Interpretazioni

La TUTELA dei DIRITTI UMANI: il CAVALLO di TROIA del NEOCOLONIALISMO del III MILLENNIO – (Del Dovere Evangelico di Soccorrere il Prossimo)

12 settembre 2018

Introduzione

Sta prendendo sempre più forza, ma non maggiore chiarezza, una versione dell’idea dei diritti individuali che non solo afferma l’esistenza di tali diritti indipendentemente dall’autorità che decida di riconoscerli nel proprio apparato giuridico, che è un’opinione condivisibile, ma arriva a sostenere che proprio in forza di tale indipendenza da qualsiasi autorità sovrana realmente esistente, i diritti in questione siano esigibili in qualunque modo, luogo e occasione che la storia dei popoli pone casualmente ai mortali, ossia senza considerazione dell’esistenza di un qualche rapporto di subordinazione tra un potere pubblico e legittimamente costituito e i suoi propri cittadini; e senza porre il problema della competenza effettiva di un dato potere al di là dei suoi confini gografici (in buona sostanza il problema del rapporto tra i poteri di stati sovrani). Ci si muove come all’interno di una ‘internazionale dei diritti’ cosicché se qualche migrante muore soffocato nel vano di un automezzo libico saturo di gas di scarico, è l’Europa o, in sua vece una nazione europea più illuminata di altre che se ne deve far  carico e provvedere perché l’evento infausto non si ripeta.

E’ evidente che tale slittamento di attenzione dal profilo istituzionale e strutturale della questione dei diritti verso un’accezione volontaristica e atomistica degli stessi, rappresenta una regressione verso un’interpretazione morale anziché politica di essi, in buona sostanza un cammino a ritroso verso la concezione cristiana della società invalsa nei primissimi tempi dell’annuncio evangelico, quando la dottrina dell’amore al prossimo sembrava la soluzione finale anche di tutte le questioni di natura propriamente politica. A seguito di questo odierno cambio di prospettiva le parole d’ordine adoperate non sono più quelle del linguaggio tradizionale della politica, ma quelle del linguaggio dei sentimenti. Qualsiasi programma istituzionale viene così a essere progressivamente sostituito da inviti moraleggianti a un buon comportamento, alla sollecitudine per il prossimo. Invece della giustizia e di un calcolo esatto dei diritti e dei doveri, ciò che conta è l’amore tra gli esseri umani o uno spirito di solidarietà che sia abbastanza forte da contrastare qualsiasi inumanità

L’impalcatura logica con cui si vuol sostenere un simile altruistico programma è stata lucidamente esposta da Luigi Manconi in un suo articolo apparso su Il Manifesto del 17 Luglio 2018 a pag.3 ed è quel documento che intendo qui analizzare compiutamente per enucleare convenientemente i termini essenziali della questione coinvolta. Un primo elemento di quell’impalcatura è ben riassunto dallo stesso titolo dell’articolo citato, il quale recita “Omissione di soccorso, potere di dare la morte”. Afferma infatti Manconi che rifiutarsi di portare soccorso quando esso è necessario per evitare la morte di qualcuno, equivale a dargli consapevolmente la morte. Poiché il divieto di non uccidere è generale e non derogabile, ergo non si può rifiutare il soccorso a chiunque ne abbia bisogno e qualsiasi omissione in tal caso equivale tout court a un omicidio. Il secondo apparente puntello logico è offerto da Manconi con la menzione dell’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, quello che afferma che tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali. Dunque non può accettarsi una ‘spirale di chiusura e di esclusione’ in forza della quale “il soccorso non riguarda tutti e non tutti sono meritevoli di soccorso”. Una tale posizione, sostiene Manconi, sarebbe il rovesciamento radicale del principio di eguaglianza e dell’art.1 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo. Il terzo principio invocato dal noto studioso è quello che impone il dovere di reciproca solidarietà, senza il quale non sarebbe comprensibile nessuna esperienza di vita associata. La società nasce perché il singolo uomo capisce di aver bisogno di protezione e che solo unendosi ad altri uomini egli raggiunge un livello accettabile della propria sicurezza. Si tratta, precisa Manconi, di un dovere ‘assoluto’ di praticare la reciproca solidarietà, un dovere fondamentale che precede le costituzioni e gli ordinamenti di qualsiasi genere e che quindi prevale su ogni altra normativa. Su questi tre capisaldi teorici l’autore dell’articolo conclude per un obbligo inderogabile di salvare quante più vite possibili pattugliando senza sosta il mare che ci separa dalle coste dell’Africa alla ricerca di profughi bisognosi di soccorso.

 

Norme d’Azione e Norme di Divieto d’Azione

Il primo assunto di Manconi è ingannevole e appare convincente solo se si fa a meno di alcune pur doverose precisazioni. La prima è che l’uccidere presuppone un’azione consapevole mentre l’omissione di soccorso implica un’assenza di azione, ossia l’esatto contrario, anche se in ambedue i casi l’esito è la morte di un essere umano. E’ allora il caso di esaminare se il pari esito esiziale in ambedue le fattispecie rende eguali anche le rispettive responsabilità, come sostiene Manconi, o se la differenza di comportamento tra le due stesse fattispecie vale a differenziare – contro la tesi di Manconi – anche il profilo morale degli attori coinvolti nei due casi. E’ ben evidente che di un evento lesivo è possibile portare una qualche responsabilità solo se e nella misura in cui si è causa o concausa di quell’evento. Orbene il sopprimere una vita umana in un caso di omicidio implica un’unica azione causale consapevole dell’agente, mentre l’omissione di soccorso, ovvero il non impedire che una vita umana sia soppressa per causa di altri agenti o fattori, implica una comunque minore quota di responsabilità, non essendo l’autore dell’omissione di soccorso l’unica causa o la causa prevalente dell’infausto risultato. In buona sostanza appare abbastanza logico concludere che la responsabilità morale di un soggetto non è, nel caso di omissione di soccoro, solo in funzione del risultato dell’evento non impedito, ma anche del ruolo che il soggetto svolge nella catena di cause da cui origina l’evento. Se così non si dovesse ritenere, dovremmo considerarci responsabili di tutto quanto di negativo e di doloroso affligge in ogni tempo e in ogni luogo il nostro prossimo; e quindi sentirci nell’obbligo di adoperarci senza posa da mattina a sera di tutti i giorni dell’anno per porre rimedio a tutte le possibili iatture che incombono sui nostri simili e dedicare tutte le nostre risorse a portare soccorso a tutti gli sventurati del pianeta, nessuno escluso alla stregua del principio di perfetta eguaglianza invocato da Manconi. Ma nessuna persona ragionevole ritiene di dover pervenire a uno spirito di carità così estremo e con buone ragioni, che è il caso di esplicitare per bene dal momento che esse rischiano di essere oscurate dall’oltranzismo altruista proclamato dal nostro Autore.

A rifletterci bene però quell’oltranzismo non è una novità nella storia dell’Occidente; fu introdotto già dalla predicazione evangelica due millenni addietro e l’estremismo cui esso può dar luogo, lo rinveniamo in alcuni ordini pauperistici della storia della Chiesa, nei quali religiosi votati alla cura del prossimo rifiutano gli agi di una vita normale per prestare ogni genere di soccorso ai bisognosi esattamente come oggi predica Manconi; che può allora ben essere ritenuto una perfetta versiona  laica e moderna della carità evangelica di tutti i tempi. E dunque a fondamento sia della carità cristiana, sia del dovere di soccorso predicato da Manconi sembra esserci il postulato che di qualsiasi afflizione che colpisca i nostri simili, dobbiamo ritenerci responsabili qualora non mettiamo in essere tutte le azioni e le misure atte ad alleviarne il più possibile le negative conseguenze. La vita umana dei soggetti responsabili si dovrebbe risolvere, secondo questa radicale convinzione etica, in un’indefessa dedizione al prossimo e sarebbe un impegno interminabile e senza limiti di spesa come senza fine sono di regola i mali che insidiano il  benessere dell’umana specie.

