che era trascorso troppo tempo per procedere a un’incriminazione”. Alla cui notazione, se davvero corrispondente ai fatti, si dovrebbe far seguire la seguente obbligata considerazione: che operi la prescrizione del supposto reato, può anche essere se così dispone la normativa di legge. Ma gli effetti concreti di quel presunto reato, che sussistono tutt’oggi per la perdurante adesione alla teoria virale di Gallo nella pratica medica reale, debbono essere proprio mantenuti in grave pregiudizio della salute pubblica e delle tasche dei contribuenti?

Da cui si deve arguire che nemmeno oltre Atlantico sono del tutto sfuggite le incongruenze e scorrettezze presenti nella controversa teoria virale di Gallo; è accaduto solamente che i timidi tentativi di un completo accertamento pari a quello della sentenza tedesca sono stati interrotti per la commistione tra scienza e affari di cui s’è già fatto cenno e di cui esiste ua copiosa letteratura anche sul suolo statunitense (cfr.di Marcia Angell The Truth about the drug Companies, un impietoso atto d’accusa sulla spregiudicatezza delle aziende farmaceutiche e sul loro tentacolare potere). E’ purtroppo mancata nella democrazia statunitense una stagione di Mani Pulite nell’ambito della politica sanitaria. Non si vuole così dicendo sottoporre a un giudizio inappellabile la politica o l’attività giudiziaria del potente paese d’oltre Atlantico, che ha il diritto e insieme la responsabilità di governarsi in piena libertà e autonomia. Ciò non esclude però che incomba sulle autorità europee un obbligo inderogabile di impedire che la prassi truffaldina che risulta aver così ben attecchito al di là dell’Atlantico, possa trovare compiacenza e produrre gli stessi nefasti effetti anche nel vecchio continente per una sorta di sudditanza culturale o politica.

5 – Le prove empiriche dell’assenza di contagio

5a – Nessun contagio per via sessuale

A seguito di quanto sopra accertato dalla sentenza di un tribunale della Repubblica Federale Tedesca, ossia del non esservi certezza che esista un virus responsabile dell’Aids, resta ovvio che non può darsi certezza nemmeno d’una qualche capacità infettiva dell’immunodeficienza acquisita. Di questa ulteriore conseguenza logica ricavabile per esclusione, esiste però anche più di una prova empirica in positivo. Si tratta di alcuni studi eseguiti nel 1997 negli USA e pubblicati sul American Journal of Epidemiology. 146 (350-7).

Il più noto è quello della d.ssa Nancy Padian dell’Università di San Francisco (California), la quale ha tenuto sotto esame per oltre sei anni (alcuni dicono dieci anni) 175 coppie eterosessuali, tutte composte da un membro sieropositivo e l’altro sieronegativo. Al termine del periodo di osservazione, durante il quale le coppie hanno avuto normali e continuativi rapporti sessuali, non è stato registrato nessun caso di conversione da negativo a positivo nonostante che un quarto dei soggetti coinvolti avesse dichiarato di non aver avuto mai rapporti protetti (ma all’inizio dello studio le coppie che non usavano protezione erano i ¾ del totale – ulteriori notizie su tale studio in www.anlaidsonlus.it).

Un secondo studio, meno noto ma forse ancor più eloquente per i motivi che si diranno, pubblicato sulla medesima rivista a firma di Bruneau et al., è dello stesso anno 1997. Tratta sempre della rilevazione degli eventi di sieroconversione (da negativo a positivo), ma stavolta avvenuti in due gruppi distinti di assuntori di droga per iniezione endovena, uno impegnatosi a seguire scrupolosamente un programma controllato di cambio di siringa dopo ogni uso, l’altro non obbligato allo stesso impegno e quindi disposto a scambiare le stesse siringhe tra più soggetti. Contrariamente a quanto atteso, essendo sempre stato sostenuto che la trasmissione dell’AIDS può avvenire solo per contatto di sangue o per commercio sessuale, il risultato sorprendente è stato un maggior numero di casi di sieroconversione proprio nel gruppo che osservava la norma igienica delle siringhe monouso (cfr.Journal of Epidemiology 15 Dicembre 1997, 146(12) 994-1002). Questo studio si diceva particolarmente illuminante per l’interpretazione datane dal gruppo di Perth (specialisti biologi e medici di un’istituzione sita nella città australiana di Perth), che ha spiegato l’apparente anomalia come una perfetta conferma della sua tesi riguardante l’effetto reale dei test di positività all’HIV (e per conseguenza indicativa della vera causa dell’AIDS – cfr.Papadopulos-Eleopulos, Turner & Papadimitriou, Oxidatives Stress, HIV and AIDS, 1992 Res.Immunol.143: 45-48).

5b – L’unica spiegazione ragionevole del mancato contagio

Infatti la tesi del detto gruppo di studiosi è che il test HIV in realtà non è specifico, non essendo mai stato individuato, come necessario campione di riferimento (in inglese detto gold standard) il presunto virus unitamente alla sua presunta azione infettiva, ma rileva indistintamente qualsiasi presenza di anticorpi nel sangue che superi una certa soglia di quantità e che potendo anche essere motivata da reazione a particelle endogene per qualche ragione sentite come estranee (fenomeno ben noto con la denominazione di ‘autoimmune’) non necessariamente è prova di un’infezione di origine esterna. Di qui l’elevato numero di falsi casi positivi ottenuti sia con il test di prima analisi Elisa, sia con quello detto di conferma Western Blot. Ebbene con questa premessa il gruppo di Perth dà una spiegazione esemplare ed esaustiva sia dell’anomalia rilevata nello studio Bruneau, sia più in generale della strana preferenza del presunto virus HIV per i drogati e gli emofiliaci nonché, in misura diversa, per gli omosessuali. Infatti gli studiosi di Perth, tenendo presente il fatto che gli anticorpi sono prodotti dal sistema immunitario per neutralizzare la presenza di sostanze avvertite come estranee e nocive all’organismo, fanno notare che sia i drogati quando si iniettano sostanze psicotrope, sia gli emofiliaci quando sono sottoposti a trasfusione, incorporano nel proprio organismo quantità massicce di proteine, che essendo avvertite come corpi estranei, stimolano il sistema immunitario, il quale allora aumenta la produzione di anticorpi. Che sono quelli rilevati per l’appunto dal test per l’HIV e che perciò possono non aver nulla a che fare con un’infezione del fantomatico virus dell’immunodeficienza o con qualsiasi altra infezione (per gli omosessuali la medesima spiegazione è solo parziale poiché il danno immunitario di tale categoria più che dalle conseguenze dell’incorporazione di fluidi estranei dovuta alla loro attività sessuale, appare meglio spiegabile col ripetuto ricorso al nitrito di amile come afrodisiaco, la sostanza nota come potente immunosoppressore; e ricorrono altrettanto spesso alla vaccinazione antiepatite B, anche questa causa ben conosciuta di compromissione dell’immunità naturale).

Per quanto riguarda l’esito del tutto inatteso dello studio Bruneau, il gruppo di Perth lo collega al fatto che gli assuntori di droga impegnati nell’uso di siringhe monouso a titolo igienico, hanno probabilmente ritenuto, a seguito della loro precauzione igienica, di poter aumentare sconsideratamente il consumo di droga, così incrementando l’ingresso nel proprio organismo di proteine anomale, da cui una maggiore quantità di anticorpi prodotti e di conseguenza una maggiore rilevazione di sieroconversioni come quella effettivamente poi riscontrata nello studio di Bruneau con il test per il virus HIV. Questa medesima supposizione ha trovato una sostanziale conferma nell’esito di una analoga misura precauzionale adottata dalle autorità sanitarie della città elvetica di Zurigo con la consegna di aghi sterili monouso ai drogati della zona. Ne fa menzione Duesberg op. cit. (pag.296): “Se mai la distribuzione di aghi sterili ha incoraggiato un maggior uso di droga, favorendo l‘Aids invece di combatterlo)”. Se i teorici dell’AIDS infettivo mostrassero un decimo della coerenza logica di simili spiegazioni dei fatti più problematici della patologia in discorso, non avrebbero trovato un fronte di dissenso così vasto e ben attrezzato com’è quello che fin da subito si è originato in tutto il mondo contro la loro fantasiosa ipotesi virale.

5c – Il dogmatismo incoercibile della teoria virale

Uno studio analogo ai due or ora citati è stato condotto anche presso l’ospedale fiorentino di S.Maria Annunziata, reparto d’infettologia diretto dal prof.Francesco Mazzotta e se ne vuol far qui menzione poiché anche se esso non mette in discussione la tesi virale dell’AIDS, ne scopre però indirettamente l’assurdità se ai fatti che vi sono accertati, si applicano le ordinarie regole logiche (quelle che la propaganda oggi dominante boicotta sistematicamente). Riferisce dunque il Resto del Carlino del 18 Ott.2001 che in tale reparto sono state tenute sotto controllo quaranta coppie nelle quali un solo partner risultava infettato dal virus e in cui, pur verificandosi normali rapporti sessuali non protetti, non si è verificato contagio alcuno. Purtroppo per capire perché non v’è stata infezione contro ogni attesa, gli esperti di quell’ospedale, invece di trarre la più logica e semplice conclusione, ossia che non può allora trattarsi di malattia infettiva, si sono lanciati nelle elucubrazioni più inverosimili pur di non dover intaccare i capisaldi della teoria virale; ad esempio che i soggetti sani di tali coppie potrebbero avere una maggiore quantità di linfociti T nel sangue, o forse no perché potrebbero essere invece le loro proteine IgA delle mucose genitali a far la differenza. Pur di rispettare il verbo sacro dell’AIDS infettivo, si va senza ritegno a caccia di ipotesi ridicole e cervellotiche che solo con gran difficoltà si potrebbero immaginare in bocca a medici laureati o a professori di lunga esperienza. Per la loro conformazione logica e assenza di riscontri empirici indipendenti tali ipotesi surrettizie sono della medesima fattura di quelle che gli aristotelici del ‘600 usavano per tentar di confutare le novità astronomiche proposte da Galilei, ovvero spiegazioni ad hoc escogitate senza alcun supporto empirico, ma solo al fine di dar conto in un qualche modo compatibile con le proprie teorie di fatti reali che secondo quelle stesse teorie non potrebbero verificarsi.

Da cui è facile capire fin a quale grado di gratuita assurdità può condurre, anche in un ambito scientifico come quello della medicina, l’ossequio servile e acritico a una vasta consorteria burocratico-professionale-industriale come quella che ha messo in piedi il baraccone dell’AIDS virale.

