Curiosità

Lettera al Presidente

3 ottobre 2018

Al Presidente della Repubblica Italiana

Sig. Presidente, ho letto con vivo interesse e assai apprezzato il discorso che Ella ha tenuto il 5 Settembre u.s. al convegno di Ariano Irpino dal titolo “Le Due Culture”. La Sua rappresentazione della naturale curiosità dell’uomo, dell’eterna ansia di conoscenza è stata semplice, ma efficace proprio perché priva di retorica. Essa ha stimolato una volta di più la mia riflessione sul tema della scienza, che per la verità è da tempo oggetto di miei modesti, ma impegnati studi; nel corso dei quali ho avuto occasione di rivendicare spesso il diritto alla libertà della ricerca scientifica e a qualsiasi posizione eterodossa in quanto condizioni imprescindibili del perfezionamento del sapere.

Orbene taluno mi ha voluto redarguire con l’avvertenza che al contrario l’assunzione di qualsiasi posizione dubbiosa o critica di fronte ai risultati della scienza oggi conosciuti equivarrebbe a uno scetticismo deteriore che non gioverebbe al progresso del sapere e ha creduto di trarre dalle parole del Suo recente discorso di Ariano Irpino la conferma di tale ammonimento, più esattamente dal passo in cui Ella mette in guardia dal nutrire diffidenza verso la scienza. Vano è stato il mio citare l’articolo 33 della vigente Costituzione (che al primo comma recita: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”) così come inutilmente ho rilevato che la diffidenza contro cui Ella ha messo in guardia, non è da ritenere riferita alla scienza come un corpus dottrinale storicamente determinato, che può un domani esser superato da una teoria più congrua, come spesso è accaduto nella storia, ma deve intendersi come rifiuto aprioristico della conoscenza quanto più esatta del reale, cui è possibile approssimarsi al meglio solo coniugando un’assimilazione corretta del sapere tramandato con un esercizio di libera critica. E’ del resto noto come ciò sia pienamente attestato nella storia: Galilei non fu ai suoi tempi considerato uomo di scienza dal potere dominante poiché osò scostarsi dalla tradizione del suo tempo e per tale ragione fu trattato come un pericoloso eretico. Anche nel nostro tempo è accaduto che clamorose novità scientifiche furono sulle prime rifiutate perché contrastanti con assunti di base della scienza del momento. Così capitò a Barbara Mc Clintock, premio Nobel per la scoperta dei geni trasposoni o a Lynn Margulis per la sua teoria dell’endosimbiosi solo per fare esempi recenti di forti contrasti tra concetti innovativi e le teorie allora dominanti; si trattò comunque di contrasti che alla fine sono stati risolti. Ma ci sono anche casi in cui perdurano tutt’oggi nel mondo della scienza controversie accanite che sembrano al momento insanabili. Si prenda ad esempio quella sulla natura dell’immunodeficienza acquisita (AIDS), per la quale la teoria oggi prevalente (prevalente nel senso puramente mediatico) propende per una sua natura infettiva, mentre un ampio fronte di dissidenti di minor potere mediatico, ma non in termini di prestigio scientifico, esclude qualsiasi capacità infettiva. E ad escludere l’esistenza di un agente patogeno infettivo specifico dell’AIDS è intervenuto anche un tribunale tedesco (a Dortmund, Repubblica Federale di Germania) con una sentenza del 15 Gennaio 2001, che addirittura condanna le autorità nazionali tedesche per aver permesso la vendita e l’utilizzo di test diagnostici e di terapie dai pesanti effetti collaterali in base a un’insostenibile perché non comprovata ipotesi infettiva. In Italia al contrario la magistratura ha condannato non molto tempo fa un giovane romano per aver infettato diverse donne con il virus HIV dell’AIDS. Quello che in Germania è dato per non vero, ossia l’esistenza e la capacità infettiva di un virus dell’immunodeficienza, è dato per vero nel nostro paese.