E tuttavia c’è una prima rilevante differenza che s’impone alla nostra attenzione quando confrontiamo l’arrecare intenzionalmente un danno e il semplice astenersi dall’impedire il verificarsi di un danno dovuto ad altri fattori. La si coglie meglio se la si osserva ribaltata nei rispettivi precetti normativi che intendono contrastare quelle due stesse fattispecie illecite, ossia il precetto che vieta l’omicidio e quello che prescrive di prestare soccorso a chi versa in pericolo di vita, che peraltro è proprio il caso preso in considerazione da Manconi. Nel primo precetto, quello del divieto di uccidere, il contenuto normativo è relativo all’astenersi dall’arrecare danno al prossimo, mentre nel secondo l’obbligo è di adoperarsi in qualche modo utile al prossimo che si trova in difficoltà, ossia invitando al contrario ad un’azione. E su quest’ultimo punto sorge immediatamente un serio problema deontologico che è dovuto a un chiaro difetto epistemologico della norma che prescrive l’aiuto al prossimo in difficoltà: come è possibile dare a tale precetto una versione univoca determinata, tale cioè da poter essere facilmente definita in modo da evitare incomprensioni, controversie, ambiguità e quindi difficoltà di applicazione e di conseguente valutazione morale?

 

Neminem laedere

Nel caso diverso del divieto di portar danno (neminem laedere), ed anzi in ogni caso di divieto d’azione, ossia di qualsiasi precetto che si limita a impedire un’azione determinata, la soluzione è invece sempre assai semplice perché intrinsecamente unica. Quando si vieta il compimento di un’azione, si dà in ogni caso un unico e ben chiaro oggetto della norma stessa, ossia l’obbligo di fermare il proprio agire, che è cosa concettualmente indubitabile per la sua chiarezza logica. L’immobilismo come negazione dell’azione è un elemento costante ed eguale in ogni caso di divieto poiché il precetto di ’astenersi da un agire ha un significato che non ammette la possibilità di diverse interpretazioni. La sospensione di qualsiasi azione appare all’agente un compito molto più semplice che il decidere, il progettare e il porre in atto una qualsiasi azione morale positiva. Tale è la precisa e indefettibile ragione per la quale la legge penale di quasi tutti i sistemi giudiziari è per lo più composta di divieti di fare, non uccidere, non rubare, non offendere, etc. Ed è la medesima ragione per la quale anche il precetto che in diversi sistemi etici prescrive l’assoluto rispetto del prossimo, è un invito a non fare (“non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te”). L’esigenza di certezza del diritto è meglio soddisfatta nel caso di un divieto di azione per l’unicità e semplicità del suo contenuto concettuale mentre un comando qualsiasi di agire in qualche modo implica una definizione dei modi, tempi e luoghi dell’azione prescritta, che ogni volta sono in funzione delle circostanze esistenti in ogni momento di applicazione del precetto e mostrano pertanto una variabilità massima. I precetti in forma di divieto sono perciò, a motivo della loro semplicità concettuale, più funzionali perché di contenuto esattamente identificabile e quindi più agevolmente applicabili. Appare perciò conveniente ripartire le norme che regolano l’agire umano, sia di natura legale che di natura etica, in due categorie assai utili per una opportuna classificazione deontologica, quella delle norme d’azione, che prescrivono un fare; e quella delle norme di divieto d’azione, che al contrario prescrivono l’astensione dal fare e queste ultime sono quelle privilegiate per un ordinamento legale efficiente a motivo della univocità del loro significato e quindi per la loro migliore facilità di impiego.

E’ allora il caso di osservare che il precetto di portare soccorso al prossimo, quello così caldamente raccomandato da Manconi, essendo un invito all’azione, appartiene al novero delle norme di più difficile traduzione pratica. Anche la difficoltà per il generico precetto di portare soccorso è allora la stessa già indicata; è un inconveniente epistemologico, in più semplici parole il carattere indeterminato del suo oggetto, che non permette un sufficiente e univoco riscontro tra il disposto generico della norma e il comportamento particolare assunto in ogni caso concreto, così vanificando la funzione obbligante della norma medesima. E’ infatti evidente che non si può pretendere il rispetto di una prescrizione e sanzionare l’eventuale violazione della stessa se il contenuto del suo disposto non è chiaramente determinato. Come si dovrebbe tradurre nella pratica ad esempio il precetto di sovvenire ai bisogni del prossimo? Fornendogli cibo e un tetto? Oppure una possibilità di lavoro produttivo? O una formazione professionale? O un semplice sussidio finanziario? E dove e in che misura attingere alle risorse necessarie a ogni intervento che consista in una qualsiasi erogazione di beni o servizi?

Sono queste tutte incertezze che non si incontrano nel caso di norme di mero divieto d’azione: non uccidere è un precetto che non si presta a dubbi o fraintendimenti poiché si traduce facilmente e immediatamente nel concetto di astensione da una qualsiasi azione aggressiva, quindi consentendo un’applicazione immediata e sicura anche lasciando irrisolta la questione dei modi, degli strumenti o delle occasioni in cui si sarebbero potute verificare le illecite aggressioni che la norma vieta di compiere. E si tratta d’un divieto che appunto perché sospende l’azione ritenuta illecita, si adempie assolutamente a costo zero, ossia senza alcun dispendio di risorse, anzi con risparmio di energia. Si tratta dunque di un pregio  epistemologico che non hanno le norme d’azione come è quella di portare soccorso al prossimo e tale differenza, praticamente rilevantissima per la diversa responsabilità che implica, è ben presente a Manconi – anche se in senso negativo – poiché nel suo citato articolo si adopera in ogni modo per tradurre la norma d’azione in cui consiste il suo precetto di soccorrere i bisognosi, in una norma di divieto d’azione in modo taòe da dotarla del medesimo carattere di univocità proprio di queste ultime e quinda da rafforzarne la forza precettiva. Così l’obbligo di portare soccorso a chi versa in pericolo di vita, è equiparato al divieto di non uccidere, una norma di divieto, mediante il passaggio logico intermedio secondo il quale l’omissione di soccorso coinciderebbe con il fatto che la persona non soccorsa possa a causa di ciò morire. Lo stesso titolo dell’articolo in questione del Manconi difatti suona appunto: “Omissione di soccorso, potere di dare la morte”, da cui è poi facile dedurre in forza dell’universale valore della vita umana che omettere il soccorso equivale a violare il divieto di uccidere.

Orbene le cose sono veramente in questi semplici termini? Ovvero è sempre lecito convertire un precetto d’azione in uno di divieto d’azione così da dotarlo del medesimo carattere vincolante in quanto esattamente determinabile? La questione è assai sottile, ma se affrontata con la dovuta acribia, la si può risolvere in modo soddisfacente.

 

Dell’Obbligo della Solidarietà

In che consiste precisamente l’obbligo di portare soccorso in ogni caso? Per ridurre la questione ai suoi termini essenziali, consideriamo due fattispecie della medesima natura, ma l’una con un massimo grado di gravità, l’altra con un grado minimo o comunque diverso. Per la prima fattispecie immaginiamo di essere a poca distanza da taluno che stia in procinto d’annegare e chieda aiuto e che sia a nostra disposizione un salvagente che gettato in acqua al malcapitato sarebbe sufficiente a salvarlo. Se non prestassimo un soccorso in tali termini, non potremmo sottrarci a una giusta censura per aver permesso cinicamente la morte di un essere umano che avrebbe potuto essere facilmente salvato con un nostro minimo dispendio di fatica. Consideriamo ora un caso di pericolo di non minore gravità quanto al suo probabile esito infausto, ma dovuto a circostanze ben differenti, ad esempio che taluno si metta alla guida di un’autovettura in grave stato di ubriachezza e parta correndo il rischio di andare fuori strada e di farsi del male, addirittura di perdere la vita. Ebbene non riterremmo di dover incolpare con la medesima severità chi, pur potendo, omettesse di impedire l’uso dell’autovettura al soggetto ubriaco postosi alla guida e il motivo è evidente: la situazione di pericolo non si è creata indipendentemente dalla volontà della probabile vittima, ma per una sua stessa imprudente condotta. Da ciò arguiamo – e a tanto basta un elementare comune buon senso – che la sollecitudine con cui si presta di regola soccorso a un prossimo in difficoltà, non è sempre la medesima, ma è inversamente proporzionale alla quota di personale responsabilità che ha il prossimo stesso nell’aver determinato l’evento di pericolo in cui è capitato. E di ciò Manconi mostra di non fare nessuna considerazione. Ci adoperiamo con la massima sollecitudine nel sovvenire alle vittime di un terremoto poiché trattasi di un evento imprevedibile, del quale perciò nessuno può essere ritenuto in qualche modo responsabile; ma se una cordata di alpinisti rimane bloccata su qualche montagna perché si è avventurata nonostante il maltempo imminente e magari disattendendo gli avvertimenti dei più esperti, non ci mobilitiamo con la medesima carica di altruismo e se il soccorso da prestare è a sua volta rischioso per i soccorritori, questi potrebbero legittimamente risolversi di soprassedere nell’attesa di condizioni operative più favorevoli. Da ciò si comprende bene che il dovere altruistico del soccorso non è solo in funzione della corresponsabilità che ha il  soggetto a rischio nel prodursi del rischio medesimo, ma anche del dispendio di risorse che l’opera di soccorso esige in rapporto al danno che si dovrebbe scongiurare per la vittima e in tale concetto si deve ricomprendere anche l’esigenza di sicurezza del soggetto soccorritore. Oltre all’inconveniente epistemologico, la norma d’azione ha pertanto un secondo inconveniente di tipo economico, anche questo del tutto assente nel caso delle norme di divieto d’azione. Il soccorso da prestare è tanto più dovuto quanto minore è la responsabilità del soggetto a rischio nell’evento di pericolo corso e deve tener conto di un equilibrio tra l’entità del danno da scongiurare e l’entità delle risorse impiegate per il soccorso medesimo, nonché tra l’esigenza di sicurezza dei soccorritori e quella dei soggetti da salvare; che sono tutti elementi praticamente inesistenti nel caso del divieto di uccidere. Se si tien conto di tale bilanciamento dei costi e delle necessità, Manconi ha buon giuoco nell’accreditare la sua tesi di un dovere inderogabile di soccorrere i naufraghi del mar Mediterraneo poiché v’è uno scarto incolmabile di destino che non consente alcun confronto di valutazione economica nel caso di rischio di morte per annegamento che Manconi prende in  considerazione. Il soccorritore in quel caso conserverebbe per intero il suo obbligo di soccorrere chi è a rischio della vita almeno fin a che l’opera di soccorso non metta a repentaglio la stessa vita del soccorritore, poiché nessun pareggio può giustamente immaginarsi tra un qualsiasi utilizzo di risorse materiali e la vita di esseri umani.

