Interpretazioni

Ominicchi e Chierici di Regime

9 ottobre 2018

Ominicchi e Chierici di regime
Commento delle reazioni pubbliche al bombardamento occidentale della Siria
Di due tipi ci appaiono le reazioni più indicative ai recenti lanci di missili contro obiettivi siriani, reazioni che si possono catalogare da un lato come comportamenti da ominicchi nel senso che a tale termine dava Sciascia, il quale l’attingeva dal gergo della mafia per significare chi non ha il coraggio di assumere posizioni chiare e decise sia nel bene che nel male; e dall’altro lato come comportamenti da chierici di regime, ossia di chi. per incensare il potere dominante, si sente portato a pontificare in tono cattedratico con speciose argomentazioni pseudogiuridiche intese a far digerire all’opinione pubblica azioni poco commendevoli o addirittura illecite di quello stesso potere.
Ed infatti a cospetto di un’impresa tanto ridicola quanto scellerata come quella dell’attacco missilistico alla Siria del 13 Aprile i due tipi di reazioni poc’anzi descritti sono perfettamente incarnati da due pronunciamenti esemplari. Il primo, quello da ominicchi, è del capo del governo italiano Gentiloni, che da un lato non ha la spregiudicatezza di violare la costituzione del proprio paese partecipando alla criminale impresa ‘degli alleati’, in quanto esplicitamente vietata dall’art.11 – e da ciò si può trarre un qualche sollievo – ma d’altro canto non mostra il coraggio morale e la saldezza politica per definire quest’impresa degli alleati per quello che essa è obiettivamente, come egli dovrebbe fare per coerenza intellettuale, ossia un atto criminale in quanto compiuto in lesione di un dovere come quello di conservare la pace nel mondo astenendosi da qualsiasi atto di aggressione. Ed anzi al contrario si fa premura di precisare che si è trattato di un’azione militare ‘motivata’. Di qui la sua indubitabile veste di ominicchio, perché delle due l’una: o si tratta effettivamente di un’impresa giuridicamente motivata, come inopinatamente asserito – e allora non avrebbe dovuto rifiutare l’adesione ad essa dell’ Italia in quanto paese alleato; oppure si tratta di un’impresa immotivata, quindi criminale trattandosi pur sempre di un’aggressione – e allora avrebbe dovuto, oltre a escludere la partecipazione del nostro paese, anche denunciarla appunto come illecita in quanto lesiva di un bene giuridico come la pace mondiale, che il diritto internazionale prescrive come dovere universale inderogabile. Ominicchio è colui che, come già detto, per timore di contraccolpi indesiderati, per tranquillità di vita preferisce la viltà dei compromessi indecorosi anche a costo di incappare in contraddizioni manifeste, come appunto ha mostrato di fare Gentiloni per non scontentare all’estero il potente alleato d’oltre Atlantico senza tuttavia rischiare di essere tacciato all’interno come un trasgressore del dettato costituzionale. Insomma un tirare a campare degno più di sensale di bassa lega che di uno statista.
Il secondo tipo di reazioni, quello definito caratteristico dei chierici di regime, è invece incarnato dal giurista Sabino Cassese, che dalle colonne del Corriere della Sera del 15 Aprile s’adopera gesuiticamente a giustificare in qualche confuso modo la scellerata aggressione occidentale di due giorni prima accampando argomenti di valore asseritamente giuridico. Vale la pena chiosarlo in dettaglio. Anzitutto esordisce con un postulato gratuito, ovvero che il regime di Assad è tradizionalmente responsabile di oppressione delle minoranze e bisogna quindi mettergli un freno. E’ un postulato gratuito nel senso che non è affatto certa la colpevolezza del regime in ordine a questo punto, almeno non tanto da arrivare a una reazione come un intervento militare; esiste una versione antitetica che asserisce essere stata fin dall’inizio l’opposizione ad Assad il risultato di una sobillazione occidentale intesa a rovesciare quel regime per destabilizzare la regione e compiacere a Israele. In tal caso a ricevere una solenne censura dovrebbero essere i governi occidentali responsabili di tale illecita interferenza. E’ forse il caso di ricordare che ad affermare decisamente questa seconda versione con dovizia di riscontri obiettivi e documenti, fu niente meno che un noto rappresentante della dinastia Kennedy, nipote del presidente assassinato a Dallas, autore in tal senso di un esplicito articolo apparso nel Febbraio del 2016 sul periodico statunitense Politikon. Sarebbe allora il caso di chiedere al giurista Cassese per quale illuminazione divina è stato egli reso edotto che la versione veritiera fosse quella USA o inglese al punto di dare per scontata la legittimità del bombardamento contro le forze del legittimo governo siriano e non invece la versione di John Kennedy o del governo russo. In ogni caso, l’argomento giustificativo da lui adoperato insinuando una repressione illegittima della dissidenza siriana, che sarebbe stato giusto difendere contro il regime di Assad, può suscitare solo una sonora risata se lo si confronta con gli ottimi rapporti diplomatici e di affari intrattenuti dall’Occidente con il regime saudita, il quale, quanto a scarsa tolleranza, non solo è altrettanto intollerante con l’opposizione interna, ma non si fa scrupolo di abbattere con la violenza armata i propri oppositori addirittura oltre i propri confini, come sta facendo brutalmente nel vicino Yemen con il più totale avallo occidentale, anzi con le armi generosamente fornitegli dallo stesso Occidente ‘democratico’.