In base al principio logico di non contraddizione, uno dei due pronunciamenti giudiziari deve essere falso. Quale? Sarebbe arduo dubitare del responso della magistratura tedesca, che ha fondato il suo verdetto su un rapporto del celeberrimo Robert Koch Institut di Berlino, ossia dell’Istituto intitolato a un gigante della medicina delle malattie infettive.

Tanto per dire che se nemmeno mediante un accertamento giudiziario si riesce sempre ad accertare la verità effettiva, a maggior ragione si deve ammettere che il percorso della scienza non sia sempre lineare, sicuro e determinabile d’anticipo. Esso s’avvale invece dei contributi più disparati poiché si svolge secondo contrasti anche accaniti dall’esito imprevedibile al momento.

Non può perciò mai escludersi a priori che una odierna critica di teorie di ampio e consolidato prestigio trovi un domani piena conferma e quindi universale consenso. La scienza non può essere identificata con una dottrina determinata se non vuole scadere a un privilegio di casta. La scienza anche secondo il maggior epistemologo del ‘900, Karl Popper, è da intravedere nell’esito mai interamente prevedibile di una recioproca conflittualità tra teorie differenti che si contendono il consenso all’interno di una dialettica regolamentata secondo equità. Bisogna riconoscere, afferma Popper, che “l’ortodossia prodotta dalle mode intelletuali, dalla specializzazione e dall’appello alle autorità è la morte della conoscenza e che lo sviluppo di quest’ultima dipende interamente dal disaccordo” (da Karl Popper, Il Mito della Cornice, Bologna 1995, pag.8). Da quando la scienza occidenrale è entrata nell’era moderna caratterizzata dal valore dato alla ‘sensata esperienza’, vale il principio che l’emergere della verità è garantito non dall’ossequio alla dottrina dominante al presente, ma appunto da un paritario confronto di idee diverse assistito da un controllo empirico della realtà. Ne consegue che il sommo criterio della scienza in una società libera è l’equità nella considerazione di qualsivoglia posizione scientifica, sia che mostri ossequio alle teorie dominanti, sia che intenda confutarle.

Per tali ovvie ragioni mi appare, oltre che assurdo, anche irrispettoso nei riguardi del massimo garante delle norme dell’ordinamento costituzionale che taluno immagini di citare le parole di un discorso presidenziale per invocare una sorta di irreggimentazione del dibattio scientifico entro steccati predeterminati e immodificabili (il medesimo errore deplorava Galilei quando osservava che lo stesso Aristotele, ripetutamente invocato dai suoi detrattori, avrebbe convenuto con le sue proprie tesi, se avesse avuto conto dei nuovi dati scientifici disponibili nel XVII secolo).

Non starò pertanto a invocare una Sua precisazione su questo punto fondamentale della concezione moderna della scienza per replicare ai miei dogmatici interlocutori in quanto ogni precisazione di tal tenore dovrebbe apparire superflua a chiunque abbia ben presente l’impianto del nostro sistema costituzionale, secondo il quale la scienza è rigorosamente concepita come un’attività libera, quindi inclusiva di qualsiasi atteggiamento critico che s’attenga a criteri di equità e di reciproco rispetto. C’è però qualcosa che mette conto fare per diradare le ampie zone di immobilismo scientifico quando non di sterile dogmatismo che alligna nella società attuale e l’idea di questo qualcosa mi è stata suggerita da una gradita sorpresa che il panorama scientifico italiano offre da qualche tempo e così fa in un ambito particolarmente sensibile alla problematica in discorso, quello medico. Voglio riferirmi alla straordinaria e felice esperienza professionale del dottore in medicina Pietro Mozzi di Bobbio (provincia di Piacenza), che praticando una medicina naturale imperniata sulla distinzione del gruppo sanguigno dei pazienti, è in grado di curare col minimo costo patologie per le quali la medicina tradizionale impiega risorse sicuramente assai più dispendiose e spesso con tempi di cura più lunghi. Io stesso ho potuto verificarne l’efficacia terapeutica e comunque i resoconti dati da tutti colori che ne hanno tratto reali benefici, disponibili nella rete, attestano che siamo di fronte a una notevole e lusinghiera novità scientifica presente nel nostro paese; la quale, pur adottando principi e metodi differenti da quelli protocollari del servizio sanitario nazionale, realizza un beneficio inestimabile per la collettività senza tuttavia derogare dagli assunti fondamentali della scienza moderna.