Rimane invece rilevante, nonostante sia completamente taciuto dal nostro Autore, il fattore dell’incidenza della corresponsabilità della possibile vittima nella formazione del pericolo corso e qui il confronto tra due parametri così eterogenei come sono la vita umana e le risorse o la semplice fatica psicofisica utilizzata dal soccorritore sembra che si possa e che anzi si debba fare. Detto in parole più semplici, la questione è: quale obbligo morale o legale può mai sussistere di sovvenire a proprie spese a esigenze di salvezza o di benessere di chi si trova ad averne bisogno non per un caso fortuito e quindi imprevedibile o per ingiusta costrizione esercitata da altri soggetti, ma in conseguenza della sua stessa condotta? E’ pur vero che anche in tal caso è del tutto spontaneo sentire un impulso naturale a impedire l’evento catastrofico temuto pur conoscendo l’imprudenza o addirittura una qualche pulsione autodistruttiva di chi consapevolmente non evita uno stato di pericolo del tutto evitabile. Ma il nostro compito non è di registrare la comparsa e la natura delle inclinazioni psicologiche cui siamo sottoposti e tanto meno di dedurre criteri deontologici da tali affezioni. Qualunque deduzione di tal fatta non avrebbe giustificazione alcuna poiché i moti spontanei del nostro animo non hanno mai un’immediata rilevanza normativa. Il nostro compito è invece accertare se esista e quale sia un preciso obbligo di soccorrere un prossimo in difficoltà mostratori gravemente incauto e ciò si può correttamente fare semplicemente esaminando le rispettive responsabilità di tutti gli attori coinvolti nella fattispecie considerata.

Non v’è allora alcun dubbio che l’eccezionale istinto di solidarietà che ci muove nel caso di vittime di eventi imprevedibili come il terremoto, non è solo l’effetto di un sentimento di generosità o vaga umanità, ma anche di un calcolo logico dei meriti e demeriti della vittima del disastro – ha egli determinato con una sua imprudente condotta l’evento disastroso patito o questo è del tutto fortuito? Il giudizio infine terrà conto anche del rapporto tra l’entità del danno da scongiurare con l’intervento del soccorritore e il costo dell’intervento stesso. Nel caso di eventi imprevedibili, quindi senza concorso alcuno della condotta della vittima, ci sembra conveniente, anche se non è per sé del tutto logico, equiparare l’evento catastrofico naturale a un’ingiustizia (la vittima non ha fatto nulla per meritare la sua triste sorte, la quale equivale pertanto a un’ingiuria del destino) e perciò crediamo giusto rimediare a tale presunta ingiustizia con un’opera di soccorso che in qualche misura ponga rimedio all’ingiusto danno arrecato o scongiuri un danno imminente. La riparazione di un ingiusto danno è un dovere implicito in tutti i sistemi di giustizia delle società umane, anche quelli spontanei, e tende perciò a replicarsi in qualsiasi occasione si presenti come opportuna o necessaria perché essa rappresenta una sorta di assicurazione per il futuro di tutti e ciascuno; siamo infatti indotti a ritenere che in forza di un semplice criterio di reciprocità anche i soccorritori di oggi potrebbero un domani aver bisogno di ricevere un pari aiuto se le circostanze lo rendessero necessario.

 

Obbligo morale o altruismo umanitario?

Ebbene tutta questa impalcatura logica vien meno se il soggetto da soccorrere è corresponsabile dello stato di pericolo corso; intal caso la valutazione delle rispettive responsabilità non permette di attribuire alla sciagura patita una connotazione d’ingiustizia poiché il soggetto da soccorrere è lui medesimo il responsabile della propria sventura. In tal caso può ben rimanere un analogo generoso impulso a prestare assistenza alla sventurata vittima, ma non più in forza di un qualche calcolo di tipo logico-giuridico o similgiuridico, sibbene soltanto per un’inclinazione esclusivamente psicologica a stornare qualsiasi evento dall’esito doloroso per la condizione umana, poiché poniamo istintivamente noi stessi al posto della vittima di quell’evento e tale sostituzione immaginaria fa scattare lo stesso istinto di conservazione che ci animerebbe se fossimo noi stessi nella situazione di pericolo considerata. In tal caso un’opera di soccorso rimarrebbe altamente meritoria come ammmirevole esempio di altruismo, ma non sarebbe dovuta e dovrebbe essere perciò riguardata come una lodevolissima manifestazione di buon cuore, la cui omissione però non potrebbe in alcun modo essere oggetto di formale censura legale. L’errore in cui è allora possibile incorrere quando si debba soccorrere qualcuno che sia stato responsabile della sua stessa sventura, è evidente: si può facilmente scambiare per un inderogabile obbligo giuridico di portare soccorso un semplice impulso dell’animo giustificabile solo psicologicamente, che è naturale provare ogni volta che si assiste al dolore dei propri simili.

E’ lo stesso istintivo sentimento di compassione che proviamo di fronte a un tentativo di suicidio, che ci spinge a impedire tale esito estremo anche coartando la libera volontà dell’aspirante suicida. Tanto ci assale il timore che lo stesso impulso autodistruttivo s’impadronisca anche della  nostra coscienza, che ci adoperiamo per stornare quell’impulso da chiunque altro appena ne scorgiamo i segni. E tuttavia nessuno sarà mai del parere che debba essere perseguito penalmente chi ometta di impedire un atto di suicidio e il motivo della differenza con il caso di omissione di soccorso in altri eventi del tutto fortuiti è evidente: l’aspirante suicida manifesta una sua precisa volontà e non è vittima del caso o di violenza altrui e un certo qual rispetto per il valore morale della libertà della sua persona può indurre sì a salvaguardare energicamente la sua integrità fisica con l’impedirgli il gesto irreparabile, ma non fin al punto di azzerare del tutto il valore della sua libera volontà considerandola talmente spregevole da dover censurare chiunque non la contrasti senza riserve.

Sono allora possibili casi nei quali venga meno quel dovere inderogabile affermato invece perentoriamente da Manconi di soccorrere qualunque prossimo in difficoltà. Un tal dovere infatti vien a cadere – e rimane solo una tendenza psicologica a volte intensa, ma dentologicamente irrilevante – nella misura in cui l’evento increscioso in cui è capitata la probabile vittima, è effetto di una condotta imprudente o dissennata della vittima stessa. In tal caso infatti, come già osservato, non essendoci una coartazione della volontà di un essere umano dovuta a eventi avversi o a minaccia altrui, non si dà nemmeno quella connotazione d’ingiustizia che induce a ritenere obbligata una qualunque opera di soccorso a ristoro del pregiudizio sofferto.