5d – Prove inconfutabili

Le prove più semplici e convincenti dell’assenza di capacità infettiva del virus in discorso sono comunque quelle suggerite nelle poche pagine da 196 a 200 del citato libro di Duesberg. V’è da considerare anzitutto il fatto ivi citato, con riferimento alla realtà statunitense, che “negli ultimi quattordici anni oltre 500.000 pazienti di AIDS sono stati curati da un sistema sanitario che comprende cinque milioni di medici, infermieri e ricercatori … Ma quattordici anni dopo non c’è neanche un caso nella letteratura scientifica di operatore sanitario che abbia presumibilmente contratto l’Aids da un malato … Il fatto che 500.000 malati di AIDS non siano riusciti in 14 anni a trasmettere la loro malattia a uno solo dei loro medici, può significare soltanto una cosa: l’Aids non è infettivo”. Ma la prova decisiva è quella offerta dai casi che realizzano il condizionale previsto dal terzo postulato di Koch (se si inocula il germe patogeno in tessuto sano – e suscettibile di infettarsi – allora in quel tessuto deve riprodursi la medesima patologia), che è un evento dato per certo ogni qual volta si verifichi contaminazione con sangue infetto, o per trasmissione da madre contagiata al proprio feto o per inoculazione artificiale. Tali casi infatti sono gli unici ritenuti assolutamente pericolosi per la trasmissione del virus. Ebbene Duesberg passa in rassegna i tre casi naturali e/o sperimentali in cui un tal genere di eventi si è potuto verificare: con l’infezione di animali di laboratorio; in casi di infezione accidentale di esseri umani a seguito di ferite; con interventi intenzionali di vaccinazione preventiva. Lo stesso autore procede poi a rilevare diversi episodi tutti comprovanti che in nessuna di queste specie di eventi si è verificato contagio, né nel caso di inoculazione del virus in 250 scimpanzè rimasti illesi, né tra gli operatori sanitari feritisi accidentalmente con strumenti ritenuti infetti del virus (in numero in verità assai esiguo), né nei circa 17 milioni di sieropositivi sani che vivono nel mondo senza conseguenze di sorta, per lo più infettati in modo naturale dalla madre alla nascita. Annota in proposito Duesberg: “Il fatto che milioni di persone abbiano contratto l’HIV alla nascita eppure siano adulti sani, è l’argomento più significativo contro l’ipotesi HIV-AIDS.”

E per quanto attiene alla vaccinazione, la possibilità ipotetica di prevenire l’insorgere della malattia col vaccino resta nel limbo delle eterne speranze finché non sarà disponibile un vaccino da sperimentare, che sembra cosa di là da venire finché la supposta esistenza di un possibile virus rimane essa stessa un problema ancora da risolvere.

6 Un quadro probatorio coerente

6a – Dati eterogenei, ma convergenti

L’indagine compiuta dalla d.ssa Padian, che è considerata la più completa su tale oggetto di studio, per il rigore mostrato e per l’univocità del suo risultato potrebbe da sola bastare a escludere qualsiasi possibilità d’infezione di AIDS per trasmissione da individuo infetto a uno sano. E tuttavia possiamo affermare che si è in presenza di un quadro probatorio ancora più ricco poiché composto da due serie di elementi convergenti e concordanti. Da un lato è un dato di fatto il difetto inemendabile presente nella pretesa individuazione del virus HIV, la cui erroneità/falsità è stata rilevata da Duesberg, condivisa da altri esperti e soprattutto accertata in una sentenza emessa nella Repubblica Federale Tedesca; dell’inattendibilità di quella presunta scoperta si discuterà in maggior dettaglio appresso. Dall’altro lato si ha l’altrettanto certo fatto attestato nello studio della d.ssa Padian, ovvero l’assenza accertata di contagio a seguito di rapporti sessuali tra soggetti di opposta condizione rispetto alla sieropositività. Le due serie di elementi probatori sono complementari e coerenti, essendo per sé ovvio che se manca un agente patogeno di una data malattia, non potrà verificarsi nemmeno contagio alcuno di quella stessa malattia. Tutto ciò acquista una certezza ancor più adamantina se vi si aggiungono le molteplici discordanze che la teoria virale dell’AIDS mostra rispetto non solo ai principi della scienza tradizionale, ma anche a quelli intuitivi del senso comune. Orbene i teorici della teoria virale dell’AIDS prendono occasione dalla storia della scienza, ove teorie consolidate sono state messe in discussione e alla fine superate grazie all’evidenza di fatti con esse discordanti, per vantarsi che il medesimo è accaduto con l’innovativa teoria virale dell’AIDS, ad esempio che per essa i postulati di Koch non possono ritenersi più validi perché nati in un secolo che non conosceva le conquiste della scienza contemporanea. In tal modo stendono un velo ingannevole sulle incongruenze maggiori della loro teoria per celarle al senso comune. Nelle righe che seguono, si mostrerà che al contrario la pretesa dei teorici del virus HIV è una impostura pseudoscientifica, da giudicar tale anche prescindendo dalla manipolazione dei dati scientifici contestata dall’ORI al dr.Gallo e denunciata dai 37 scienziati a Science (vedasi sopra il paragrafo 4b-‘un’inchiesta non conclusa’). Tale impostura si sorregge, oltre che su un ridicolo pavoneggiarsi a scienziati di grido, anche grazie al controllo delle risorse economiche destinate alla ricerca nonché della comunicazione di massa, nonché a seguito d’una evidente collusione dell’industria farmaceutica con diverse autorità di governo e sulla criminalizzazione del dissenso, anche di quello più ragionevole. Qui di seguito si dà una illustrazione epistemologicamente rigorosa della clamorosa frode scientifica in cui consisterebbe la scoperta del presunto virus dell’AIDS.

6b – Un pavoneggiamento di pseudoscienziati

E’ vero che teorie di antica tradizione sono state in passato abbandonate e sostituite dopo secoli di assoluto dominio, ma ciò è accaduto, almeno secondo un corretto criterio epistemologico, in forza del fatto che teorie di autori celebri furono trovate in un dato momento storico in contrasto con fatti esperibili da chiunque, ossia democraticamente controllabili. Dal Seicento in poi l’esperienza ‘sensata’ di Galilei e Bacone ha detronizzato l’autorità delle scuole o della tradizione e l’ha sostituita con l’autorità dei fatti. Il sostegno a tale pretesa, che sembrò eversiva sulle prime (Galilei si procurò con i suoi libri gli arresti domiciliari) era fornito dall’evidenza di fatti che non potevano essere negati, ad esempio l’evidenza ottica, tramite canocchiale, di macchie solari, un fatto incompatibile con l’idea aristotelica che il mondo celeste non potesse soffrire di alterazioni simili a quelle del mondo sublunare; oppure il fatto che il cuore è un muscolo che pompa il sangue senza crearlo ex novo, come spiegava William Harvey sulla base di evidenze fisiologiche e di accurati calcoli della quantità del sangue circolante nell’organismo. Se non ci fossero stati fatti oggettivi di tale incontestabile evidenza (e qualcuno di vaglia non li avesse rilevati), gli innovatori del Seiceno sarebbero stati considerati per sempre dei visionari o degli impostori. Applicando la stessa ovvia considerazione al caso della teoria virale dell’AIDS, si deve anzitutto notare che essa si presenta effettivamente con modalità assai discordanti rispetto alla teoria virale ed epidemiologica classica, ma senza il supporto di dati empirici che giustifichino la discordanza a cominciare dall’anomalo presunto accertamento del fantomatico virus o dall’assenza di una diffusione esponenziale dell’asserita epidemia. E tuttavia la semplice presenza di tali ingiustificate discordanze è parsa sufficiente agli apprendisti stregoni della teoria virale per fregiarsi della nomea di autori di una strepitosa rivoluzione nella scienza medica. Il fatto è invece che la nuova teoria virale che è stata proposta, non è suffragata da fatti nuovi e incontestabili tali da suggerire o imporre la revisione della teoria precedente; non è nemmeno un errore involontario, ma una vera e propria’impostura pseudoscientifica consapevolmente voluta, come è inevitabile dedurre in forza delle seguenti strettissime argomentazioni logiche applicate a fatti non contestati.

6c –Una frode anziché una scoperta

Secondo la nuova teoria virale dell’AIDS, l’identità del presunto virus sarebbe stata in qualche modo accertata dal Dr. Gallo. Ora per accertare l’esistenza e quindi l’identità di un nuovo virus responsabile di un’infezione, debbono essere acquisiti due elementi, la sua identità, ossia la sua configurazione biologica (o genica) distinta da quella dei virus già noti, senza di che non si potrebbe nemmeno farne un riferimento costante e certo negli studi relativi, ivi compresa la sperimentazione a fine di terapia o di semplice diagnosi; e di poi la sua naturale capacità infettiva relativa alla patologia che è oggetto di studio, senza di che l’indagine sarebbe priva di significato. Quanto al primo elemento, l’identità, prima della comparsa dell’AIDS si usava e si era in grado di isolare (ossia depurare) l’entità ritenuta infettiva da eventuali aggregati contaminanti, di scomporla e fotografarla in modo da capire a quale determinata categoria biologica appartenesse affinché la si potesse riconoscere in qualunque momento successivo. L’isolamento di una particella di cui si voglia accertare la capacità infettiva, è logicamente irrinunciabile per verificare se causa della patologia di cui si vuol individuare l’agente, è proprio la particella ipotizzata e non qualche altra entità che si trovasse, per contaminazione, associata con essa. Ebbene nel caso dell’AIDS la purificazione non è stata effettuata e la cosa è ammessa da Gallo e soci, ma giustificata assicurando che è stato usato un procedimento alternativo d’individuazione ritenuto equivalente ai fini di una corretta identificazione. L’irrituale procedimento usato da Gallo è: prelievo di immunociti (cellule del sistema immunitario) di malati di leucemia, quindi una stimolazione particolarmente intensa degli stessi con sostanze fortemente ossidanti. Le celule così stimolate, se non subiscono la necrosi, sviluppano una reazione di difesa consistente nella generazione di proteine di riparazione. Sono questi scarti proteici del processo di stimolazione che sono stati erroneamente scambiati per virus HI. Osserva in proposito Kremer in op. cit. pag.405: “Senza questo tipo di manipolazione biochimica, nessuno è mai riuscito a individuare nel siero dei cosiddetti sieropositivi o malati di AIDS la presenza dei cosiddetti virus HI senza cellule, benché questi – sulla base della teoria del HIV/AIDS vigente dal 1995 – si moltiplicherebbero a miliardi ogni giorno”. E non è ancora tutto: le proteine di scarto così prodotte dalle cellule immunitarie stimolate, in quanto ritenute entità virali, ancorché erroneamente, sono state utilizzate come antigeni per il test dell’HIV nonostante che esse non abbiano nulla a che vedere con virus infettivi. Appunto con tale artefatto di laboratorio, ossia con semplici proteine liberate da cellule fortemente stressate mediante sostanze ossidanti, Robert Gallo ha brevettato il suo test anticorpi HIV. Conclude perciò ancora Kremer in op. cit. pag.305: ”Non esiste quindi alcuna cosiddetta infezione HIV, né tramite trasmissione per via sessuale, né ematica”.

Il fatto che Gallo non abbia esaurientemente descritto il suo procedimento di stimolazione di linfociti con il pretesto del brevetto, così sottraendosi a ogni possibile critica o verifica, è prova del fatto che della fondatezza di critiche in grado di demolire la sua versione egli era perfettamente consapevole-

Dal 23 Aprile 1984 infatti, data dell’annuncio dato da Gallo della sua presunta scoperta, i termini esatti del trattamento cui fu sottoposto il materiale biologico dal quale sarebbe stato ricavato l’agente patogeno dell’immunodeficienza, sono rimasti totalmente segreti in deroga al principio generale della scienza moderna, che esige invece massima pubblicità e divulgazione di qualsiasi novità scientifica al fine di consentire a chiunque di farne analoga esperienza e quindi di garantirne il migliore controllo pubblico. La conseguenza di tale anomala condotta di uno scienziato che in definitiva si trovava all’apice della comunità scientifica internazionale, è che la dissidenza subito formatasi contro la presunta grande novità ha avuto in mano un’obiezione formidabile, ovvero il fatto che tutti i dati indicati da Gallo e Montagnier per giustificare la scoperta di un nuovo virus sono aspecifici, ossia possono essere attribuiti a diverse altre entità biologiche già note e non possono pertanto essere addotti come prova di un nuovo microrganismo da considerare causa esclusiva di una qualsiasi determinata patologia.