L’idea che a seguito delle predette considerazioni è allora spontaneamente sorta nella mia mente e che mi permetto di sottoporre alla Sua attenzione, è che l’ammirevole impegno professionale e umano del dottor Pietro Mozzi potrebbe e dovrebbe ricevere un riconoscimento istituzionale, che avrebbe il duplice effetto da un lato di premiare una lodevolissima attività, la quale ha avuto per lo meno il pregio di liberare il servizio sanitario pubblico da considerevole aggravio di spesa; dall’altro lato si attesterebbe la piena legittimità di una pratica scientifica diversa da quelle protocollari e tuttavia pur sempre ricompresa nella categoria della cosiddetta medicina basata sui risultati di reale efficacia (in inglese la cosiddetta evidence based medicine); e ciò fornirebbe un ottimo suggello al principio di equità che nell’era moderna dovrebbe regolare i diversi indirizzi dell’attività scientifica.

Non v’è dubbio infatti che la pratica terapeutica suggerita dal dotto Pietro Mozzi può vantare evidenze di reale efficacia, che sarebbe ingiustificato negare solo perché non sono spiegabili secondo i canoni delle terapie prescritte dalle istituzioni pubbliche. Non starò nella presente occasione ad illustrare in dettaglio le precise ragioni secondo cui tale esperienza professionale deve ritenersi dotata dei requisiti propri di un genuino procedimento scientifico, ma assicuro che lo farò del tutto volentieri se me se ne chiederà conto. Non vedo pertanto alcuna seria obiezione alla proposta di conferire al citato medico un riconoscimento istituzionale, sulle modalità del quale Ella, Signor Presidente, saprebbe di sicuro trovare la più opportuna formulazione. Vi vedrei al contrario un atto di reale giustizia a fronte dei meriti maturati dal predetto medico per le ragioni suesposte, nonché un pronunciamento utile a comprovare anche ai più dogmatici che la Repubblica apre i suoi ranghi a tutti coloro che s’impegnano con onestà e concreti effetti positivi nell’attività scientifica anche se tentano vie inesplorate, differenti da quelle di consolidato seguito.

Tale è dunque, Signor Presidente, la preghiera che Le rivolgo al fine di valorizzare i migliori meriti scientifici rinvenibili nel nostro paese: un riconoscimento istituzionale dell’attività pregevole del dottor Pietro Mozzi di Bobbio. Se come eredi della cultura classica o dell’età rinascimentale noi tutti dobbiamo porre a nostro modello l’Ulisse omerico o ’l’Ulisse dantesco, che sono figure letterarie create a modello della sete di conoscenza propria dell’uomo, a maggior ragione dovremmo tributare onore a chi, nel tentare vie diverse della conoscenza, riesce a ridonare la salute-con un rapporto tra costi e benefici straordinariamente favorevole e contribuisce egregiamente al progresso del sapere più con la sua intelligenza che con la sola disponibilità di cospicue risorse economiche.

Non so dire se il dottor Mozzi, assai modesto e schivo di onori, si troverebbe d’accordo con questa mia proposta. Sono però sicuro che qualsiasi impegno mostrato in tal senso dalla massima istituzione della Repubblica avrebbe il significato di una chiara attestazione della libertà della ricerca scientifica molto più convincente di molte generiche dichiarazioni verbali; e ciò costituirebbe un atto di particolare saggezza e lungimiranza, del quale, nel presente momento, sembra esserci speciale bisogno.

Confido con questa mia di averLe inviato una segnalazione di speciali meriti scientifici degna di qualche attenzione e nel rinnovarLe i migliori sensi della mia stima per la sensibilità che Ella ha mostrata per le prospettive e le fortune della scienza e della cultura di questo paese, porgo i migliori ossequi,

Fabrizio Iommi
Fermo, li 18 Settembre 2018

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