 

Della Solidarietà ai Migranti

Quanto finora dedotto appare particolarmente rilevante in riferimento all’odierno fenomeno migratorio. Dovrebbe infatti essere già apparso evidente a chi legge queste righe, che la fattispecie di un soccorso non dovuto portato a chi è causa diretta del pericolo in cui versa, è appunto il caso offerto dalla miriade di migranti di origine africana o almeno dalla maggior parte di essi. Non si comprende infatti come un imbarco su mezzi fatiscenti o la traversata perigliosa del mar Mediterraneo possano essere una iattura dovuta a eventi fortuiti oppure gesti estremi indotti da incombenti pericoli di maggior gravità anziché il normale effetto di atti deliberatamente posti in essere in sostanziale assenza di costrizione fisica. Se si eccettuano casi di particolare gravità come la guerra intestina della Siria o dello Yemen, le partenze di migranti in condizioni di sicurezza del tutto precarie come quelle cui si assiste in questi tempi, non appaiono essere l’alternativa inevitabile a una minaccia incombente di almeno tanta gravità da poter essere ritenuta un fattore di costrizione a sfidare la morte. Non è immaginabile uno stato di miseria come quello che si può pensare esistente anche nel più arretrato paese del Sahel come una condizione più terribile di una morte in mare o nel deserto. Secondo il comune buon senso, nessuna vita di miseria è giudicata peggiore della perdita della vita.

Considerato quanto finora accertato nella presente disamina, dovrebbe allora sembrare un fatto assai sorprendente l’enorme dispiegamento di mezzi di soccorso messo in atto dall’Occidente per l’assistenza ai migranti. Se da un lato infatti quel naturale impulso alla solidarietà che qui è stato riconosciuto come una reazione spontanea alla sofferenza umana, può essere ritenuto una sufficiente motivazione dell’opera di soccorso messa in atto nel bacino del Mediterraneo, è altrettanto vero che tutto ciò può essere riferito soltanto all’opera dei singoli volontari che offrono il proprio impegno personale in una missione che essi ritengono del tutto sinceramente essere prova di grande umanità. Non è invece credibile che il medesimo possa essere riferito anche ai responsabili dell’ingente impegno finanziario che occorre presumere per l’impiego dei dispendiosi mezzi navali usati nell’ininterrotta opera di pattugliamento di un vasto specchio di mare quale si osserva da molto tempo a questa parte. E’ assai arduo pensare che una concentrazione di risorse come quelle necessarie al controllo navale della frontiera marittima tra Europa e Africa possa convivere con un altruismo tanto spinto da consentire di attingere così largamente a quelle risorse. Il possesso di elevate quantità di capitale liquido di regola si coniuga con la pratica di un’accumulazione incessante della ricchezza esistente, giammai con un suo qualsiasi utilizzo che ne comporti un progressivo depauperamento; e se talvolta ciò può accadere in conseguenza del delirio spendaccione di qualche eccentrico riccone, di sicuro si può escludere che accada per uno scopo umanitario, che si trova agli antipodi di tutti i progetti e intendimenti di chi ha avuto l’abilità e la fortuna insieme di accumulare fortune inaccessibili ai più.

Rimane inspiegabile l’attuale enorme dispendio di risorse, particolarmente rilevante in tempi di drammatica difficoltà economica come il presente, un dispendio la cui matrice non è di natura pubblica e dunque ancor meno suscettibile di essere imputato a istanze di alto valore morale o umanitario. Apparirebbe assai poco probabile – e quindi punto credibile – che sia un soggetto non pubblico, per di più destinatario di finanziamenti non sempre del tutto trasparenti, a farsi carico d’un impegno che non appartiene, secondo l’insegnamento della storia e della cronaca quotidiana, alla prospettiva di chi dispone di ingenti mezzi economici non soggetti a controllo pubblico. Un soggetto di tal peso economico non è uno di quelli che potrebbero apprezzare lo slancio altruistico e volontaristico fin al punto di decidere di disattendere la propria innata tendenza a un’accumulazione priva di scrupoli per una vaga esigenza di legalità o di privarsi di cospicua ricchezza solo per il bene generale dell’umanità.

Per trovare una risposta realistica all’interrogativo che ci siamo posto, ritengo che non ci sia da far altro che rimanere in attesa di informazioni esaurienti che un domani dovessero arrivare circa le fonti di finanziamento delle organizzazioni che provvedono al salvataggio di migranti. E’ ben noto infatti, a cominciare dall’esperienza del contrasto legale alla criminalità organizzata, che la ricostruzione delle tracce dei flussi finanziari è la strada migliore per delineare il quadro completo dei poteri occulti che decidono l’intera strategia di ogni attività illegale. Nel frattempo tuttavia è possibile avanzare alcune ipotesi che provino a render conto del singolare spirito umanitario di cui si dà oggi così evidente pratica, beninteso con il beneficio d’inventario; e mi provo di esprimere una di queste ipotesi in sostanziale convergenza con altri forti indizi ben presenti nella società del nostro tempo (di cui discuto in altra occasione).

 

Il Significato dell’Accoglienza

Si tratta di riprendere il filo del discorso avviato all’inizio di questo scritto, quando fu osservato che è ravvisabile oggidì in tutto il mondo occidentale la tendenza a enfatizzare il valore e la necessità della tutela dei diritti lasciando però in secondo piano il tema del soggetto pubblico o dell’autorità deputata a quella tutela. E’ evidente che si tratta d’una disattenzione alquanto sorprendente poiché è facile comprendere che nessuna tutela di diritti è pensabile se manca il soggetto che sia in grado di provvedervi in concreto. I diritti non si realizzano da soli per il fatto di essere ‘naturali’ o ‘universali’ anche ammesso che tali siano da ritenere e l’attenzione dovrebbe essere piuttosto invertita, ossia badare che sia anzitutto operante ovunque un’istituzione idonea a riconoscere e attuare i diritti della persona e di lasciare a un secondo momento la ricognizione dei modi più o meno soddisfacenti in cui i singoli diritti sono realizzati nelle varie aree del mondo civile. Ciò che invece rischia di acquistar credito oggi e diventare giuridicamente plausibile, è una sorta di sindacato universale sul rispetto dei diritti umani in ogni parte del globo terrestre, di cui si farebbero promotori i paesi che insieme hanno e una tradizione giuridica consolidata di applicazione dei diritti elementari della persona così da potersi ergere a paladini degli stessi in qualsiasi teatro della scena internazionale; e i mezzi economici e militari sufficienti per esplicare interventi concreti, ove occorra, in riparazione di qualsiasi grave violazione dei diritti medesimi. Questo è il senso dell’espressione che è stata usata nelle prime righe ‘Internazionale dei diritti’, un senso che induce a pensare a una pretesa universalistica di chiunque faccia propria la bandiera dei diritti umani allo stesso modo dell’antica Internazionale Socialista, o di qualunque altra dottrina che ambisca a una validità illimitata nel tempo o nello spazio; e che pertanto costituisca una sorta di autorizzazione permanente a intrusioni legittime in ogni luogo abitato da esseri umani. Ebbene una simile pretesa d’invadenza ‘umanitaria’ è la traduzione perfetta, nella versione giuridica della promozione dei diritti, della stessa invadenza economica attuata dal colonialismo occidentale dei secoli passati in ogni parte del mondo abitato. Mentre ieri l’interventismo occidentale fu giustificato col bisogno – o con la asserita convenienza – di uno diretto sfruttamento razionale delle risorse materiali più profittevoli del pianeta, oggi, dopo il periodo della decolonizzazione avvenuta nel secondo dopoguerra del XX secolo, si tenta di ripristinare un analogo controllo sul resto del mondo accampando quel genere di pretesa di cui si diceva poc’anzi, ossia il diritto di intervenire in difesa dei diritti umani laddove se ne ravvisi la necessità, anche in dispregio delle usuali regole del diritto internazionale che prescrivono il rispetto assoluto della sovranità dei singoli stati nazionali. Sono stati esempi eclatanti di tale pretesa le passate guerre condotte in Iraq, in Afghanistan, in Libia, tre imprese belliche dettate in realtà da motivazioni economiche o geopolitiche, quindi in prosecuzione della vecchia tradizione colonialista, ma oggi giustificate da altisonanti obiettivi di tutela dei diritti che sarebbero stati violati dai regimi poi abbattuti con quegli interventi militari. Bisogna però ammettere che la propaganda occidentale non è pienamente riuscita a mascherare a dovere le pulsioni imperiali che erano dietro quelle guerre e a recuperare il favore popolare messo a rischio con quelle sinistre avventure. Del resto non occorre essere di raffinata cultura politica – e quindi spendersi in complesse questioni giuridiche –  per cogliere appieno anche solo il fallimento storico delle imprese di rovesciamento dei regimi afghano e libico o l’inaccettabile costo umano di quello del regime iracheno. Il sistema di potere oggi dominante nel mondo, quello occidentale, deve allora riguadagnare consenso sia per oscurare le proprie responsabilità del recente ambiguo passato, sia per preparare un terreno favorevole a future imprese non meno imperialistiche di quelle appena compiute. Il tema dei diritti a questo riguardo sembra l’elemento giuridico più soddisfacente purché non sia più predicato sulla punta delle baionette, o meglio – per portarci ai tempi odierni – dei missili e dei droni, come è accaduto con le guerre di Bush o di Sarkozy, ma sul terreno pacifista dell’assistenza ai disperati della terra, i quali cercherebbero una vita migliore nell’Occidente industrializzato e opulento perché privati dei diritti nei loro paesi.