6d –- La mancanza di caratteri specifici

E’ comprensibile come possa suonare strano che permanga incertezza addirittura sulla natura delle particelle similvirali asseritamente ricavate da Gallo o da Montagnier nei loro esperimenti, ma è proprio questo che è contestato da valenti scienziati, cfr. sempre Kremer op. cit. pag.162/3/4 :”…né Gallo, né Montagnier avevano mai ‘isolato un retrovirus umano e l’origine retrovirale delle proteine del test HIV non era mai stata dimostrata …le proteine alla base degli antigeni per il test HIV’ non sono altro che proteine residuali delle colture cellulari umane”. E De Harven, un’autorità nel campo della microscopia elettronica, scrive nel suo contributo al congresso internazionale AIDS del 1998 (in Retroviruses: The Recollections of an electron microscopist).”E’ triste immaginare che un semplice controllo di microscopio elettronico del gradiente di glucosio, della durata di due giorni e del costo di qualche centinaio di dollari, avrebbe potuto impedire queste aberranti interpretazioni dei ‘markers’” (ossia l’attribuzione a un virus immaginario di proprietà riscontrabili in entità biologiche delle più diverse specie). In altre parole si imputa a Gallo di aver eretto una cortina di invisibilità del suo ‘artefatto’ di laboratorio non solo mantenendone segreta la tecnica di stimolazione, ma anche omettendo di darne una fotografia al microscopio elettronico, che se effettuata avrebbe potuto impedire, secondo De Harven, interpretazioni ‘aberranti’ dei dati come quelle giudicate tali della teoria virale. In realtà sia il brevetto subito chiesto e ottenuto, che ha consentito di occultare la procedura di rilevazione del presunto virus, sia la mancata fotografia elettronica, che ha evitato di dare un’immagine dello stesso virus, furono espedienti astuti per occultare i segni della frode allo stesso modo di un mariuolo che volendo vendere per oro zecchino una patacca d’ottone, la sottrae all’esame accurato dell’interessato all’acquisto per timore che s’avveda dell’inganno.

6e – La necessità della purificazione

In una sua testimonianza resa davanti a un corte di giustizia australiana Gallo ha così replicato all’appunto di non aver purificato il suo virus: “Una volta che abbiamo la possibilità di produrre in gran quantità questo virus, abbiamo la sua purificazione” (citato in www..hivskeptic.wordpress.cpm/2008/01/17/purify-who-needs-that-so-says-robert-gallo). Orbene anche a prescindere dal fatto che la purificazione è cosa diversa dal moltiplicare a volontà un dato microrganismo poiché la purificazione ha di mira l’identità biologica di ciò che si indaga, e non la quantità – e l’identità di ciò che si ha in mano, è la condizione prima di ogni esame scientifico – resta fuor di dubbio che l’obiettivo centrale di ogni indagine relativa a una data patologia è individuare il suo agente patogeno e individuare un dato agente biologico significa anzitutto precisarne l’identità, che si può fare soltanto distinguendolo da ogni altro elemento concomitante. Ma la purificazione – o isolamento – consiste proprio in questa operazione, ossia nell’individuare natura e proprietà specifiche del microrganismo interessato senza confonderle con quelle di altri organismi; e tali elementi identificativi sono conoscibili soltanto dopo aver estratto l’organismo in questione dagli eventuali aggregati biologici contaminanti in cui si presenta. Se non si procede a tale ‘isolamento’ –e a questo servono i postulati di Koch – non sarà mai possibile mettere a fuoco le sue proprietà perché esse potrebbero essere confuse con quelle di elementi suoi contaminanti, ossia si tratterebbe di proprietà non specifiche dell’organismo sotto esame. Qual è infatti l’appunto che vien mosso alla pretesa scoperta di Gallo o di Montagnier? Quello di aver descritto il presunto nuovo virus con caratteristiche ‘aspecifiche’, ossia che possono essere le stesse di altri organismi biologici e che quindi non solo non possono essere la prova di un virus nuovo e diverso, ma non si sa nemmeno se trattasi di materiale cellulare o virale, che è essenziale per accertare l’azione infettiva di un microrganismo.

6f Le ragioni di un impenetrabile segreto

La procedura sperimentale indicata dai postulati di Koch è tuttora imprescindibile, se si vuole accertare la causa di una malattia infettiva, poiché solo essa garantisce che quanto risulta dalla sua applicazione all’interno del laboratorio (quindi fuori del corpo del paziente infetto) corrisponda esattamente a quel che si è prodotto all’interno del paziente stesso. Qualunque ulteriore manipolazione eseguita in laboratorio eccedente la procedura prevista dai postulati di Koch potrebbe avere effetti che non corrispondono più a quanto avviene nel processo patologico del paziente e non offrirebbero pertanto alcun significato utile per accertare le cause della patologia sotto esame. Potrebbe infatti risultarne un mero artefatto dovuto all’abilità tecnica o all’inventiva dello scienziato che vi lavora, impossibile a verificarsi nelle condizioni naturali di un organismo vivente com’è quello del paziente. La procedura reale cui Gallo ha sottoposto il materiale biologico da cui avrebbe tratto il virus dell’immunodeficienza, non è mai stata resa nota col pretesto del brevetto e non è pertanto possibile avere certezza che il suo virus non sia un artefatto di laboratorio. Ed anzi il fatto che oltre ad aver mantenuto segreta la tecnica della manipolazione eseguita, egli si sia quasi fatto vanto di aver potuto prescindere dai postulati di Koch, depone per una decisa probabilità che trattasi proprio di un artefatto di laboratorio spacciato per un virus naturalmente presente nei tessuti dei malati di AIDS. La notizia comparsa tardivamente – e per bocca di suoi collaboratori – che Gallo avrebbe stimolato le cellule del suo paziente leucemico con cortisone (su questo punto Kremer fornisce i dettagli bibliografici in op. cit. pag.181), dà la certezza di tale sfavorevole conclusione anche ignorando del tutto la vicenda, anch’essa fraudolenta, che demolisce indipendentemente per altri motivi la credibilità della sua scoperta, come qui già riferito in 4b. In tal modo – afferma Kremer loc. cit.- “Gallo ha lasciato una traccia del delitto”.

Che Gallo abbia mantenuto, o tentato di mantenere il silenzio su tali pur decisivi punti attorno ai quali sono corsi fiumi d’inchiostro e sorte le dispute più accanite, è quindi un elemento logico di prova a sostegno dell’accusa che si è trattato di una frode scientifica di cui bisognava scongiurare un impietoso accertamento. Egli ha mantenuto un’aura di mistero inaccessibile a chiunque, poiché in tal modo consentiva meglio la sopravvivenza dell’illusione che fosse stata trovata la soluzione dell’enigma dell’AIDS e quindi la via per una sua efficace terapia.

Perciò la grande rivoluzione copernicana della virologia che gli apprendisti stregoni dell’AIDS si gloriano di aver procurata nella storia della medicina del ‘900 rispetto alle sorpassate teorie ottocentesche di Koch, su quali fatti reali ha trovato il suo necessario puntello empirico se la si volesse aggiungere alle più celebrate rivoluzioni scientifiche della storia della scienza moderna? A sentire il suo autore dottor Robert Gallo essa si basa soltanto sul suo silenzio ostinatamente mantenuto, col pretesto del brevetto, circa le modalità e circostanze dell’individuazione del presunto virus; secondo il buon senso comune applicato ai fatti noti invece la fantomatica rivoluzione scientifica poggia maldestramente su un artefatto spacciato per un virus naturale; mentre secondo l’Office of Research Integrity del Ministero della Sanità statunitense o secondo l’opinione dei 37 scienziati che firmarono la lettera di denuncia a Science, sembra essere stato il risultato ingannevole della soppressione fraudolenta di un accertamento scientifico negativo (la mancata individuazione del sospirato virus).

6g – La scienza ridotta a un romanzo noir

Si può discettare se gli spregiudicati teorici della teoria virale dell’AIDS siano tutti consapevoli della frode perpetrata o alcuni siano in buona fede e solo ingannati dalla martellante propaganda. Quel che è certo, è il meccanismo compensativo con cui tutti o quasi reagiscono alle frustrazioni che la loro inconsulta teoria non manca di produrre. Siccome non riescono a incasellare l’immaginario virus HIV in oggettivi parametri scientifici per il semplice fatto di non averne alcun preciso e inequivocabile riscontro empirico, essendo solo una fantasia teorica, allora si manifesta risentimento e stupore non già per la propria dabbenaggine (nell’ipotesi più benevola), ma per la presunta cattiveria dell’immaginario virus che non si lascia afferrare; e allora essi lo immaginano come un virus killer non solo maligno perché uccide, ma anche astuto, che sa come cambiare ogni volta aspetto per ingannare anche il ricercatore più solerte. In altre parole, l’impasse in cui si trova il nostro ostinato teorico illusionista dell’AIDS, non sarebbe dovuta all’oggettiva fallacia dei suoi presupposti dogmatici, ma alla natura perversa del maledetto virus, che si diverte a rendersi irriconoscibile per continuare a tormentare impunemente gli umani. Secondo i ricercatori dell’Università del Michigan (USA) ad esempio “il virus riesce a scomparire in presenza di medicinali per poi ripresentarsi una volta terminata la terapia farmacologica. … il virus si nasconde all’interno di alcune cellule del midollo osseo” (pubblicato in www.salute24.ilsole24ore.com/articles). Se si considera che a differenza dei batteri, che sono organismi vivi e quindi capaci di adattarsi a mutazioni ambientali, i virus non sono dotati di vita propria e quindi non hanno flessibilità di comportamento e possono sopravvivere solo aggrappandosi a strutture cellulari già esistenti, come è possibile che uno scienziato possa partorire l’idea di un virus al tempo stesso maligno e astuto che giuoca a rimpiattino con il farmaco che lo insidia nascondendosi dentro i vari organi del corpo? Non assomiglia questa idea di un virus astuto e burlone agli spiriti maligni che nell’antichità si credeva essere le vere cause delle malattie infettive? Abbiamo a che fare ancora con la scienza o con una qualche forma moderna e inedita di fantasiosa magia?

La questione non è allora se l’odierna beffa procurata alla vera scienza con la demenziale teoria del virus assassino e astuto troverà il suo debito epilogo, ma solo dopo quanti disastri e sofferenze avrà cagionato all’umanità. Una volta acquisito questo primo fondamentale punto della truffaldina macchinazione messa in atto approfittando di una reale immunodeficienza, ma non infettiva, tutte le altre anomalie riscontrabili in essa rispetto ai tradizionali canoni scientifici diventano immediatamente comprensibili e spiegabili in funzione del buon esito di quella frode.

6h– Violazione del 1° Postulato di Koch – Anzitutto v’è violazione del primo postulato di Koch (l’agente patogeno di una data malattia deve trovarsi in tutti i pazienti affetti dalla stessa patologia). Così non è per l’AIDS, che, come è pacificamente ammesso da tutti, all’inizio annoverava casi esenti dal virus HIV. Ma l’establishment dell’AIDS non si è arreso di fronte a tale difficoltà e ha semplicemente tirato fuori dal cilindro un bel nome scientifico altisonante, Idiopathic CD4 Lymphocytopenia per contrassegnare tali casi incompatibili con la loro teoria e il giuoco è presto fatto. In tal semplice modo non ci sono più casi di AIDS senza HIV, poiché quelli che c’erano, sono stati messi in un’altra casella nosografica!