Ma prosegue il commento di Cassese menzionando le due precise ragioni che a suo avviso giustificherebbero l’intervento armato. La prima è singolare, perché si riferisce al fatto che il governo siriano sottoscrisse a suo tempo la convenzione per il bando delle armi chimiche. Singolare perché se ne sarebbe dovuta trarre l’opposta conclusione di una disponibilità di quel governo al rispetto degli impegni internazionali presi, avendoli sottoscritti, salvo il caso di una comprovata violazione. Su quest’ultimo punto e sulle sue relative prove però Cassese non si sofferma minimamente, poiché di tutta evidenza gli bastano le affermazioni degli ‘alleati’ circa la responsabilità di Bashar al Assad di aver usato armi chimiche contro i suoi oppositori; in altre parole gli basta sul punto quella che Giuliana Sgrena ha definito una ‘autocertificazione di Macron o di Trump’ (così nel suo articolo apparso sul Manifesto del 15.04), ossia la certificazione di una qualsiasi delle parti interessate al conflitto. E’ come se in una causa intentata da un querelante contro un suo avversario, il querelante si sedesse al posto del giudice e sentenziasse in luogo di questi a proprio favore! Le tre nazioni occidentali autrici della bella impresa si sono insomma erette a parte, poliziotto, giudice e esecutore della sentenza finale della controversa questione, avendo rilevato la violazione senza stare sul posto; accertato la responsabilità non si sa con quali mezzi, deciso la punizione nelle loro segrete stanze e irrogato la sanzione in forza del loro predominio militare. Una conclusione davvero pregiata, che non si comprende come possa essere fatta propria da un fine giurista come Cassese; Il quale però su questo stesso punto commette un altro grave errore, che è davvero imperdonabile per un giurista, quello di prescindere completamente dal principio di affidarsi ai precedenti nei casi dubbi. Ebbene come si può oggi credere alle affermazioni di colpevolezza del regime siriano pronunciate dal governo inglese o statunitense dopo l’episodio ben noto di Colin Powell che per provare la presenza in Iraq di armi di distruzione di massa e così convincere della necessità della guerra, si presentò al Congresso USA con una fiala di antrace tarocca tra le mani? Oppure dopo la scusa addotta da Macron a Putin di non poter fornire la richiesta prova dell’uso di gas letali da parte di Assad, trattandosi di un segreto di stato? Non occorre un’acculturazione particolare o una conoscenza giuridica speciale per giudicare simili sceneggiate parti di un copione oramai noto e consunto. E che sia stata proprio tutta una sceneggiata, lo dimostra l’episodio stesso del bombardamento missilistico, perché delle due l’una: o l’obiettivo furono veramente siti di stoccaggio pieni di gas letali e allora si sarebbe trattato di un atto criminale perché la loro distruzione avrebbe comportato la diffusione di quegli stessi gas nell’ambiente circostante con effetti devastanti su quella stessa popolazione civile che ci si riprometteva di difendere dalle armi chimiche del regime. Oppure si trattava di siti ormai svuotati e innocui (così come sostenuto dal governo siriano) e allora l’attacco missilistico non poteva avere lo scopo di distruggere armi chimiche del regime vietate dall’ordinamento internazionale, come asserito, ma solo quello di mostrare i muscoli a scopo intimidatorio. Che però il diritto internazionale considera una provocazione illecita.