 

Ipocrisia imperiale

Lo scopo recondito e purtuttavia ben intuibile, se si accettano le premesse abbastanza verisimili fin qui avanzate, è quello di diffondere l’idea, fondamentale per ridare una patina di credibilità al ruolo mondiale oggi rivendicato dall’Occidente, che il fulcro della sua funzione esistenziale sia appunto null’altro che la promozione e la difesa a oltranza dei diritti umani in ogni parte del mondo e che qualunque prova di forza che esso fosse chiamato a compiere, non abbia un fine imperialistico, ma appunto solo l’obiettivo ‘umanitario’ di realizzare sulla terra un livello minimo di tutela giuridica per l’intera umanità. A questo compito sono chiamate a collaborare, per una maggiore garanzia di successo, organizzazioni non governative, tali dunque da poter meglio nascondere qualsiasi secondo fine che a un potere di governo sarebbe più facilmente attribuito ogni volta che esso mostrasse di voler uscire dal proprio ambito istituzionale di competenza. Al contrario un ente senza fline di lucro e privo di mezzi militari o coercitivi, fondato sul volontariato è quanto di più idoneo si possa pensare per dare l’impressione di un’attività del tutto disinteressata, essendo poi abbastanza facile, nell’odierno ambito della finanza internazionale, nascondere la fonte reale dei finanziamenti necessari per sostenere l’attività di tali organizzazioni non governative, che sarebbe l’unico indizio concreto possibile utile a individuare il loro effettivo scopo.

In tal modo si ottiene l’ulteriore vantaggio di creare nell’opinione pubblica uno zoccolo ideologico resistente favorevole all’idea che i confini nazionali non siano più dei limiti intangibili se la posta in giuoco è il portare soccorso a esseri umani privati dei diritti elementari della persona o delle risorse indispensabili alla vita. L’aspetto grottesco di tale disegno, ma sotto un altro punto di vista oltremodo cinico e ipocrita, è che tale tutela la si dichiara necessaria anche per quei paesi di cui è stato lo stesso Occidente ad abbattere l’impalcatura istituzionale che garantiva un livello minimo di tutela di quei diritti che si vorrebbe ripristinare; così è stato nel caso della Siria o della Libia; o in tutti quei paesi le cui economie sono state devastate con politiche commerciali giugulatorie condotte dalle nazioni dominanti economicamente. Come dire che il nostro civile Occidente offre il proprio interessato medicamento per quelle stesse ferite che esso medesimo ha procurate al mondo!. Se infatti l’opera di medicazione è propagandata con sufficiente clamore mediatico così da nascondere le ferite inferte in precedenza o da cancellare la memoria di riuscite destabilizzazioni di economie nazionali povere, eppure autosufficienti, allora la speranza di riavere a proprio favore l’opinione pubblica, quindi di trovarla nuovamente disponibile a tollerare altre successive avventure di analogo impudente imperialismo, diventa un obiettivo credibile.

Tutto ciò viene poi corredato da un’operazione parallela intesa a screditare insieme con il valore dei confini nazionali tradizionali, ogni residua velleità di singoli regimi nazionali di adempiere integralmente alle proprie funzioni tradizionali e il termine nuovo ‘sovranismo’ è stato coniato a tal proposito, appunto per irridere al ruolo consolidato dei pubblici poteri delle attuali democrazie, che possono funzionare solo disponendo di una propria intatta sovranità. In tal modo sottile e pervasivo si modella l’opinione pubblica sulla convinzione che il destino dell’umanità non stia più nelle mani dei singoli governi nazionali, gli unici finora deputati ad assicurare il benessere dei propri cittadini sulla base di un mandato revocabile secondo regole democratiche, ma piuttosto nelle mani di potentati insindacabili arrivati a detenere un potere sufficiente a scrutare in ogni dove eventuali eccezioni intollerabili al rispetto dei diritti umani e di conseguenza a intervenire, laddove necessario, per restaurare l’ordine (o pseudoordine) democratico presuntivamente violato. Perché tutto ciò possa avvenire senza sollevare nelle democrazie occidentali l’indignazione popolare, si fa in modo di abituare l’opinione pubblica all’idea della legittimità, anzi dell’assoluta necessità d’un siffatto controllo mondiale sulla sfera dei diritti, un controllo che ovviamente potrà essere esercitato in forme non sospette e apparentemente obiettive solo da organizzazioni ‘umanitarie’. Ma ogni successivo intervento da eseguire a correzione di presunte situazioni non ortodosse, potrà essere effettuato solo da chi avrà la forza sufficiente per farlo e solo sulla base del suo insindacabile giudizio. Una pretesa talmente arrogante riposa sul presupposto tacito, eppure instancabilmente istillato in forma subliminale nella coscienza collettiva, che i diritti così appassionatamente e retoricamente enunciati e propagandati funzionino come una sorta di patente naturale all’esercizio autocratico d’una autorità suprema pienamente garante della legalità a livello mondiale e prescindendo da tutti i meccanismi formali che fin ad oggi hanno permesso ai singoli regimi nazionali di definire teoricamente il proprio diritto e di approntare democraticamente le impalcature amministrative necessarie per applicarlo nell’ambito istituzionale di propria competenza.

 

Un ruolo di eversione dolce

Di certo l’effetto d’un simile progetto eversivo non è a breve termine, né può essere perseguito in modo troppo scoperto se si vuole evitare qualsiasi rischio di vederlo fallire. Ma proprio questo sembra essere il disegno generale che soggiace alla mastodontica e dispendiosa operazione di salvataggio e assistenza ai migranti tramite le organizzazioni non governative. Quando queste travalicano i confini nazionali per svolgere indisturbate il proprio compito istituzionale, servono a mostrare nella pratica, sotto l’accattivante velo del loro zelo umanitario, che la competenza delle singole autorità nazionali ha perso ogni reale valore e non mette più conto perciò continuare a prenderne atto. Se un ente come Proactiva Open Arms lancia inverosimili invettive per omicidio colposo contro organi di uno stato nazionale, svolge un’opera di studiata delegittimazione della sovranità statuale secondo la strategia già indicata, un ottimo precedente che può spianare la strada a una nuova e più ghiotta possibilità, già proposta in più occasioni, dai maggiori potentati economici del pianeta, di citare in giudizio interi governi che non soddisfino le loro pretese di massimizzazione dei propri profitti. L’ordine internazionale finora vigente deve essere frantumato ponendo sullo stesso piano governi e onlus, imprese multinazionali e alleanze internazionali, agenzie d’intermediazione ed enti pubblici di vario livello in un caleidoscopio di poteri di fatto tra i quali non sarà più la forma giuridica e quindi il loro valore politico ad assegnare la preminenza o il prestigio, ma la forza effettiva. Rimane così campo libero per poteri sicuri della loro forza di fatto di agire in totale arbitrio, non più obbligati a uniformarsi a principi stabiliti in base a norme di equità codificate e condivise, ma in piena libertà di arrogarsi un proprio ruolo sottratto a qualsiasi controllo pubblico; semplicemente col dichiarare ipocritamente, per assicurarsi totale insindacabilità presso l’opinione pubblica, di voler erigere per tutta l’umanità un ordine ispirato ai diritti della persona (qualcosa di simile ce lo mostra la storia del recente passato con la pretesa del regime fascista di estirpare la schiavitù in Etiopia abbattendo il regime del Negus – anche il potere più ottuso sente il bisogno d’una legittimazione giuridica di un qualche pregio dei propri misfatti perché intuisce che  la sola forza non è mai sufficiente a mantenere un regime ben saldo al potere quando lede le norme basilari d’uno stato di diritto).

E che v’è di meglio d’un precetto di alto valore morale come il dovere di portare soccorso o di mostrare solidarietà agli sventurati di tutto il pianeta per dare una colorazione ‘umanitaria’ e accattivante al disegno eversivo di rendere obsoleti i confini delle competenze nazionali, che sono però anche la condizione di un esercizio democratico del potere pubblico, che a sua volta è la condizione necessaria per l’esistenza di un qualsiasi stato di diritto e quindi per il permanere dei diritti stessi? In vista di un tale obiettivo così astutamente posto nessun dispendio di risorse finanzarie sembra eccessivo e non è allora più incomprensibile, se si tiene presente tale premessa, il palese sostegno che un pescecane della finanza internazionale come Soros fornisce all’attività delle organizzazioni impegnate nell’operazione umanitaria di assistenza ai migranti.