6i –Infezione insufficiente – Altra anomalia è la bassissima incidenza del presunto virus rilevata rispetto alle cellule bersaglio (i linfociti T4), tale che non potrebbe comportare il crollo del sistema immunitario poiché anche dando per certo l’irreversibile danneggiamento di tutti i linfociti infettati, l’organsmo potrebbe riprodurli in quantità assai superiore (così sostiene Peter Duesberg in op. cit. pag.189, mai smentito da alcuno). Anche Dory, professore dell’Università di Harvard, in Fortune del 21.12.1987 eccepisce tale difficoltà parlando di una sola cellula infetta su 10.000. Per ovviare a tale evidenza empirica di un troppo basso tasso d’infezione, Gallo cercò di correre ai ripari ipotizzando che non appare un numero maggiore di cellule infettate perché il virus le elimina subito dopo l’infezione. Anche a prescindere dall’inesistenza di riscontri empirici di tale moria di cellule ad opera del virus, la spiegazione ad hoc immaginata da Gallo costituisce una difficoltà ancora maggiore di quella che vorrebbe sanare per le ragioni indicate nel seguente paragrafo 6l.

6l- Un improbabile retrovirus citotossico – In terzo luogo l’HIV è definito un retrovirus e prima della comparsa dell’AIDS non si conosceva nessun retrovirus citotossico, ossia capace di uccidere le cellule. L’insanabile contraddizione implicita nell’ipotizzare un virus per l’AIDS, non era sfuggita a Robert Gallo già nel 1983, quando si fece più pressante la necessità di reperire fittiziamente un qualche virus da proporre come causa dell’AIDS, che essendo già stato definito infettivo, mancava soltanto del suo bravo agente patogeno. Gallo aveva allora da offrire soltanto il suo Htlv-1 isolato nel 1980, un retrovirus che riteneva responsabile della leucemia, che è cosa ben diversa dall’immunodeficienza. Non sarebbe stato possibile ritenere quel retrovirus colpevole di ambedue le patologie? V’era solo una difficoltà e non da poco: nella leucemia le cellule infettate diventano patologiche per accrescimento tumorale, mentre nell’AIDS si presumeva che l’immunodeficienza fosse dovuta all’uccisione dei linfociti T. Ora uno stesso virus non poteva essere ritenuto capace di accrescere le cellule infettate in una patologia di tipo tumorale e di ucciderle nell’altra immunodeficitaria. Ma per il disinvolto comportamento dello scopritore del virus dell’AIDS questi problemi si poterono risolvere in apparenza con un bel cambio di nomi come s’era fatto per risolvere il problema dell’assenza del virus in alcuni casi di AIDS. Poiché la denominazione Htlv-1 (ossia Human T cell Leukemia Virus) conteneva il termine ‘leucemia’, che in quanto formazione cancerogena richiama l’idea di accrescimento tumorale, Gallo pensò bene di cambiarla in Human T-cell Lymphotropic Virus, cioè un virus che preferisce infettare i linfociti T. Commenta in proposito Duesberg (in op.cit.pag.169): “Questo nuovo nome non suggeriva né il cancro, né l’uccisione di cellule e nella sua ambiguità rendeva possibile al virus di provocare entrambe le malattie in una volta”. Veri miracoli della scienza del Nuovo Mondo! L’ipotesi di un virus che uccide le cellule che infetta, è dunque una mera fantasia escogitata per puntellare una fantasia precedente. In realtà rappresenta una doppia contraddizione sia con la nozione comune di retrovirus, che non è conosciuto come un organismo citotossico; sia con l’asserita pretesa di Gallo che egli sarebbe stato in grado di produrre illimitatamente il detto virus. Se egli stesso dichiara che il virus HIV uccide le cellule e se un virus può sopravvivere e riprodursi solo all’interno delle cellule che infetta, come poté egli ottenere – come afferma di aver ottenuto – la proliferazione continua del virus tale da definirlo ‘immortale’ all’interno di cellule che avrebbero dovuto essere uccise dal virus medesimo? (cfr.Kremer, op. cit. pag.162). Il brevetto chiesto e ottenuto da Gallo sulla sua scoperta ci ha impedito per sempre di soddisfare tale legittima curiosità.

6m- Legge di Farr e assenza di epidemia – Perché una patologia si possa ritenere epidemica, deve corrispondere alla legge di Farr, ossia diffondersi secondo un andamento esponenziale, che nel caso dell’AIDS non risulta statisticamente. Ciò obbligherebbe una mente ragionevole a escludere il carattere infettivo della malattia di immunodeficienza acquisita. In effetti la previsione pandemica formulata fin da subito dopo la presunta scoperta del virus si è dimostrata per fortuna fallace, ma senza che i responsabili dell’allora campagna terroristica abbiano mai ammesso l’esagerazione dell’allarme iniziale (tuttora anzi rilanciato di frequente). Qualcuno ha anche provato a spiegare l’anomala odierna mitezza della temuta epidemia sostenendo che il contenimento dei danni è stato reso possibile dall’allarme lanciato per tempo, che avrebbe indotto la popolazione a maggior cautela. In tal modo anche questa falla nella narrazione dell’AIDS viene rimediata con una spiegazione ad hoc. Ma l’andamento della diffusione delle malattie veneree, che secondo quella giustificazione avrebbe dovuta ridursi, è invece rimasto inalterato e impedisce perciò di supporre una maggiore prudenza della popolazione nei rapporti sessuali dopo la notizia della nuoiva epidemia e quindi la contraddizione della ventilata epidemia, che però non si comporta come una vera epidemia, rimane per intero.

Consapevole di tale evidente falla nel proprio castello di menzogne, il CDC statunitense ha provveduto ad aumentare artificialmente (ossia con trucchi statistici) l’incidenza annuale dell’AIDS aggiungendo al numero di patologie ad esso correlate via via nuove manifestazioni morbose, senza tuttavia raggiungere, nemmeno con un tale trucco, numeri corrispondenti alla legge di Farr. Un prospetto di tale spregiudicata operazione di accomodamento statistico è offerto da Duesberg a pag.226/7 dell suo AIDS il Virus Inventato (all.to). Ancora una volta ad aver indotto a inquinare il quadro reale è l’ostinazione a voler accreditare l’irrealistica presenza di una temibile capacità infettiva dell’immunodeficienza acquisita. Riconoscere onestamente la realtà infatti, ossia la mancata trasmissibilità del morbo, avrebbe comportato la smentita dell’esistenza o del ruolo eziologico del virus HIV, ossia della gallina dalle uova d’oro che la falsa scienza dell’AIDS ha offerta all’industria farmaceutica.

6n- Correlazione trascurata tra AIDS e vaccinazione -: I gay statunitensi, appena ebbero qualche sentore di una possibile correlazione tra la vaccinazione contro l’epatite B e l’AIDS, si tennero lontani dagli ambulatori che somministravano quel vaccino (cui erano sollecitati dalle autorità sanitarie) e come conseguenza di ciò la loro sieropositività scese al 1% contro il 68% del periodo precedente (fonte: New York Native, periodico della comunità gay). Su questo strano fenomeno la Repubblica del 15 Maggio 1988 intervistò Jonathan Mann, direttore del programma AIDS dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il quale recitò bene l’atteggiamento sempre disinvolto e sicuro di sé dei sedicenti esperti di AIDS così che invece di vedere nel fenomeno quello che il buon senso avrebbe dovuto suggerire, ossia la prova che fattore determinante poteva essere stato il precedente intervento vaccinale, spiegò invece l’anomalo calo della sieropositività col fatto che i gay avevano imparato la lezione e cominciavano a comportarsi bene. E il giornalista italiano Gianfranco Mantegna, vivente a New York, che volle indagare proprio quell’episodio e tentò di acquisire presso il Center of Disease Control la documentazione necessaria per valutare il rapporto tra vaccinazione e diffusione dell’AIDS, si scontrò con un muro di gomma in tutte le sedi degli uffici ove si presentò e fu costretto a desistere.

6o – Il periodo d’incubazione illimitato – Il periodo d’incubazione del virus dai 10 mesi iniziali ipotizzati nel 1984 è passato a quattro anni nel 1986, a 8/9 nel 1988 per poi diventare praticamente illimitato, unico tra tutti gli agenti infettivi presenti sulla terra. Ma un virus di cui si debba supporre una latenza illimitata, non mantiene più il significato abitualmente attribuito a un virus, ossia quello di agente infettivo di elevata pericolosità in quanto capace di una diffusione epidemica esponenziale tale che abbisogna di speciali misure cautelari.

6p- Significato atipico degli anticorpi – Mentre per tutti gli altri casi di malattie infettive la presenza di anticorpi relativi a un determinato microrganismo patogeno è considerata prova di superamento di una malattia o comunque dell’inizio d’una reazione all’infezione e non già d’una resa all’azione dell’agente patogeno, quindi la prova di una raggiunta o prossima immunità, nel solo caso dell’AIDS la presenza di anticorpi è considerata un sintomo patologico che rende necessario l’inizio d’una terapia antiretrovirale per scongiurare l’insorgenza della patologia. Un ottimo pretesto per prescrivere a vita farmaci antiretrovirali. L’occulto e spregevole obiettivo di quest’astuzia pseudoscientifica, ossia l’assicurare profitti illimitati ai venditori dei costosi farmaci per l’AIDS, è raggiunto appunto con la mistificazione di quel ben noto fenomeno fisiologico che è la funzione difensiva e protettiva svolta dal sistema immunitario mediante i suoi anticorpi extracellulari. Tale funzione positiva per la difesa dell’organismo è stata arbitrariamente convertita dalla consorteria dell’AIDS in un contrario segnale di pericolo costante di un’incombente infezione. In tal modo si ha modo di convincere i profani che per proteggersi dall’insorgenza o dall’aggravamento della terribile patologia, sia indispensabile l’assunzione a vita di pericolosissimi farmaci.

I paladini della teoria ufficiale dell’AIDS si sono trovati però condannati, per un’uninesorabile legge del contrappasso, a convivere con una contraddizione fondamentale che per essi resta insanabile: com’è possibile che una presenza più nutrita del solito di anticorpi del sistema immunitario umorale, di solito segnale di immunità stabilmente acquisita, corrisponda al contrario a una deficienza immunitaria che in quanto tale predispone alle infezioni più gravi? Ebbene fin alla metà degli anni ’80 del secolo scorso questa patente contraddizione presente nell’ipotesi AIDS/HIV poteva ancora essere forse compatita come uno dei frequenti infortuni della ricerca scientifica. Ma dopo il 1986, quando Mosmann e Coffmann riuscirono a distinguere nella categoria degli immunociti T Helper le due sottocategorie TH1 eTH2 e dopo che fu chiarita la relazione interattiva tra di esse tale che la carenza di una delle due, quella dell’immunità cellulare dei TH!, determina un eccesso squilibrante della seconda, quella dell’immunità umorale dei TH2, la compresenza di una maggiore quantità di questi secondi immunociti con la presenza di infezioni opportunistiche non poteva più rappresentare una contraddizione una volta acclarato che le infezioni caratteristiche della sindrome AIDS sono quelle che possono essere contrastate solo da parte degli immunociti TH1, quelli appunto risultanti depressi, non già dei TH2, che anche aumentando oltre misura, nulla possono contro agenti patogeni intracellulari. Ma sgombrare il campo da quella contraddizione in tal modo, ossia invocando la specializzazione e l’interazione delle due sottocategorie di immunociti T Helper, avrebbe comportato l’assunzione di una teoria più complessa che imputava le infezioni caratteristiche dell’AIDS a un esaurimento, per eccessivo carico antigenico sul sistema immunitario, dell’immunità cellulare; in altre parole comportava l’abbandono dell’ipotesi di un virus patogeno come l’immaginario HIV. Ma come avrebbero potuto gli affermati guru del terribile, ma inesiste virus rinunciare al prestigio di quella presunta e tanto vantata scoperta e soprattutto rinunciare agli introiti derivanti dal brevetto dei prodotti diagnostici connessi nonché ai lauti finanziamenti fin allora goduti per opera di governi miopi o collusi? La mano invisibile del mercato ha avuto la meglio sull’onestà degli scienziati e l’attrattiva irresistibile del ricco business ha soffocato i residui sprazzi di obiettività intellettuale che le più recenti conquiste scientifiche rendevano ineludibile (in particolare il ruolo dell’ossido d’azoto e la specializzazione funzionale degli immunociti TH1 e TH2). Così l’evidenza scientifica, che convalidava l’ipotesi tossicologica per la causa dell’AIDS senza incappare in alcuna contraddizione, è stata sacrificata all’interesse per un lucro perpetuo da trarre dalla mantenuta menzogna d’un virus che occorrerebbe contrastare con costosi farmaci, anche a costo di convivere con una contraddizione insanabile. Tutto a spese dei poveri pazienti d’immunodeficienza, condannati con quegli stessi farmaci da cui si attendono la salvezza.