La seconda ragione addotta da Sabino Cassese per dare una giustificazione giuridica alla scellerata impresa occidentale, è ancor più disastrata sia sul piano morale che intellettivo. Si tratta di una ragione umanitaria, ossia della stessa natura di quelle addotte a sostegno di precedenti imprese altrettanto scellerate come l’occupazione dell’Iraq o dell’Afghanistan e già questa comunanza di esiti dovrebbe dirla lunga quanto al concetto di ‘umanitario’ avanzato da Cassese, ma vale comunque la pena andare fin in fondo al suo ragionamento. Egli sostiene che dopo il 2000 è invalso il principio del diritto/dovere della ‘responsabilità di proteggere’ la popolazione mondiale da genocidi e da crimini contro l’umanità. Ottima intenzione senza dubbio. Senonché quando ad assumersi siffatta responsabilità sono paesi come gli Stati Uniti, o paesi Nato come la Gran Bretagna o la Francia, si apre un bel problema. Anzitutto sul piano morale, poiché è difficile da digerire il fatto che a ripristinare la ‘umanità’ nei comportamenti degli stati debba provvedere un governo come quello USA che ha irrorato a suo tempo la campagna vietnamita con quintali di agente orange, un erbicida responsabile della nascita di migliaia di bambini deformi o malati incurabili; che ha avvelenato mezzo Iraq o mezza Serbia con l’uranio impoverito; che ha trasformato l’Afghanistan occupato nel maggior produttore di oppio al mondo dopo che il precedente governo talibano ne aveva drasticamente ridotto la produzione. Tutte grandi imprese ‘umanitarie’, non c’è che dire, dopo le quali affidare agli stessi governi missioni ancora ‘umanitarie’, sarebbe come dare ai picciotti della mafia il controllo poliziesco della società civile in luogo della polizia di stato. Ma il presunto diritto ‘umanitario’ escogitato da Cassese gli doveva apparire insostenibile anche sul piano intellettivo, ossia già solo da un punto di vista teorico e prescindendo dalla negativa storia delle pessime imprese dell’Occidente nel recente passato e quindi in via generale. Ed infatti anche chi è preso da sincero sdegno per qualsiasi notizia di possibili scelleratezze di governi tirannici, non può non porsi il seguente interrogativo: quale potrà essere l’autorità deputata a reprimere tali abusi? La platea internazionale annovera soggetti statali su un piano di parità in quanto tutti parimenti sovrani, come già riconosceva e dichiarava in termini impeccabili Immanuel Kant (in Per la pace perpetua) “… tra due stati non si può pensare a nessuna guerra punitiva, dato che fra di essi non ha luogo alcun rapporto di superiore e subordinato.”.
Non esiste secondo il vigente diritto internazionale una gerarchia tra stati tale che qualcuno di essi possa legittimamente ergersi a dominus di altri. Sono tutti egualmente sovrani. Se tuttavia ciò accade, può accadere non a seguito di una norma giuridica, quindi secondo giustizia, ma soltanto come conseguenza del possesso d’una maggiore forza militare, che potrebbe dare allo stato più potente la possibilità concreta di imporre ad altri il proprio volere, ma non una legittimazione di qualche valore giuridico. Si avrebbe allora soltanto l’esercizio di un dominio imperiale privo di qualsiasi giustificazione, quindi incapace di assicurare effettivamente la giustizia e il diritto. E tutto ciò il nostro giurista l’avrebbe dovuto e potuto ammettere da solo avendo mostrato di avere ben colto i termini essenziali della complessa questione. Quando infatti egli riconosce che “la globalizzazione è un fenomeno composito; va oltre gli stati, ma si serve degli stati” mostra di essersi reso conto che oltre ai singoli stati non v’è un’entità superiore posta in veste di controllo degli stessi e avrebbe perciò dovuto concludere che nessun sindacato sull’operato dei singoli governi potrebbe essere preteso da qualcuno sulla base della sola sua maggiore forza. Ed invece conclude che, mancando tale entità superiore, quel compito di controllo e di censura se lo possono attribuire autonomamente i singoli stati e non si rende conto che così facendo, può ben accadere che più stati sovrani si contendano tutti tale prerogativa con grave pregiudizio per la pace mondiale. Che è quel che appunto si sta verificando ora con il grave contrasto tra l’Occidente interventista da un lato e la Russia e la Cina dall’altro. Del resto che si stia in una situazione di obbligata astensione, lo dimostra l’impotenza dell’ONU di fronte a crisi come quella in atto. Se nemmeno l’ONU, che pure è in qualche modo sovraordinata rispetto ai singoli stati, riesce a dare una veste di legittimazione a possibili interventi ‘umanitari’, come è pensabile che pretendano di farlo singoli stati? E sulla base di quali principi e criteri? Quelli che ognuno si potrebbe prescrivere da solo e di cui si dichiarasse unico interprete? Anche un bambino capirebbe a questo punto quale sarebbe l’esito inevitabile: il prevalere del più forte, non già la vittoria del diritto, che solo un’autorità indipendente può accertare.