Si ha  così il paradosso assai ingannevole che enfatizzando a dismisura, ma in modalità puramente retoriche, il valore dei diritti umani, in realtà il disegno con ciò perseguito è l’abolizione delle regole che permettono il godimento dei diritti, a cominciare da quello dei popoli all’indipendenza nazionale, bollata come ‘sovranismo’. Caduta la quale, vien meno anche qualsiasi controllo democratico dell’operato dei pubblici poteri e nel lungo termine, ma di conseguenza inevitabilmente, appunto la scomparsa di ogni diritto; e tale iattura si produrrà non solo nei paesi di provenienza dell’attuale flusso migratorio, ma anche in quelli d’arrivo, ossia nella civilissima Europa. Sempre che un tale scellerato disegno sia vero, sia possibile e si realizzi come è nelle aspettative di chi sembra averlo accuratamente partorito. Il prossimo corso degli eventi ci potrà forse rivelare se quanto ipotizzato in questo scritto è frutto di cervellotiche elucubrazioni di sapore complottista o se le insinuazioni formulate si sono abbastanza avvicinate alla realtà.

 

Un utile secondario

V’è però un effetto collaterale di tale ipotizzata strategia eversiva che già al tempo presente sta mostrando di essere in via di piena realizzazione ed è quello corrispondente all’obiettivo che da sempre guida l’opera di chi oggi controlla il capitale, soprattutto finanziario. Il quale ha l’esigenza di incrementare quanto più possibile il rendimento dei suoi investimenti e ciò è tanto più possibile quanto meno esigibili sono i diritti di coloro che, come lavoratori indispensabili da sfruttare o come consumatori insostituibili da depredare, potrebbero seriamente ridurre il livello dei profitti attesi se hanno la possibilità legale concreta di esigere il soddisfacimento dei propri diritti quale un salario corrispondente al reale valore del lavoro prestato o il prezzo adeguato al valore della merce venduta. Per tale ragione il capitale finanziario, che oggi è quello più speculativo e aggressivo, deve assumere come obiettivo la demolizione delle strutture istituzionali di ogni stato civile come quelle che garantiscono la tutela dei diritti individuali. Perciò questo capitale si rende per sua natura e in vista del suo irrinunciabile progetto un capitale finaniario apolide, che vorrebbe vedere attorno a sé una massa altrettanto apolide di esseri umani poiché costoro, in assenza di poteri istituzionali adeguati, non avrebbero modo di pretendere il soddisfacimento dei propri diritti e quindi di determinare una ripartizione equa della ricchezza a tutto detrimento dei profitti di esso capitale. E poiché le istituzioni possono sorgere solamente all’interno di popolazioni stanziali poiché richiedono un minimo di coesione sociale e la conoscenza reciproca delle convinzioni politiche e delle attese collettive, è solo con un’opposta situazione indotta di instabilità demografica e di incessante variabilità della popolazione, quindi di una società frammentata e completamente anonima che si sabota qualsiasi possibilità che sorgano e si consolidino o si conservino istituzioni pubbliche efficienti e condivise insieme. Di qui la totale affinità di capitale finanziario apolide, che è la forma di capitale più vorace dei tempi odierni, e l’attuale marcato orientamento verso un’esaltazione stupida, perché giuridicamente aberrante, di ogni fenomeno migratorio. Ma è un’operazione funzionale a una società di mercato di libera circolazione di merci e di persone e composta da individui privi di diritti tali da poterne comprimere a volontà le legittime rivendicazioni. A tale estremo si può arrivare senza ricorso alla violenza istituzionale, quindi nel rispetto formale e apparente dei principi di legalità, se si rende possibile la rottura di ogni legame permanente tra le persone e il territorio e ciò si ottiene inducendo, favorendo e incrementando qualsiasi destabilizzante fenomeno migratorio. Per il quale risultato è indispensabile un’accurata operazione di propaganda mediatica che faccia apparire la persona del migrante non come un essere infelice e sradicato, ma come la figura normale per l’umanità di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Gli ambienti più disparati sono mobilitati per supportare tale impresa mediatica invalsa al tempo presente, dal vertice della Chiesa cattolica alle sue organizzazioni periferiche che predicano l’accoglienza cristiana come dovere inderogabile del credente; dalle lobbies imprenditoriali che gongolano per poter costituire con i migranti un proprio esercito di riserva, alle centrali sindacali che giustamente organizzano la tutela dei diritti dei lavoratori migranti, ma glissano sul fatto pur rilevantissimo che di quella fierezza rivendicativa ci sarebbe stato assai più bisogno nei paesi d’origine dei migranti stessi. La retorica massmediatica insomma s’adopera senza sosta a dare una pennellata ‘umanitaria’ a tale interessata versione della figura del migrante anche se essa contrasta clamorosamente con l’intero corso della migliore civiltà umana quale ci mostra la storia; e saltando a più pari l’enorme problema di politica internazionale e di singole politiche nazionali che il fenomeno migratorio pone. Tutto ciò in omaggio a un universalismo idiota perché incurante della necessità di istituzioni adeguate atte alla tutela di quei diritti che a parole si vorrebbe salvaguardare. Il dovere di soccorrere i migranti non è perciò che un tassello di questa pseudoumanitaria politica eversiva che ha il suo fulcro nelle pulsioni autocratiche del potere finanziario e nella sua insofferenza per qualsiasi istituzione che parli di diritti e si proponga di tutelare diritti. Tutto, beninteso, proprio in nome dei diritti uman stessii. Come dire: oltre che il danno, la beffa!

 

Un rischio calcolato?

Con queste note ritengo di aver fornito tutte le coordinate necessarie per descrivere correttamente il dovere dei soccorritori nell’odierno caso dei migranti provenienti dall’Africa così come in ogni altro caso. C’è solo un elemento aggiuntivo che è possibile intravedere nell’odierno fenomeno migratorio in atto attraverso il Mediterraneo, che non appare altrove ed è un elemento che cito con beneficio d’inventario anche se tutto lo fa ritenere assai probabile. Si tratta del fatto che non solo all’imbarco dei migranti si suole procedere in mancanza delle più elementari misure di sicurezza, che appare indizio di grave imprudenza dei migranti stessi; ma anche del fatto che l’incauto viaggio è affrontato con sostanziale noncuranza poiché si fa affidamento che al primo segnale di pericolo ci sia un intervento di soccorso di natanti circolanti negli stessi  tratti di mare. Sembra anzi che i trafficanti ricorrano a barconi di qualunque condizione, anche assai precaria, per porre i soccorritori nell’obbligo morale d’intervenire quanto prima possibile, già a poche miglia dalla costa africana. E dunque non solo siffatti migranti hanno la loro parte di responsabilità nella situazione di pericolo dal quale chiedono di essere salvati – che è motivo sufficiente, come già asserito, del venir meno d’un obbligo giuridico di soccorso -; ma è assai probabile, almeno in un buon numero di casi, che essi affrontano deliberatamente lo stato di pericolo solo per la realistica previsione di un successivo salvataggio, che le cronache quotidiane inducono a ritenere assai probabile o quasi certo. E questo elemento, se e quando meglio accertato, farebbe venir meno non solo un inderogabile dovere di soccorso, ma anche quello spontaneo sentimento di compassione che abbiamo riconosciuto possibile negli altri casi posto che nessuna compassione può sorgere spontaneamente verso chi mostra di aver voluto porsi in una situazione di rischio non perché la sua mente sia viziata da una qualche pulsione autodistruttiva – che è qualcosa ancora idoneo a suscitare un qualche benevolo sentimento di compassione – ma a seguito di un astuto calcolo di poter ottenere una prestazione – il trasbordo sul continente europeo – che sarebbe oltremodo difficile ricevere usando modalità meno drammatiche.