6q – Variabilità del presunto virus – Howard Temin, premio Nobel per la medicina nel 1975, che ne scrive in Emerging Viruses, Oxford University 993, pag.221, rileva che per uno stesso paziente di AIDS in qualsiasi momento esistono genomi ogni volta diversi del suo virus (o di quel che è contrabbandato come il suo virus HIV), anche questa una novità assoluta nell’epidemiologia. La rilevata variabilità è logicamente più compatibile con l’ipotesi che si tratti di residui cellulari, che non presentano una conformazione stabile, piuttosto che di particelle virali, che per uno stesso paziente e una stessa patologia non manifestano variazioni.

6r – Un virus per ogni specie animale – Il New York Times del 12 Gennaio 1988 riferisce che secondo il dr J. E. Cummins, professore di genetica dell’Ontario in Canada, le balene morte in gran numero negli ultimi tempi hanno avuto un crollo del sistema immunitario dovuto ai veleni scaricati dal fiume San Lorenzo in quelle acque. Quindi esiste anche un AIDS delle balene e dalle circostanze in cui si verifica, bisogna supporre che sia di origine ambientale, non virale. Ma allora perché l’immunodeficienza animale è di origine ambientale, mentre quella umana è riferita a un virus? Per risolvere la contraddizione Gallo e compagni, non essendo disposti a rivedere la propria teoria sul presunto virus umano dell’AIDS, potevano o ammettere la stessa origine descritta per l’AIDS umano, oppure inventarsi un nuovo virus anche per le specie animali. Ed è questa seconda l’opzione scelta; si è giunti alla farsa di postulare un virus FIV (Felin Immunodeficiency Virus) invece di HIV per i felini, un virus SIV (Simian Immunodeficiency Virus)per le scimmie e siccome anche le foche stanno messe un po’ male, occorrerà trovare presto una sigla anche per il virus delle foche. La scienza ridotta a una pagliacciata da baraccone.

6s – Altre correlazioni tra AIDS e vaccinazioniThe Times di Londra del 11 Maggio 2005 collega la diffusione dell’AIDS in Africa alla precedente vaccinazione contro il vaiolo. L’eguale si potrebbe dire per il Brasile, il solo paese dell’America latina che ha deciso la vaccinazione di massa. In Uganda a Febbraio del 1988 la metà degli abitanti aveva ricevuto un nuovo vaccino e poco dopo anche là si registra l’AIDS in misura consistente. In Nigeria, che a metà degli anni ’80 non aveva ancora fatto la vaccinazione di massa, non v’era traccia di AIDS. La correlazione è perfettamente comprensibile secondo la tesi sostenuta dal gruppo di Perth (vedi sopra 5b), secondo la quale, se la diffusione dell’AIDS è rilevata con il solo responso dei test, provocando gli antigeni dei test reazioni crociate anche in presenza di semplici stimolazioni del sistema immunitario come è una qualsiasi vaccinazione, è naturale che dopo una vaccinazione di massa l’AIDS risulti endemico.

6t Un virus che discrimina – L’anomalia più vistosa è però la seguente: perché se la causa dell’AIDS è un virus, esso si limita a colpire soprattutto categorie speciali di rischio come i drogati e gli emofiliaci? Forse che i virus sanno riconoscere e sono in grado di discriminare le diverse categorie della società? Si chiede ironicamente Duesberg nella sua critica alla teoria virale.

6u – Impossibilità d’un vaccino – E infine, se la causa dell’AIDS è un agente patogeno infettivo, perché a quasi sette lustri di distanza dal suo presunto accertamento non è stato ancora predisposto un vaccino specifico? Si tratta del resto d’un rimedio definitivo che era stato dato per imminente o in arrivo nel giro di due anni dal ministro USA Margaret Heckler il giorno stesso dell’annuncio della presunta scoperta di Gallo. Ad oggi, ad oltre 30 anni di distanza, del vaccino non solo non c’è traccia, ma sembra che non esista più alcuna seria prospettiva. E la ragione, anche questa raggiungibile solo se si dispone di un elementare buon senso, è che un vaccino è e resterà impossibile se non c’è alcun agente patogeno contro cui vaccinarsi.

7 L’irrilevanza dei test diagnostici

7a –Una contraddizione apparente –

Una volta acquisito un quadro probatorio completo e soddisfacente come quello dato con le considerazioni che precedono, diventa poi assai istruttivo e confortante verificare quanto facilmente sia possibile inserire in esso un argomento del tutto pertinente qual è quello dell’irrilevanza dei preparati farmaceutici usati per verificare la sieropositività, ossia per eseguire la diagnosi d’infezione da HIV. Usualmente sono denominati con il termine inglese test. Quello dei test è un argomento quasi obbligato nella controversia dell’AIDS poiché esso pone correttamente un’obiezione che sorge spontanea nella mente di chi abbia appena letto nella letteratura dei dissidenti che il virus dell’AIDS non è mai stato isolato; e però apprende poi che per la diagnosi dell’infezione di AIDS si ricorre a test specifici che accertano o dovrebbero accertare la presenza del virus. Come è possibile accertare la presenza di un virus di cui si dice di ignorare addirittura se esiste o meno? Delle due l’una: o il virus infettivo esiste e allora chi lo nega, incorre in errore o in falsità; oppure non esiste e allora incorre in errore o in falsità chi propone un qualsiasi test per la diagnosi d’infezione. La tesi che si può comprovare essere vera, è la seconda per le ragioni che seguono.

7b L’irrilevanza dei test non specifici

Anzitutto v’è da precisare un dato di fatto non contestato da alcuno, ossia che tutti i test in uso non accertano la presenza nel sangue del paziente di un determinato virus, ma di anticorpi, ossia di quelle particelle che il nostro sistema immunitario genera quando è attaccato da corpi estranei potenzialmente nocivi all’organismo; oppure accertano, come il test PCR, la carica virale, ossia il solo livello quantitativo di tutte le particelle virali presenti nel sangue, senza però distinguerle per categorie come virus specifici. Pertanto nemmeno con il test della carica virale v’è un accertamento riconosciuto ed esauriente di un determinato virus, poiché di virus ogni corpo umano è ricchissimo, sia nocivi che innocui, sì che un semplice accertamento della loro presenza è poco significativo. Si afferma però che ogni volta che si verifica un’infezione, l’organismo produce l’anticorpo idoneo a catturare e neutralizzare l’agente patogeno che l’ha infettato. Si dovrebbe quindi dedurre che anche se un test accerta soltanto la presenza di un anticorpo, che è quello che gli attuali test sembrano fare, è come se accertasse, sia pur indirettamente, la presenza dell’agente patogeno o, come si dice con un termine tecnico, dell’antigene che ne stimola la produzione, ossia che gli corrisponde; di tal che il discorso non cambierebbe di molto qualora fra le due serie, anticorpi e antigeni, vi sia corrispondenza biunivoca. Ma così in realtà non è; e la ragione che invalida tale apparentemente logica deduzione, nel caso in questione è determinante.

7c – Le reazioni crociate

Si tratta del fatto che buona parte delle reazioni in cui consiste la produzione di un anticorpo a seguito dell’attacco di un agente patogeno, sono, come si dice in gergo, reazioni crociate, ossia uno stesso anticorpo può insorgere come reazione a più antigeni di differente natura. Ne consegue che rilevare la presenza di anticorpi con il test HIV permette sì di dedurre un’anomalia del sistema immunitario (presente o passata), ma non di distinguere a quale agente patogeno essa sia dovuta e nemmeno se si tratti di un’infezione da causa esterna oppure di una semplice situazione di stress propria dei tessuti dell’organismo. Ogni caso particolare fa storia a sé e quello dell’AIDS è un panorama pressocchè sterminato di reazioni crociate. E di ciò si ha piena conferma appunto mediante l’esame dei risultati dei test per l’AIDS, poiché è accertato che essi danno esito positivo anche nel caso di una semplice influenza o addirittura in caso di gravidanza, oppure ancora di una comune vaccinazione, ossia in ogni situazione nella quale il sistema immunitario è sovraccarico per dover provvedere a una qualsiasi anche lieve azione di contrasto contro elementi avvertiti come estranei e pericolosi o semplicemente stressanti per l’organismo (a volte anche endogeni). La D.ssa Papadopulos del Royal Perth Hospital (Australia) elenca 78 situazioni patologiche e fisiologiche diverse da quelle descritte come Aids, che possono produrre un test HIV positivo (cfr. la rivista medica Continuum 1996 vol.4, n°4, 32-37). Lo ha verificato anche il dr.Heinrich Kremer per esperienza diretta avendo fatto il test lui e suoi collaboratori, tutti da poco vaccinati contro l’epatite B. Quella semplice vaccinazione determinò per tutti un falso positivo al test HIV (questo significativo episodio, che convinse Kremer a rifiutarsi di usare il test anti HIV sui suoi pazienti, è narrato per esteso in www.mednat.org/curriculum_kremer.htm).

7d L’ammissione del trucco

Non occorre reperire prove documentali specifiche di tale, peraltro ben conosciuta inattendibilità dei test per il semplice fatto che una prova indubitabile è offerta dalle stesse case produttrici dei prodotti in discorso, nelle cui istruzioni v’è l’esplicita avvertenza che un esito positivo non è prova certa della presenza dell’infezione, né si indica il tasso di probabilità degli esiti positivi veritieri. Ciò nonostante i produttori realizzano profitti cospicui con la vendita di un prodotto che essi stessi dichiarano praticamente ingannevole o, nel migliore dei casi, inutile. E anche se l’avvertenza di inattendibilità da essi espressa sembrerà sufficiente per escludere un’intenzione fraudolenta, l’autorità sanitaria avrebbe comunque l’obbligo di negare la licenza alla produzione e alla vendita di tali test, se non per altro per il costo che essi comportano per il bilancio pubblico nonostante la loro inutilità. Ad esempio nella versione inglese dell’avvertenza allegata al test Elisa è detto che “At present there is no recognized standard of establishing the presence or absence of antibodies to HIV-1 and HIV-2 in human blood” (“Allo stato attuale non c’è nessun termine di confronto per stabilire la presenza o l’assenza di anticorpi al virus HIV-1 o al virus HIV-2”). Nel caso del test per la carica virale la dicitura di riserva è analoga: “The clinical significance of changes in HIV RNA measurements has not been fully established … The Amplicor Hiv-1 Monitor Test is not intended to be used as a screening test for HIV or as a diagnostic test to confirm the presence of HIV infection.” (“Non è stato pienamente accertato il significato clinico delle variazioni nelle misure del RNA virale. Amplicor Monitor del HIV non deve intendersi come un test per l’accertamento del virus HIV o come un test diagnostico idoneo a confermare la presenza di infezione da HIV”). Ebbene è sulla base di tali test diagnostici, dichiarati insicuri,- bisogna notare – che i medici decidono l’applicazione di cure dagli effetti collaterali devastanti. Osserva in proposito, del tutto correttamente, Duesberg nell’opera citata (pag.269) che “Anche i fedelissimi dell’ipotesi HIV hanno trovato immorale che il destino di migliaia di vite, ogni giorno, sia determinato da un test di cui non ci si può fidare.”