Dunque non v’è soluzione al problema e bisogna accettare l’eventualità che siano commessi crimini contro l’umanità e che rimangano impuniti? Posta in questi termini la domanda è tendenziosa e quindi ingannevole, perché tende a legittimare le pulsioni imperialistiche del più forte facendo leva sul desiderio, naturale in ogni essere umano, di prevenire disastri irreparabili per l’umanità. La risposta corretta è allora la seguente: che è sempre auspicabile, finché possibile, impedire abusi di ogni sorta in danno del prossimo, ma contenendo in ogni caso l’intervento oppositivo in limiti che comportino un costo in termini di sofferenza del prossimo non superiore a quella che si vorrebbe scongiurare. Se per abbattere un regime tirannico come quello di Saddam Hussein si son dovuti contare decine di migliaia di morti e la distruzione di un’intero paese, sarebbe stato molto meglio lo status quo vigente sotto il tiranno Saddam Hussein anche se sgradito. A volte, anzi per lo più, è mirando a un risultato ambizioso che si producono disastri irreparabili, come dice anche la saggezza popolare con il detto che il meglio è nemico del bene. L’interventismo umanitario corre perciò lo stesso rischio che ha l’esportazione militare della democrazia, del cui esito disastroso la storia recente ha dato vistosi e convincenti esempi. E la ragione di ciò la si può ancor meglio comprendere guardando la questione sotto un altro profilo, quello della capacità di rendere giustizia ad un livello internazionale, che è una capacità giudicata dal diritto tradizionale pari a zero. La ragione è che perché sia resa giustizia, qualunque sia l’occasione, occorrono tre requisiti presenti nella persona del giudice preposto al giudizio da rendere, la sua terzietà, la sua competenza giuridica e un’autorità istituzionalmente riconosciutagli indispensabile per rendere esecutiva ogni decisione che da lui venga presa. Ebbene in nessun caso questi tre requisiti possono sussistere insieme in capo a un qualche soggetto della comunità internazionale, nella quale nessun elemento è veramente terzo nei confronti degli altri, né esiste un ordinamento universale sufficiente a istituire su basi giuridicamente acconce un’rautorità mondiale riconosciuta. Tale insuperabile lacuna è ammessa dallo stesso Cassese quando riconosce che anche ‘complessi regimi ultrastatali’ debbono valersi dei singoli stati “per dare esecuzione a regole che non avrebbero la forza di imporre”. E con ciò si torna pertanto a dover  far affidamento sugli stati nazionali, che però, per le ragioni anzidette, sono incapaci di garantire l’amministrazione della giustizia nei rapporti reciproci. La vecchia conclusione che, non sussistendo un vero organo di giustizia internazionale, l’unica soluzione rimane l’astensione dei governi da ogni pretesa di dirimere le controversie internazionali con l’uso della forza (come appunto recita il nostro articolo 11), resta pertanto tutt’oggi una conclusione valida e insostituibile. La fantomatica invenzione di un presunto ‘diritto umanitario’ escogitato da Sabino Cassese per dare qualche lustro e pregio giuridico alla pretesa delle attuali maggiori potenze militari di dettar legge a livello internazionale con il pretesto di impedire crimini contro l’umanità, resta un misero espediente privo di qualsiasi pregio perché manchevole di adeguata fondazione teorica. Perché si possa parlare di una vera e propria tradizione giuridica innovativa come quella ipotizzata da Cassese con la solenne denominazione di ‘diritto umanitario’, di cui indica addirittura la data di nascita nell’anno 2000, non basta una pretesa di fatto avanzata da qualche potenza politica o militare del momento che la ritenga congrua con i propri interessi strategici o le proprie mire imperiali. Occorre soprattutto, se non esclusivamente, un’elaborazione teorica di quella pretesa che ne mostri il fondamento giuridico attingendo a principi generali. Che è ciò che, per le ragioni poc’anzi espresse, manca vistosamente nonostante la perentoria attestazione di Cassese. L’idea di un fantomatico diritto ‘umanitario’, esiste solo nella volontà di potenza di qualche odierna nazione di rilievo mondiale o regionale, un’idea finora mai sedimentata in un’elaborazione teorica di provetti giuristi.