 

L’industria del salvataggio

E’ assai probabile che qualsiasi sospetto di simulazione o di abile astuzia formulato in riferimento a gente di condizioni economiche del tutto precarie susciti un certo sdegno in coloro che hanno una forte propensione a prontamente esecrare come manifestazioni classiste o razziste i giudizi dati sui popoli del terzo mondo ogni volta che di essi non si parli in termini di assoluto rispetto, se non di particolare stima. Ma si tratterebbe piuttosto, se si ha uno sguardo più attento, di una chiara difficoltà di tali soggetti a prender atto del fatto che idealizzare la povertà o l’emarginazione in quanto condizioni di precarietà umana è altrettanto stolto che criminalizzarle. Non si può imputare a pregiudizio ostile una semplice considerazione di fatti reali ed è un fatto reale che le navi delle organizzazioni umanitarie incrociano regolarmente le rotte dei barconi dei migranti con lo scopo dichiarato di intercettarle sì che dovrebbe apparire del tutto ovvio che non essendo il soccorso da offrire un dovere imposto da eventi di pericolo imprevedibili, ma un’incombenza accuratamente programmata mediante l’incontro concordato o comunque organizzato con le barche cariche di profughi, altrettanto verisimile – e non già malevolo – deve apparire il sospetto che anche ai profughi sia ben chiara l’alta probabilità di essere raccolti da chi si sa che già da tempo s’è mobilitato per fornire assistenza a chiuhque abbia deciso di sfidare il mare. E’ dunque del tutto logico supporre che l’esposizione al rischio di naufragio non è frutto d’una scelta del tutto dissennata o disperata, ma anche d’un calcolo accurato che conclude per un rischio di morte assai  ridotto grazie alla conoscenza dell’assidua attività dei mezzi di soccorso. E dovrebbe sembrare assai poco gratificante anche a soggetti di spiccata generosità spendersi nel soccorso di chi si pone volontariamente in una situazione di rischio proprio col fine di ottenere un’assistenza che senza quella volontaria esposizione non sarebbe stata necessaria, né dovuta.

Voglio anche anticipare una possibile ultima obiezione a tale inevitabile conclusione, che appare assai poco lusinghiera per molti dei migranti. Si potrebbe obiettare che resta comunque nel fenomeno così come storicamente attestato un margine di rischio che difficilmente si potrebbe spiegare del tutto con una cieca fiducia nell’arrivo sicuro dei soccorsi e questo basterebbe a confermare quello stato di acuta disperazione che dovrebbe apparire il vero movente che induce i migranti a sfidare la morte in ogni modo e che pertanto giustificherebbe in ogni caso il dovere per lo meno morale di un’opera di soccorso. Avanzo io stesso tale suggestiva obiezione perché essa ci offre ben il destro per tentare di apporre un ultimo tassello utile al quadro di una comprensione completa dello straordinario fenomeno dell’odierna migrazione e dei suoi tratti a volte drammatici. Lo si può delineare nei seguenti termini cominciando col rilevare in via generale che troppo spesso ci si rifiuta di riconoscere negli altri un qualche difetto non per un rispetto del prossimo, ma perché si tratta d’un difetto che una volta ammesso per gli altri, ci sarebbe inevitabile dover ammettere anche per noi stessi; oppure perché si tratta d’un difetto col quale noi medesimi abbiamo contribuito a corrompere gli stessi soggetti ai quali poi lo contestiamo. E’ facile rendersi conto che è proprio questo il caso che si intravede perfettamente nell’apparente stranezza di migranti che sfidano la morte, fatto innegabile almeno in parte pur in presenza di una credibile fiducia di incontrare solleciti soccorritori, e tuttavia senza avere una motivazione razionale sufficiente per compiere un gesto in qualche misura disperato, che è un fatto altrettanto innegabile per la già rilevata sproporzione tra il rischio che i migranti intendono lasciarsi alle spalle, la vita misera del loro paese natale, e il rischio di una morte in mare.

Ebbene tale stranezza si spiega compiutamente se si pone la dovuta attenzione alla nefasta commistione di due fattori presenti nell’età contemporanea, ambedue di devastante effetto: una innegabile scarsa sensibilità politica di consistenti quote della popolazione africana, sicuramente di quella che tenta l’emigrazione; e la forte seduzione all’edonismo consumistico esercitata dalle società occidentali ispirate al dogma del libero mercato. Più che il godimento dei diritti civili o politici, dei quali c’è effettiva carenza in tante nazioni del continente africano, è il miraggio dei beni di consumo più rappresentativi del tenore di vita occidentale a esercitare un’attrazione fatale nei riguardi degli strati di popolazione culturalmente più labili. Se al contrario fosse stato il modello istituzionale o il sistema dei diritti dell’Occidente l’obiettivo primario dell’emigrazione, non si comprenderebbe perché mai tale ansia libertaria non abbia motivato un forte impegno di quelle stesse frange disperate di popolazione autoctona a ricreare nel loro paese il medesimo impianto istituzionale dell’Occidente che si crede erroneamente sia l’oggetto della loro invidia e anzi preferiscano addirittura lavorare come schiavi nei campi dell’Europa con un salario assai inferiore a quello dovuto. Potrebbe essere del tutto pertinente sotto tale riguardo ricordare il valore feticistico attribuito alle merci da una celebre teoria economica, ma appare sufficiente, per spiegare l’ansia autolesionistica dei migranti, considerare la tradizionale studiatissima funzione ammaliatrice che è volutamente assegnata ai beni di consumo più apprezzati nell’opulenta società occidentale industrializzata. Come si può pensare che tali beni destinati a corrompere le menti di esigenti consumatori europei rimangano senza effetto alcuno per le menti degli abitanti di altri paesi appena vi arrivi l’eco dei corrispondenti messaggi accattivanti lanciati da un mercato aggressivo, che non trovano in nessuno di quei luoghi un tessuto sociale abbastanza forte da opporre una qualche resistenza al sorgere d’una sconsiderata bulimia consumistica?

 

Le Sirene dell’Occidente

La rilevata stranezza di esseri umani che sfidano la morte in mare senza alcuna apparente costrizione che giustifichi un gesto siffatto, ma solo per risolvere un problema economico che nella maggior parte dei casi non è ancora una questione di vita o di morte, non è allora così incredibile più di quanto appaia tale la follia dei pensionati al minimo che sprecano l’intero ammontare del loro esiguo assegno mensile nei più diffusi giuochi d’azzardo. Vittime gli uni e gli altri d’una propaganda sottile e spregiudicata, il cui effetto deleterio è moltiplicato dallo stato di bisogno di chi, in una situazione di cronica impotenza, non ha più la lucidità necessaria per apprezzare la sproporzione tra il rischio che decide di correre e il semplice protrarsi del suo precario stato; né per comprendere che meglio sarebbe indirizzare il proprio impegno per costruire nel proprio paese istituzioni pubbliche idonee a organizzare una vita sociale decente. Ma poiché l’induzione di un tale difetto di lucidità mentale è imputabile a un meccanismo fondamentale della stessa società di mercato che in Occidente è stata eretta a modello di civiltà, ovverossia il fascino studiato dei beni di consumo di massa, sentiamo un forte ritegno nell’ammettere che sia questo stesso nostro modello a corrompere a tal punto la mente dei popoli delle più diverse latitudini e si preferisce allora pensare che agli stessi capiti invece di essere contagiati da un sano spirito democratico. La proclamazione quanto più accalorata del dovere inderogabile dell’accoglienza può allora ben corrispondere anche all’interessata menzogna che a muovere i migranti sia una loro ammirevole invidia per il nostro più civile modello di vita, di cui occorrerebbe perciò agevolare in tutti i modi possibili l’acquisizione; non c’è una perspicacia sufficiente a notare, né l’onestà intelletuale di denunciare il deprecabile effetto corruttivo dei meccanismi mediatici più devastanti delle società di mercato. Le quali nella platea dell’attuale mondo globalizzato paiono comportarsi come le sirene della mitologia greca, creature femminili che attiravano irresistibilmente gli incauti naviganti con il loro dolcissimo canto. Allo stesso modo il sottoproletariato del terzo mondo, qualunque sia la sua composizione, subisce il fascino irresistibile esercitato dagli smaglianti aspetti dei beni di consumo più seducenti e celebrati del tenore di vita delle società economicamente progredite migrando a frotte verso i lidi di esse come verso un Eden sognato da tempo. Manca a questo mondo di sventurati un Odisseo che otturi con la cera i loro orecchi per trattenerli dal fascino pericoloso che li conduce a essere omologati a un unico regime abbastanza vorace da fagocitare qualunque cultura, tradizione, retaggio nazionale, costume locale o valore morale. Tutto ciò, beninteso, nel nome sacro della libertà e del progresso. Se si aggiunge a quanto detto l’interesse speculativo e la spregiudicatezza criminale dei trafficanti di esseri umani che organizzano le traversate dei migranti, l’attuale fenomeno migratorio appare completamente spiegato nonostante la sua stranezza, sia pur al prezzo di dover ammettere, in pieno XXI secolo, aberrazioni umane che non si riscontrano o si scorgono assai meno pronunciate nei secoli precedenti: l’assenza di un tessuto sociale coeso nelle società africane e la loro precarietà economica, la seduzione delle economie occidentali, l’indefessa attività di soccorso delle organizzazioni umanitarie, la convinzione dei migranti, suffragata da ricorrenti eventi della cronaca quotidiana, che la prospettazione drammatica del proprio autoannientamento sia la migliore leva per ottenere l’agognato trasferimento sul suolo europeo; e infine il ruolo illegale e cinico dei trafficanti di esseri umani. E non è il caso di omettere, nell’enumerazione dei fattori elencati, la politica economica giugulatoria delle nazioni più opulente del pianeta, che con gli espedienti dell’accaparramento monopolistico delle risorse, del dumping, del controllo dei canali commerciali e del predominio nelle organizzazioni internazionali determinano un prelievo continuo di ricchezza reale dal terzo mondo, che se non è arginato da forti correttivi di natura politica, contribuisce a generare in quei paesi la diffusa convinzione che solo espatriando verso le regioni più ricche è possibile uscire da una condizione di grave precarietà economica. Se tutti questi fattori si coagulano nei medesimi frangenti della storia – che è quel che è cominciato ad accadere dalla fine del secolo scorso – ne risulta una miscela esplosiva il cui esito, la disperata migrazione che si registra ai nostri tempi, può essere motivo di profonda costernazione, non già di meraviglia! Per quanto ovvio, è il caso di precisare, per prevenire obiezioni precipitose, che l’interpretazione tentata in queste pagine del fenomeno migratorio non è applicabile ai casi in cui l’esodo è reso inevitabile da una situazione di guerra, come è nel caso della Siria o dello Yemen o dell’Afghanistan. Ma per il resto non vedo obiezioni possibili e posso pertanto riconfermarlo integralmente, sia pur con la riserva di.verificare se il prossimo futuro darà conferme definitive di quanto ipotizzatoò