E che la sorte determinata insieme da un test positivo e dai farmaci prescritti in conseguenza del test positivo sia una sorte per nulla invidiabile e pressocché terribile, non occorre nemmeno questa volta cercare indizi altrove poiché ce lo vengono a riferire sempre le avvertenze allegate ai farmaci a base di AZT (ove si legge la dicitura “Pericolo di morte – tossico per inalazione, in contatto con la pelle e se deglutito”). Ad esempio la confezione del farmaco Kivexa, usato per la cura dell’AIDS, è accompagnata da avvertenze che affermano: “Questo farmaco non cura e non previene l’infezione da HIV e non ne impedisce la trasmissione. Nella cura di un’infezione da HIV non è sempre possibile dire se i sintomi che si manifestano, siano provocati da Kivexa, da altri medicamenti assunti oppure dalla stessa malattia da HIV.” (citato dal sito compendium.ch/mpub/pnr/1024910/htlm). Ebbene, operando una semplice operazione logica di sottrazione, se si riconosce che non esiste virus HIV, non possono esistere nemmeno danni provocati da tale virus. Perciò i possibili danni che lo stesso produttore afferma possibili a seguito dell’uso di Kivexa e indistinguibili da quelli del morbo, debbono ritenersi effetti esclusivi del farmaco stesso. Detto in parole più semplici: un farmaco prescritto per curare una data grave malattia, causa esso stesso quella grave malattia!!!

7e Il trucco dei retrovirus

La strategia ripetutamente ingannevole con cui i teorici del virus HIV si difendono dalle critiche portate alla loro maldestra dottrina, non arriva ad affermare un’avvenuta verifica , tramite inoculazione in tessuto sano, della capacità infettiva del presunto virus poiché di siffatta verifica non v’è stato mai esito positivo e nessuno ancor oggi si azzarda a tentarla per le ragioni che qui sono state ampiamente illustrate; e affermare il contrario sarebbe una menzogna così plateale che avrebbe l’effetto disastroso di un boomerang una volta che fosse accertata. E allora si ripiega sulla tesi di comodo, anch’essa però irrilevante, che essendo ritenuto il virus HIV un retrovirus, e situandosi tutti i retrovirus in una determinata banda se centrifugati in una soluzione zuccherina, basta centrifugare e pescare in quella banda per aver la certezza di ottenere a piene mani tutto il virus HIV che si vuole. Per capire in che mani sta la sanità pubblica con esperti di AIDS che accampano siffatte giustificazioni, basterà sapere a tal proposito che di retrovirus v’è una gran quantità nel corpo umano, di diversa specie e funzione, per lo più conosciuti come innocui prima del HIV, e anche endogeni, (ossia prodotti dallo stesso organismo e non di origine esterna). Inoltre nello stesso gradiente di densità dei retrovirus si raccolgono anche materiali cellulari in decomposizione, contro cui il sistema immunitario produce anticorpi come se fosse materiale allogeno, sì che andare a pescare nella banda della soluzione centrifugata in cui si sa che si trovano i retrovirus presumendo con ciò di ottenere solo quello desiderato (che può essere solo esogeno), ossia proprio il virus responsabile dell’immunodeficienza, è altrettanto demenziale quanto sarebbe per un ispettore di polizia che, dovendo acciuffare un assassino di cui ignori l’identità e sapesse solo in quale quartiere abita, facesse arrestare tutti gli abitanti di quel quartiere e li consegnasse al giudice per essere tutti condannati per omicidio. Che anzi il paragone non rende bene del tutto la demenzialità della teoria del virus HIV, poiché l’operato del poliziotto avrebbe ancora la debole scusante dell’essersi verificato un assassinio, mentre il teorico del virus HIV, non avendo mai verificato la capacità infettiva del suo supposto virus, procede all’individuazione di un virus quale presunto agente patogeno dell’immunodeficienza senza nemmeno avere la certezza che tale patologia sia dovuta a un agente biologico. A proposito di tale sconcertante disinvoltura nell’uso di inattendibili mezzi diagnostici commenta Heinrich Kremer in op.cit. pag.164 : “Ma ciò significa per milioni di pazienti che viene pronunciata la loro sentenza di morte da ‘infezione retrovirale mortale’ a causa di una reazione naturale degli anticorpi e che, in numerosissimi casi i pazienti vengono trattati con concktail di farmaci altamente tossici che notoriamente possono essere sia cancerogeni che responsabili dell’AIDS”. Una sorta di delitto perfetto!

7f – Un ennesimo trucco

C’è un altro trucco usato per sorreggere la traballante teoria virale dell’AIDS. Siccome non è talvolta semplice isolare un virus, basterebbe accertare che una cellula produca una qualche proteina insolita per dedurre che nel suo corredo genetico è penetrato un virus che dà sue proprie istruzioni per l’anomala produzione proteica. Ma proteine anomale sono prodotte dalle cellule anche quando sono sottoposte a condizioni stressanti, ossia anche in assenza di virus. Orbene i ricercatori dell’AIDS virale di regola studiano i fenomeni virali proprio sottoponendo le loro colture a stress ossidativi o nitrosativi. Come è allora possibile ad essi distinguere l’origine virale d’una proteina anomala da un’origine cellulare? E’ su questa ambiguità di fondo che si svolge gran parte della controversia sull’AIDS e sull’esistenza reale del virus HIV senza che ad oggi si sia pervenuti ad una soddisfacente soluzione.

8 Il dissenso dell’intellighenzia internazionale

Una situazione talmente eloquente per se stessa non poteva non suscitare lo sdegno di quei rappresentanti della comunità scientifica internazionale che non hanno anteposto i propri interessi di prestigio o di benessere economico al rispetto della verità dei fatti. Basta una veloce rassegna delle loro pubbliche dichiarazioni in riferimento alla tesi del virus HIV come causa dell’AIDS per ben cogliere il profondo dissenso, per non dire indignazione, di uomini di scienza per i quali lo studio e la professione medica sono anzitutto al servizio della conoscenza e della salute umana, non di un personale smodato profitto. Gli stringati giudizi espressi in pubblico da tali autorevoli rappresentanti della comunità scientifica sono un eloquente commento e un’inequivocabile conferma di tutto quel che è stato finora argomentato e a tal effetto sono qui di seguito riferiti.

Dr. Peter Duesberg, già citato, professore di citologia e biologia molecolare presso l’Università di Berkeley (California), rappresentante insigne d’una cultura scientifica tutta europea avendo studiato presso il prestigioso Max Planck Institut tedesco, poi emigrato negli USA, ove per primo ha decodificato la sequenza genica dei retrovirus: “L’establishment dell’HIV oggi è ricchissimo….è un grande business per l’industria farmaceutica. Per esempio l’AZT è un prodotto molto tossico ed è conosciuto da molto tempo. Era uscito dal commercio, ma adesso lo hanno tirato fuori ed ha un grande mercato”.

Dr.Heinrich Kremer, dottore in medicina, neurologia e psichiatria, direttore medico della clinica per tossicomani di Berlino, autore di La Rivoluzione Silenziosa della medicina del cancro e dell’AIDS, fondatore nel 1996 con il Dr.Stefan Lanka di REGIMED (Research Group for investigative Medicine and Journalism); dimessosi nel 1988 da ogni incarico pubblico per dissenso con la politica sanitaria del suo governo (quella denunciata nella sentenza tedesca già citata): “Finora di fatto nessuno ha isolato i cosiddetti virus HIV secondo le regole standard della virologia. E’ stata dedotta la loro esistenza solamente da evidenziatori molecolari non specifici. Postulare che questi cosiddetti virus HIV sono il fattore causante dell’AIDS non è né sufficiente, né necessario. Quando si sviluppò la teoria ‘l’HIV causa l’AIDS’ non si conosceva ancora né la produzione di NO nelle cellule umane, né l’esistenza di due tipi di cellule immunitarie TH … e neanche si conosceva l’indebolimento della respirazione di ossigeno nei mitocondri tramite il NO e i suoi derivati. Il fatto che la ricerca nel campo dell’AIDS non prenda in considerazione questi dati di ricerche scientifiche irrefutabili può essere dovuto solo all’ignoranza o alla cattiva volontà di apprendere” (dall’originale inglese in www.virusmyth.net del 24 Maggio 2001).

Eleni Papadopulos Eleopulos, ricercatrice di biofisica presso il Dipartimento di medicina al Royal Perth Hospital (Australia): “Non v’è prova che l’HIV causi l’AIDS …perché non v’è prova che esiste….E’ di vitale importanza affermare che trovare particelle e una trascriptasi inversa non è la prova che esiste un retrovirus … Gallo e i suoi colleghi hanno approntato un test che per qualche ragione sarebbe in grado di prevedere una tendenza ad ammalarsi di alcune malattie accomunate sotto lo stesso nome di AIDS. Ma questo non prova che il collegamento tra tutte queste diverse malattie sia un retrovirus. Ciò non può essere provato fin a che non si provi che l’HIV esiste per averlo già isolato in precedenza e solo dopo lo si potrebbe utilizzare per determinare gli anticorpi come anticorpi specifici del virus HIV. Non si può dire che l’HIV causa l’AIDS solo perché è presente nei pazienti AIDS. Una semplice associazione non è prova di un ruolo causale. Si può essere presenti a una rapina in banca senza essere un rapinatore”. (dall’intervista apparsa sulla rivista Continuum, Autunno 1997).

Dr.Valendar Francis Turner, medico chirurgo nel Royal Perth Hospital, lettore presso l’Università di Western Australia:”Si sostiene che il prof.Luc Montagnier e i suoi colleghi abbiano per primi isolato e quindi scoperto l’HIV. I loro esperimenti sono riferiti in Science del 20 Maggio 1984 … Tuttavia ciò che Montagnier riferiva come ‘isolamento’ era la scoperta di un’attività enzimatica, ossia di una trascrizione inversa, non la purificazione di particelle similvirali di cui fosse provata la capacità infettiva. Di fatto Montagnier non purificò alcun virus HIV … Ciò nonostante gli esperti di HIV sembrano credere che esistano proteine appartenenti a un retrovirus HIV e presumono di usarle per scoprire ‘anticorpi del HIV’ e così provare un’infezione da HIV” (Da Where we have gone wrong? In Continuum 1998, 5.38-44).

Stefan Lanka, biologo molecolare tedesco: ”Solo se i ricercatori riescono a moltiplicare, partendo dalle cellule, esattamente quel materiale genetico che è stato in precedenza isolato da un virus, soltanto allora la scoperta di un virus ha valore: l’isolamento di un virus logicamente viene sempre prima. O forse che qualcuno oserebbe ipotizzare nuovi virus spruzzando il proprio materiale genetico su alcune cellule, investigando questo materiale presente nelle cellule per poi annunciare un nuovo virus? Un artefatto ripetuto rimane un artefatto. Chiamare un siffatto DNA riscoperto ‘un DNA infetto’ è manifestamente errato.” (da HIV – Reality or artefact? Apparso in Continuum 1995, vol.3 n°1, 4-9).