E tuttavia la tentazione di aggredire unilateralmente altre nazioni per l’ancestrale politica di potenza propria dell’intero passato della storia dell’Occidente non è per questo venuta meno, soprattutto da parte di nazioni armate fin ai denti come sono oggi gli USA; le quali però, pur non rinunciando alla pretesa di soddisfare la propria volontà di dominio incontrastato abbattendo regimi non ossequienti o comunque sgraditi, vogliono però distinguersi in un qualche modo, per sole ragioni di prudente propaganda, dai regimi totalitari del ‘900. E allora adottano, nella loro politica di aggressione, metodi alternativi meno scoperti, più subdoli così da evitare la condanna della platea internazionale per violazione della pace o del diritto vigente. L’avversione alla pace e la pulsione aggressiva insomma non sono per nulla venute meno con l’avvento del terzo millennio; hanno solo cambiato i panni adeguandosi ai tempi nuovi successivi al terribili regimi antidemocratici del XX secolo, regimi di una violenza allora troppo evidente e quindi destinata nel lungo termine a non reggere di fronte a un sempre possibile e perciò pericoloso dissenso pubblico interno ed esterno (tale fu anche l’insegnamento fornito dalla triste esperienza della guerra in Vietnam). Oggi si osserva così un modo apparentemente mite di metter mano all’eversione internazionale ed è doveroso prender atto di questo nuovo modo, Occorre insomma prender atto che alla politica violenta di potenza dei regimi fascista e nazista subentra oggi una via all’eversione internazionale apparentemente lodevole, assai camuffata perché non fa la voce grossa del nazionalismo militarista o del delirio razzista, ma ciò nonostante è altrettanto pericolosa e al momento presente assai più efficace di qualsiasi residuo rigurgito fascista o di un qualunque tentativo di colonnelli golpisti, oggi del tutto improbabile. Anzi si presenta con un volto assai accattivante, appunto con il volto dei diritti umani o la preoccupazione di salvaguardare il rispetto delle convenzioni sulle armi di distruzione di massa. Di qui il bisogno che hanno le potenze militari di oggi di disporre di una qualche argomentazione giuridica quale che sia, che valga come comodo lasciapassare per le loro pulsioni aggressive; ebbene l’articolo di Sabino Cassese è un tentativo di fornire questo lasciapassare. Ma a quale prezzo? Al prezzo di un postulato iniziale (un’intollerabile grave persecuzione dell’opposizione politica siriana) copiato di sana pianta dalla versione statunitense senza alcuna verifica o esame critico. A ciò s’aggiunge l’ulteriore presunta certezza circa l’uso di gas senza badare che così dicendo si prescinde dal pur necessario criterio del cui prodest del presunto attacco chimico, anche questo un elemento giuridicamente assai rilevante, in forza del quale si sarebbe dovuto probabilisticamente attribuire agli insorti il ricorso ad armi chimiche come ultima risorsa in quanto sull’orlo della disfatta e non alle truppe lealiste, che erano in vista della vittoria finale. Il commento di Sabino Cassese prosegue mostrando poi di Ignorare i precedenti falsi motivi della guerra irachena, anche questo un elemento determinante per la giurisprudenza. Immagina infine la comparsa di un presunto diritto d’intervento umanitario tale da giustificare l’intervento, che però esiste solo nella mente proterva dei governi occidentali, i quali senza alcun avallo ONU si sono attribuiti il compito di poliziotti mondiali, il cui ruolo ha dato in recentissimi precedenti storici esiti disastrosi (così in Libia, Somalia, Afghanistan, etc.).
Ognuno di tali non liquet basterebbe da solo ad inficiare la validità della argomentazione giustificativa espressa. Un segno di pressappochismo? Non necessariamente, considerata la statura professionale dell’Autore. Trattasi piuttosto del sintomo d’una evidente sensibilità agli idola fori di certa cultura politica, ossia della difficoltà di sottrarsi al fascino del mito dell’Occidente democratico, garante dei diritti, illuminato e sempre ligio all’ortodossia internazionale, anche quando è colto con le mani nella marmellata come è accaduto a Colin Powell con la sua falsa fialetta di antrace o al governo inglese sbugiardato dall’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche sul punto della sicura responsabilità russa nell’avvelenamento della ex spia Skripal e di sua figlia. Davvero una farsa senza fine e senza ritegno. Bene ha fatto perciò il Comitato Nazionale ANPI a pronunciarsi con il suo comunicato del 14 Aprile, nel quale indica i termini precisi per i quali l’intervento missilistico del 13 u.s. deve essere condannato come attentato alla pace. Ancora una volta non è dalla distorta opinione di commentatori tecnici del diritto, anche prestigiosi, che si ottiene la giusta valutazione degli eventi internazionali, ma dalle osservazioni misurate, eppure ferme e ben fondate di un’associazione politica come l’ANPI, custode della più autentica tradizione italiana dell’antifascismo.

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