 

Conclusione

Nel frattempo può ritenersi un provvisorio indizio di convalida quel che viene riferito a proposito di alcune iniziative delle autorità di paesi africani, ad esempio del Mali, consistenti in operazioni di propaganda intesa a dissuadere gli abitanti del paese dalla tentazione di abbandonare le loro terre e di emigrare prospettando non solo i rischi di un viaggio disagiato, ma anche l’inconsistenza illusoria di ogni progetto di emigrazione. Ciò confermerebbe, se vero, il sospetto qui sollevato che movente prioritario dell’emigrazione non sia solo una grave precarietà economica, ma anche una cieca irrealistica illusione che una volta che sia riuscito a raggiungere il suolo europeo, ciascuno avrebbe risolto d’un sol colpo tutti i suoi problemi economici, sociali ed esistenziali. Che è appunto l’effetto d’una operazione mediatica caratteristica delle strategie propagandistiche del libero mercato, particolarmente fruttuose se colpiscono comunità prive di una solida cutura nazionale.

Se poi una sorte meno matrigna fa talvolta comparire in siffatti paesi qualche mente non solo più lucida abbastanza da cogliere l’aberrazione del fenomeno migratorio, ma anche coraggiosa e abile quanto basta per mettere in atto progetti sociopolitici idonei a razionalizzare e rendere equa l’economia nazionale così da dissipare anche la semplice illusione di ogni migrazione, allora gli interessi del capitale internazionale d’investimento, non più liberi di agire senza intralci, si alleano con le sempre presenti aree locali di turbolenza politica, quando non addirittura tribale della società africana per rovesciare qualsiasi regime che osi contrastare le loro pretese. Il ruolo della ditta francese Areva, che riuscì a mettere un proprio uomo al vertice dello stato del Niger poco dopo un colpo di stato, è un esempio da manuale di tale pratica imperialistica nel settore dell’attività estrattiva dell’uranio africano. Se invece è nel nostro Occidente che qualcuno dei critici più avveduti del sistema imperante si azzarda a pronunciarsi contro l’afflusso indiscriminato di profughi denunciandone l’aberrazione politica, si mobilita prontamente uno stuolo di chierici di regime che provvedono a zittirlo accusandolo di voler negare l’eguaglianza di tutti gli esseri umani e il loro diritto a realizzare il proprio progetto di promozione sociale ovunque lo ritengano possibile o di loro gradimento. I principi più sacri del liberalismo sono manipolati per mascherare quella che si può definire a ragione la versione consumistica della società democratica. Una versione che da tempo ormai si presenta come una squallida residuale deriva della tradizione politica dell’attuale Occidente, stancamente legittimata dai paladini dell’universalismo, ossia d’un mito volutamente confuso perché destinato a contrabbandare un ben altro inconfessabile obiettivo, che è la cancellazione di qualsiasi netto confine nazionale o semplicemente culturale. Una cancellazione decisa dei contrassegni più distintivi delle configurazioni identitarie delle comunità umane è ritenuta indispensabile per demolire la loro compatezza politica e quindi renderle permeabili alle strategie delle oligarchie finanziarie. Una volta indebolito l’impianto politico, si riduce anche la possibilità di rivendicazioni future di qualsiasi diritto, che sarebbero d’intralcio alle aspettative di profitto e di potere delle lobbies transnazionali. Per raggiungere un simile risultato, nessun dispendio di risorse appare eccessivo. Quello che invece appare davvero singolare, è che un tale disegno eversivo dei diritti umani non sia affatto compreso, anzi sia vivamente sostenuto, per l’ingannevole vernice ‘umanitaria’ di cui sa rivestirsi, proprio da quelle componenti progressiste delle società occidentali che fin a ieri si erano adoperate strenuamente per la realizzazione dei più importanti diritti della persona. Tutti gli espedienti retorici più sofisticati sono adoperati per rappresentare come condotte di alto valore umanitario pratiche che invece sono messe in atto per distruggere con il comodo pretesto dell’apertura cosmopolitica delle frontiere le strutture nazionali che sono gli strumenti indispensabili per la concreta tutela dei diritti. Gli incauti eredi della sinistra storica non s’avvedono che con l’esibire un falso spirito di solidarietà, è messo tranquillamente in atto un disegno eversivo che ha come obiettivo di medio e/o lungo termine la procurata impossibilità di godere dei diritti, ossia un esito di fatto esattamente opposto a quello enfaticamente proclamato. Che è un evento di significato sostanzialmente ipocrita non del tutto nuovo nella storia. Se ne ebbe un inequivocabile precedente a proposito della carità evangelica: le nazioni che nell’età moderna hanno soggiogato in vari modi il cosiddetto terzo mondo, sono paradossalmente quelle che si sono presentate ovunque con la croce in una mano e la spada nell’altra. Oggi la voracità del profitto non punta più all’espansione territoriale, ormai saturata, ma all’incremento delle risorse finanziarie e per questo obiettivo ha bisogno di disporre di lavoratori a basso costo e di consumatori poco esigenti. Degli uni e degli altri non v’è possibilità alcuna in un sistema giuridico che si prefigge la tutela dei diritti secondo equità, che può essere solo un organismo costituito secondo un pactum unionis, ovvero uno stato nazionale che impegna reciprocamente un’autorità responsabile designata da una massa di cittadini destinatari della tutela giuridica. L’obiettivo naturale del potere finanziario è al contrario la demolizione di qualsiasi struttura statuale salvo quella deputata a tale opera di demolizione e a tale effetto il caos migratorio è un propedeutico efficacissimo in quanto immune da ogni facile critica se associato ad una retorica predicazione del dovere umanitario dell’accoglienza. Il tempo dei golpe dei colonnelli è trascorso da un bel pezzo e può sopravvivere solo in qualche paese africano. Oggi l’eversione immaginata e praticata nell’Occidente opulento e che vuole aumentare la sua opulenza, è molto più morbida e indiretta, ma non meno insidiosa:  non rovescia più governi legittimi con golpe militari, ma li esautora con il creare situazioni che ne intralcino il funzionamento per passarlo nelle mani di entità incontrollabili e irresponsabili. Per creare lo stato d’eccezione che accelera il verificarsi del voluto caos istituzionale, la destabilizzazione indotta con l’induzione dei flussi migratori è uno strumento ideale in quanto ha garantito finora il raggiungimento di due ulteriori obiettivi contemporaneamente: la creazione di un esercito di riserva per il mondo del lavoro e il giro d’affari alimentato con la spesa pubblica destinata all’accoglienza. Non si sarebbe potuto immaginare un modo più abile di ottimizzare il rendimento d’un fenomeno di tanta mole quale è l’attuale migrazione incontrollata verso l’Occidente.

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