Dr.Luigi De Marchi, psicologo clinico e sociale e Dr.Fabio Franchi, medico infettivologo, autori del libro AIDS la Grande Truffa :”Una peculiarità delle malattie infettive virali è che hanno una causa unica (il virus) e ovviamente non possono verificarsi in sua assenza. Così non c’è varicella senza il virus della varicella, non c’è morbillo senza il virus del morbillo e così via. La letteratura medica ha registrato migliaia di casi di AIDS sieronegativi (cioè presentavano i sintomi, ma il test era negativo) e sieropositivi (test positivo) in assenza di AIDS. La reazione al test, evidentemente capricciosa, può legarsi alla salute come alla malattia e spesso è associata a un aumento aspecifico delle immunoglobuline, il che si verifica in molte situazioni, come nel corso di malattie autoimmuni, di infezioni croniche, di malaria, di parassitosi, talvolta anche per motivi banali come una vaccinazione antinfluenzale”. (Da AIDS la Grande Truffa).

I coniugi francesi Philippe e Evelyne Krynen, membri di Partage, un’associazione di volontariato dedita alla cura di bambini della Tanzania orfani di genitori ritenuti morti di AIDS, iniziarono la loro missione di volontariato con la piena convinzione dell’esistenza del virus dell’AIDS. L’esperienza sul campo aprì loro gli occhi e accertarono tra l’altro che gli orfani di vittime dell’AIDS non esistevano proprio, ma erano dichiarati tali per godere delle sovvenzioni pubbliche elargite dai più diversi organismi assistenziali e di beneficenza. il 03 Ottobre 1993 sul Sunday Times scrivevano “L’Aids non esiste. E’ una cosa che è stata inventata. Non ci sono basi epidemiologiche … il giorno in cui non ci sarà più l’AIDS, se ne andrà una fetta di benessere”.

Dr. Harry Rubin, professore di biologia molecolare presso l’Università della California e membro della National Academy of Sciences:“Non esiste alcuna prova che l’AIDS sia causato dal retrovirus HIV, né che questo sia la causa di qualsivoglia sindrome” (Sunday Times, Londra 3 Aprile 1994).

Dr. Gordon Stewart, professore emerito di salute pubblica e epidemiologo inglese presso l’Universitò di Glasgow: “L’Aids è una malattia comportamentale. E’ multifattoriale” (Spin Giugno 1992).

Dr. Bernard Forscher, già editore del U.S. Proceeding of the National Academy of Sciences: “L’ipotesi dell’HIV causa del’AIDS è alla stesso livello della teoria della malaria causata dall’aria cattiva o della teoria del pellagra causato dai batteri. E’ una truffa e sta diventando uno scandalo” (Sunday Times, Londra 3 Aprile 1994).

Prof. Walter Gilbert, professore di biologia molecolare a Harvard, premio Nobel per la medicina nel 1980 per aver inventato la tecnica di mettere in sequenza il DNA: “Duesberg ha assolutamente ragione a dire che nessuno ha dimostrato che l’AIDS è causato dal virus dell’AIDS. E ha ragione a sostenere che il virus coltivato in laboratorio può non essere la causa della sindrome”.

D.ssa Barbara McClintock, premio Nobel per la medicina ottenuto nel 1983, 35 anni dopo i suoi primi lavori sui trasposoni (geni che si spostano da un sito all’altro del DNA), ma in precedenza era stata già insignita di diversi premi scientifici in quanto autrice di The Origin and behaviour of genetic loci in maize, pioniera nella ricerca genetica. Dopo aver letto un articolo di Duesberg, volle conoscerlo personalmente e lo incoraggiò dichiarandosi sulla stessa linea delle sue critiche alla teoria ufficiale, come ricorda lo stesso Duesberg nel suo libro citato (pag.253-55). I due scienziati convennero subito nel riconoscere la riluttanza della scienza ufficiale a liberarsi dai condizionamenti dell’industria e del carrierismo accademico. Per la sua indipendenza di giudizio e onestà intellettuale il movimento Act Up intitolò a lei un proprio progetto di ricerca e di cura dell’AIDS che accettasse diverse interpretazioni possibili delle cause dell’immunodeficienza e non solo quella virale e che fosse esente da qualsasi conflitto d’interessi (che sono le due condizioni minime di qualsiasi seria pratica scientifica).

Dr.Etienne De Harven, professore emerito di Patologia all’Università di Toronto: “L’ipotesi mai comprovata dell’HIV causa dell’AIDS ha ricevuto il 100% dei fondi per la ricerca, mentre le altre ipotesi sono state totalmente ignorate” (Reappraising AIDS, Nov/Dec.1998)

Dr.Albert Sabin, il famoso ideatore del vaccino antipolio, non quindi una voce qualunque, fu il primo a schierarsi dalla parte di Duesberg quando era già in pensione:”La presenza del virus in sé e per sé non vuol dire nulla e i virologi sanno che la quantità conta, eccome se conta … Alla base delle attuali campagne e misure sanitarie c’è il concetto che chiunque risulti sieropositivo, deve essere considerato fonte di contagio e non ci sono prove per dirlo” (citato in Duesberg, il Virus Inventato, pag.252).

Dr.Charles Thomas jr, già professore di Biochimica presso la Harvard and John Hopkins Universities, lasciò il mondo accademico per avere maggiore libertà di ricerca e dopo aver letto l’articolo di Duesberg del 1987, decise di pubblicare un bollettino dal titolo Rethinking AIDS, poi ribattezzato Reappraising AIDS (“Riconsiderare l’AIDS”) con lo scopo di organizzare il dissenso sulla materia: “Il dogma dell’HIV causa dell’AIDS rappresenta la più grande e forse la più moralmente distruttiva delle frodi perpetrate nei confronti dei giovani del mondo occidentale” (Sunday Times, Londra 3 Aprile 1994). All’inizio del 1995 gli aderenti al gruppo organizzato dal Dr.Thomas comprendeva oltre 400 tra scienziati, medici, infermieri, avvocati, giornalisti, insegnanti e studenti.

Dr.Roger Cunningham, direttore del Centro di Immunologia dell’Università di Stato di New York, Buffalo: “Purtroppo si è formata una lobby dell’AIDS che cerca da un lato di scoraggiare tutte le sfide a questo dogma e che insiste a seguire idee totalmente prive di credito dall’altro” (Sunday Times, Londra 3 Aprile 1994)

Dr.Harvey Bialy, biologo molecolare e professore associato all’università di Miami, già editore di Biotechnology and Nature Biotechnology: “L’HIV è un retrovirus qualsiasi. Non c’è niente di particolare in questo virus…Non c’è modo per cui possa causare tutte queste cose elaborate che dicono che esso faccia” (Spin, giugno 1992).

Dr.Richard Strohman, professore emerito di biologia cellulare dell’Università di California, Berkeley: “Una volta gli scienziati dovevano provare scientificamente che le loro teorie fossero giuste o sbagliate. Ora non c’è nulla di tutto ciò nelle teorie standard HIV-AIDS con tutti i loro miliardi di dollari” (Penthouse Aprile 1994).

Dr.Heinz Ludwig Saenger, professore emerito di Biologia Molecolare e Virologia presso il Max Planck Institut for Biochemy, Monaco, insignito del premio Robert Koch nel 1978: “Per quanto riguarda l’ipotesi generalmente accettata dell’HIV/AIDS, mi è sembrata talmente incredibile, da farmi decidere di indagare io stesso l’argomento. Dopo tre anni di ricerca intensiva e soprattutto critica della letteratura originale, sono giunto alla seguente conclusione sorprendente: fino ad oggi non c’è alcuna evidenza scientifica convincente dell’esistenza dell’HIV. E neppure è mai stato isolato e purificato un tale retrovirus con i metodi della virologia classica” (Lettera al Suddeutsche Zeitung 11 Ottobre 2000).

John Lauritsen, laureatosi in letteratura inglese alla Harvard University, analista di ricerche di mercato, poi dedicatosi all’analisi della verità scientifica della teoria virale dell’AIDS e della reale capacità terapeutica dell’AZT, è autore nel 1993 di The Aids War: Propaganda, Profiteering and Genocide from the Medical Industrial Complex (“La Guerra dell’AIDS: Propaganda, Profitti e Genocidio perpetrato dal complesso medico-industriale”), nel quale non esita a parlare di genocidio a proposito della terapia antiretrovirale.

Dr.Kary Mullis, biochimico, premio Nobel per la chimica nel 1993: “Se ci fosse la prova che l’HIV provoca l’AIDS, dovrebbero esserci documenti scientifici che singolarmente o collettivamente lo provino, per lo meno con un’alta probabilità. Non esiste alcun documento del genere!” (Sunday Times, Londra 28 Novembre 1993).

Dr.Henry H. Bauer, professore di chimica presso l’Università della Virginia, ma di origini austriache, autore di The Origin, Persistence and failings of HIV/AIDS Theory, ove così si esprime: “Il compito di mostrare la falsità della teoria HIV/AIDS non deve ricorrere ai fatti che contraddicono la teoria, poiché tali fatti ci sono stati in abbondanza nei decenni passati. Il compito è quello anzitutto di persuadere la società che ‘la scienza’ può sbagliare anche e in particolare in materie che riguardano consistenti quote di popolazione e consistenti importi di spesa da parte del governo e di enti non profit e di beneficenza”.

9 Un’indegna speculazione affaristica –

A voler concludere con considerazioni stringate e obiettive circa la supposta operazione illecita in cui consiste l’intera speculazione orchestrata sulla falsa idea di un AIDS contagioso, basta riconsiderare le seguenti quattro componenti fondamentali ravvisabili nella censurabile attività di chi ha collaborato nella frode. La prima componente è :

9a –Falsa notizia di un agente patogeno contagioso

E’ stata enunciata e divulgata la falsa notizia d’un agente patogeno inesistente della deficienza immunitaria acquisita (AIDS), fantasiosamente introdotto alterando o sopprimendo dati scientifici con l’illecito intento di suscitare allarme e preoccupazione generalizzati al fine di convincere l’opinione pubblica della necessità di una terapia costosa e devastante per l’organismo del paziente, ma redditizia per il produttore e venditore.

Sono indizi di conferma di tale grave condotta i seguenti:

Assoluto segreto posto sulle modalità di scoperta del presunto virus HIV con lo scopo di occultare gli indizi della frode in cui consiste la produzione e vendita di medicinali e test diagnostici per l’AIDS, in contraddizione con l’usuale pratica scientifica che impone la pubblicazione e il libero confronto di qualsiasi novità. L’assenza di tale imprescindibile requisito di trasparenza è evidente nell’operato del dr. Robert Gallo, il sedicente scopritore del virus HIV, quando ha annunciato di avere scoperto il virus patogeno dell’AIDS in una specie di retrovirus senza offrire spiegazione alcuna dei motivi per i quali avrebbe ritenuto un siffatto microrganismo esistente e dotato di capacità infettiva.

Il contenuto delle avvertenze che accompagnano i farmaci prescritti per l’AIDS, ad esempio del Kaletra (all.to), ove si legge nella prima pagina che si tratta d’un medicinale da usare per “controllare l’infezione da HIV”; nella seconda pagina compare l’opposto, ossia che “Il Kaletra non è una cura per l’HIV e l’AIDS”. Nonostante ciò non c’è menzione alcuna nelle dette avvertenze del farmaco dell’inesistenza di un virus o per lo meno della sola possibilità della sua inesistenza, che sarebbe stato necessario menzionare per consentire all’utente, secondo un comportamento commerciale anche solo parzialmente onesto, di disporre di tutti gli elementi di fatto esistenti e utili per valutare correttamente i rischi e i vantaggi dell’uso del farmaco propostogli. Al contrario si è voluto organizzare un’operazione mediatica massiccia volta a convincere l’opinione pubblica che l’AIDS fosse un’epidemia terribile contro la quale esistono solo farmaci predisposti ad hoc, anche se di terribili effetti collaterali, senza dei quali non vi sarebbe salvezza alcuna.

La seconda componente dell’illecita impresa è:

9b – diffusione di false notizie atte a suscitare viva attesa di nuovi farmaci e maggiori finanziamenti

Già nel 1981, quindi molto prima dell’annuncio dell’esistenza di un possibile agente patogeno dell’immunodeficienza, il Center of Disease Control formula il concetto di immunodeficienza acquisita, inizia a contabilizzare regolarmente i casi di AIDS e pubblica i primi articoli che ipotizzano cause specifiche della nuova patologia. La campagna terroristica di questo ufficio governativo, che nonostante la sua qualifica pubblica è ritenuto beneficiare di cospicuo sostegno da parte dell’industria farmaceutica, prosegue negli anni successivi, allorché si dà notizia che l’AIDS si sta diffondendo in vari paesi (vari numeri del New England Journal of Medicine del 1982 e Science del 20 Maggio 1983).

Riferisce molto a proposito il libro AIDS, La Grande Truffa di De Marchi e Franchi, dopo aver ricordato la campagna terroristica che rappresentava scenari apocalittici per l’annunciata epidemia: “La vergognosa motivazione di questa menzogna terroristica fu del resto apertamente riconosciuta, già alla fine degli anni ’80, da Rand Stornburner, direttore del Dipartimento di Sanità dello stato di New York: ‘In molti ambienti scientifici si è ritenuto che se la malattia fosse stata presentata come patologia circoscritta a pochi gruppi a rischio, essa non avrebbe attratto l’attenzione dell’opinione pubblica e delle autorità, in particolare, che hanno il potere di stanziare i finanziamenti sanitari più massicci’. E un altro funzionario dei Centri Epidemiologici di Atlanta ha dichiarato al Los Angeles Times, con sincerità inconcepibile per questi ambienti: ‘Se l’AIDS non fosse stata vista come una sindrome minacciosa per la popolazione in generale, i soldi non sarebbero mai arrivati’. “. La cronaca quindi permette di acquisire non solo la confessione dei raggiri adoperati per ingannare l’opinione pubblica, ma anche quella del profitto che ne costituiva l’illecita motivazione.

La terza componente dell’illecito è:

9c – Produzione e vendita a fine di un illecito profitto di falsi e/o inutili test diagnostici –

Sono proposti al pubblico test specifici per l’accertamento di un presunto agente patogeno dell’immunodeficienza acquisita in realtà inesistente o innocuo. L’elemento oggettivo dell’inutilità del test in discorso (Elisa) è duplice. V’è anzitutto il fattore ineludibile della circostanza che il fantomatico virus non è stato mai isolato, da cui discende che non se n’è potuto dimostrare ancor meno una qualche azione infettiva. Che senso può mai avere il proporre un test offrendo come antigeni frammenti proteici di cui non è certa l’appartenenza a un preciso agente patogeno di cui sia accertato il ruolo causale per la patologia che interessa curare? In secondo luogo v’è il fatto, universalmente noto in biologia, della reazione crociata, ossia dal fatto che in alcuni casi la reazione positiva all’esposizione a un dato antigene (ossia a un corpo estraneo all’organismo) può avvenire anche per la presenza nell’organismo di anticorpi diversi da quello ritenuto corrispondente all’antigene utilizzato sì che un esito positivo non permette di risalire con certezza a una patologia specifica, e spesso nemmeno a uno stato d’infezione esogena, potendo l’esito positivo esser determinato da una semplice situazione di stress del sistema immunitario come quella conseguente a una semplice afflizione psicologica o a una ordinaria vaccinazione.

Bisogna sempre tener presente che si deve presumere esistente in un soggetto di elevata competenza:scientifica come un’industria farmaceutica, la piena consapevolezza dell’inesistenza del virus di cui si propone comunque, sia pur in modo dubitativo, l’accertamento. Oltre a ciò occorre tenere in considerazione un significato alquanto ipocrita dell’avvertenza fornita unitamente al prodotto in forza di quanto segue.-

Anche prendendo atto dell’ammissione esplicita contenuta nelle avvertenze allegate al prodotto farmaceutico circa l’inattendibilità del test dovuta a possibili reazioni crociate, tuttavia resta il fatto che la semplice proposta commerciale del prodotto, unitamente alla prescrizione fattane dal medico curante, induce istintivamente a ritenere una qualche utilità residua dello strumento d’indagine proposto, che invece, una volta accertata l’inesistenza di un qualsiasi virus infettivo, deve ritenersi anch’essa del tutto inesistente a fine diagnostico. S’aggiunga, sotto questo profilo, che chi ricorre a un test per l’HIV, è per lo più gravato da un’acuta preoccupazione per la propria salute, che non consente di effettuare una realistica valutazione del medicamento proposto nemmeno in presenza di avvertenze esplicite, in quanto l’ansia di reperire un efficace rimedio terapeutico suole travolgere anche un forte spirito critico.

La quarta componente dell’illecito è:

9d – produzione e vendita a fine di illecito profitto di farmaci proposti al pubblico per la cura dell’AIDS, in realtà fattori di avvelenamento cronico e non di cura–

La vendita di tali farmaci è indebitamente agevolata col prospettare falsamente un contrasto biologico al presunto inesistente virus da effettuare con i prodotti offerti, per lo meno con un effetto di contenimento del danno patologico se non di definitiva guarigione da esso, tutto ciò però al prezzo di pesanti ripercussioni fisiche sull’organismo del paziente, le quali, una volta acclarata l’assenza di qualsiasi reale agente biologico responsabile dell’immunodeficienza, rappresentano l’unico effetto (negativo) dell’assunzione di tali farmaci, ovvero quello che devasta le cellule sane o comunque i tessuti e i processi fisiologici essenziali per la sopravvivenza del paziente.

Anche in questo caso non è possibile escludere la consapevolezza, da presumere in un soggetto di elevata competenza scientifica come è un produttore di farmaci, dell’inesistenza del virus che il farmaco dovrebbe neutralizzare e dei gravi danni collaterali dello stesso farmaco, sì che l’esclusivo o prevalente effetto gravemente lesivo risultante del farmaco, contravvenendo al principio cardine della medicina (primum non nocere), dovendo anch’esso reputarsi conosciuto dal soggetto produttore/venditore, integra un grave illecito consistente in possibili lesioni procurate al paziente.

Del prevalente effetto esiziale di detti farmaci si potrebbe avere ulteriore e definitiva conferma chiedendo all’Istituto Superiore di Sanità italiano la documentazione relativa all’andamento della mortalità dei malati AIDS curati con AZT e alla quantità di AZT somministrata secondo il protocollo terapeutico tempo per tempo vigente (finché la terapia prescritta è stata esclusivamente o parzialmente a base di AZT). Si potrà allora verificare se la mortalità dei pazienti in cura farmacologica è stata proporzionale alla quantità di milligrammi di AZT giornaliera prescritta, come è affermato da diverse fonti. Anche tale risultanza obbligherebbe a dedurre che il farmaco adoperato, anziché essere di sollievo rispetto agli effetti della patologia, ne ha accelerato l’esito fatale. Per una descrizione puntuale e dettagliata dei processi con cui i farmaci adoperati contro l’AIDS provocano l’AIDS, v’è disponibile l’ottimo capitolo IX (“La Follia omicida della medicina dell’HIV/AIDS”) dell’op. cit. di Heinrich Kremer, alla quale si rimanda.

9e – Le ragioni del diritto e le ragioni del profitto

Vi sono alcuni illeciti che si distinguono per l’eccezionale spregiudicatezza nell’ideazione ed esecuzione del disegno criminoso, per un impudico disprezzo delle più elementari regole di giustizia; altri che si distinguono per l’efferatezza e gravità dei loro effetti in danno ingiusto di altri esseri umani. Ebbene l’illecito costituito dalla falsa rappresentazione di un’immunodeficienza contagiosa e dalla relativa terapia presenta il triste primato di mostrare un massimo di spregiudicatezza e un massimo di efferatezza. Non dovrebbe quindi andare esente da una pronta e severa censura da parte degli organi pubblici preposti alla tutela della salute nonché della giustizia. Uno solo è l’inconveniente grave che si può incontrare nel prospettare l’enorme disegno sciagurato che soggiace all’affaire AIDS, ovvero quello di avere di contro una rete d’interessi illeciti vasta,, consolidata e provvista di enormi risorse anche pubbliche.

Un antagonista di tale potenza può dare la falsa impressione che la sua forza sia sinonimo di legittimazione tout court. Ma uno stato di diritto si contraddistingue per un criterio inverso di giudizio, ossia per decidere in base a ragioni giuridiche e a evidenze di fatto e prescindendo dai rapporti di forza reale. Purtroppo accade spesso che le ragioni del diritto siano sopraffatte da una pressione mediatica che induce nella pubblica opinione distrazione dai problemi reali o anche un semplice timore di affrontarli; e altrettanto spesso s’aggiunge un’informazione tanto falsata quanto martellante. Se poi si tratta d’una questione relativa a problemi di sanità pubblica, la delicatezza dell’argomento e la natura specialistica del sapere medico finiscono per blindare la posizione ufficiale, ancorché errata e per renderla impermeabile alle pur giuste critiche. Soltanto una corretta e insistente controinformazione è in grado di suscitare un vasto movimento d’opinione sufficiente per capovolgere quell’impari rapporto di forza.

Se ci si sottrae a tale compito, si può temere di ripiombare nel clima oscurantista dei secoli bui che la modernità pensava di essersi lasciati alla spalle per sempre. E con l’aggravante, rispetto al Medioevo o al periodo della caccia alle streghe, che oggi il danno all’intera umanità non è arrecato per semplice ignoranza, come in passato, ma consapevolmente, per un cinico calcolo escogitato al solo fine d’un illecito mastodontico profitto di alcuni. Non v’è miglior commento di tale infelice situazione delle parole pronunciate dal dottore statunitense Clark Baker: “Se gli Americani, i nostri giudici e la nostra legislazione permettono una perdurante corruzione della scienza e della medicina da parte della nostra industria farmaceutica, temo che l’esperimento durato 232 anni che noi chiamiamo ‘Gli Stati Uniti d’America’, sarà fallito” (da HIV, AIDS, and Gallo’s Eggs del 21 Luglio 2008).

Il presente libello ha appunto lo scopo di sollecitare l’opinione pubblica a una reazione democratica intesa a pretendere i dovuti chiarimenti dalle autorità competenti in ordine ai gravi punti problematici sollevati a proposito dell’immunodeficienza acquisita. Chiarimenti che a tutt’oggi non sono mai arrivati, ma che sarebbero attentamente considerati se qualcuno avesse l’onesta intellettuale di provare a fornirli. Perdurando il silenzio finora constatato, l’unica conclusione potrà essere solo quella che da tempo troviamo espressa in forma condensata nei tanti titoli delle opere a stampa che definiscono la vicenda dell’AIDS epidemico un’abnorme frode epocale.

A cura del Comitato Fermano per la Libertà Vaccinale e con la consulenza del Dr. Nazzareno Pierantozzi e di Fabrizio Iommi

Fermo, Ottobre 2018

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