Recensioni

Proposte di cosmopolitismo

1 ottobre 2018

Stranieri Residenti  di Donatella Di Cesare, Bollati Boringhieri 2017.

La Società Cosmopolita  di Ulrich Beck,  Il Mulino 2017.

I tentativi di fondare in maniera legittima situazioni cosmopolitiche mediante la decostruzione di organismi statali o nazionali sono di questi tempi sempre più numerosi e si dividono in due grandi famiglie. Una prima, più radicale, consiste nel predicare insistentemente e – si potrebbe dire – irresponsabilmente una semplice anomia in ogni ambito della realtà sociale, dall’economia alla sessualità, dalla politica all’arte, dalla morale alla stessa manipolazione tecnica della natura. Per la radicalità di tale furore iconoclasta si dovrebbe pensare di essere di fronte a una manifestazione tendenzialmente patologica in quanto deprivata di un qualsiasi ragionevole criterio che giustifichi il venir meno di ogni regola e ciò l’accomuna a una regressione psichica di tipo schizoide. Di un siffatto furore iconoclasta l’opera di Ulrich Beck, La Società Cosmopolita, è un esempio chiarissimo.

La seconda famiglia dei tentativi del tempo presente di legittimare il cosmopolitismo consiste nel rifiutare qualsiasi organizzazione politica in quanto incompatibile con i diritti umani e nel sostituirla con una sorta di vago, generico appello a una solidarietà di tipo clientelare e in tal caso la parola d’ordine è quella dell’accoglienza. Bisognerebbe aprire le porte e le frontiere a chiunque si presenti all’ingresso dei propri confini. Siamo di fronte, in tal caso, a una sostituzione del tradizionale metodo politico di aggregazione democratica – una comunità si organizza autonomamente adunando i propri individui che deliberano in modo paritario – con la prospettiva solidaristica cattolico-clientelare– si apra la porta a chi ha fame, si porti aiuto a chi è povero, diseredato, disperato. Per convincere della bontà, anzi della necessità di tale soluzione spontaneistica si caricano i toni della descrizione dei bisogni dei poveri della terra per stimolare la pietà e vincere quello che è considerato e stigmatizzato come egoismo deteriore. Si tratta d’una riedizione dell’annuncio cristiano con cui si sgombera di nuovo il campo da qualsivoglia principio politico di riflessione e costruzione della vita associata. Di tale indirizzo di decostruzione invalso nell’età moderna il lavoro di Donatella Di Cesare Stranieri Residenti è forse l’esempio più insigne. Ne è evidente sintomo il fatto che nel corso di interi capitoli l’autrice si spende nel dipingere a tinte fosche la grettezza e mancanza di altruismo in ogni affermazione di statualità per il solo fatto che ogni formazione statuale implica l’instaurazione di frontiere, di confini da opporre allo straniero. Questo semplice elemento della configurazione per stati differenti della platea umana rappresenta per la Di Cesare la negazione dei diritti dell’uomo. L’effetto politico caratteristico della prima modernità è stato per questa autrice “l’imprigionamento dei popoli negli Stati.nazione” (pag.159). E’ da ciò evidente che anche questa studiosa cade nell’errore fatale di materializzare i diritti come se fossero entità a sé stanti capaci di esistere indipendentemente da una fonte d’autorità che li formuli in astratto e li realizzi in concreto; e se ne deduce, per la verità senza alcuna necessità logica, che la funzione regolatrice e autoritativa dello Stato sarebbe soprattutto distruttiva dei diritti anziché una garanzia degli stessi. Una volta commesso questo errore, qualsiasi difficoltà nel riconoscimento effettivo dei diritti individuali viene necessariamente addebitata alla chiusura egoistica dell’animo umano sul piano individuale e a una sorta di regressione nazionalistica sul piano collettivo, anziché al fatto, pur fin troppo evidente, che se si abolisce qualsiasi impalcatura politica che irreggimenti la società in forme stabili e condivise, i diritti non hanno più alcuna possibilità di essere realizzati dal momento che, come già osservato, non sono entità autonome in grado di autorealizzarsi. Autori come Beck e Di Cesare si affannano pertanto a piangere sui mali umani che conseguono alla perdita o all’impossibilità di garantire i diritti senza avvertire che è il loro stesso programma a generare quel disastro. Si illudono di porvi rimedio in realtà incrementandone le cause, che essi mostrano di ignorare completamente. E’ impressionante osservare con quale disinvoltura un’autrice come Donatella Di Cesare deplora la crescente povertà e disuguglianza riscontrabile oggidì in tutto il mondo a motivo della debordante globalizzazione di fine secolo, ossia al venir meno del ruolo regolatore delle strutture statuali e nello stesso tempo lancia strali continui contro ogni configurazione statuale e la stessa sovranità degli stati. Ritorna nei suoi tratti essenziali l’errore fatale della rivoluzione cristiana, ossia la sostituzione di qualsiasi progettazione politica formale con una generica sollecitazione di atteggiamenti sentimentali ispirati alla carità e alla solidarietà, che in forza del fenomeno dell’eterogenesi dei fini produce un effetto esattamente contrario a quello predicato. Come già accaduto in occasione della rivoluzione operata dal Vangelo, ogni volta che ci si illude di ovviare alla hubris umana con un appello ai buoni sentimenti, in tal modo si lascia libero corso, pur inconsapevolmente, a tutte le più violente pulsioni di appropriazione e prevaricazione che la natura umana ha la possibilità di esprimere quando si vede mancare un qualsiasi freno reale posto da una pubblica autorità. Ci si rifugia nell’illusione che il bene, insistentemente predicato, vinca spontaneamente il male; che l’amore prevalga sull’odio e la solidarietà sull’egoismo come predicava nel I secolo Paolo di Tarso, ovvero che tutto si giuochi nell’interazione tra i diversi sentimenti umani e non già solo in virtù d’una attenta riflessione sugli interessi in contrasto valutati secondo giustizia e sulle strutture politiche più atte a regolamentarli, un compito che presuppone un calcolo giuridico appropriato e non vaghe apologie moraleggianti. Un altro aspetto non meno regressivo e residuo di ben altri tempi è la contrapposizione di due fattispecie umane, i possidenti e i fortunati da un lato e gli sfortunati e derelitti dall’altro. Tutto allora si giuoca sulla capacità di convincere i primi a scendere dai loro scranni per alleviare le sofferenze dei secondi e dividere con essi il proprio pane. Lo stile usato per svolgere in questa seconda famiglia di tentativi teorici l’apologia di un’etica cosmopolitica è sempre lo stesso, un perfetto sintomo della loro valenza regressiva. In buona sostanza non si fa altro che sollecitare l’indignazione del lettore con la descrizione della sofferenza dei migranti, ma senza mai addentrarsi né nelle cause vere dei deplorati fenomeni migratori, né nella ipotetica prospettazione delle soluzioni che il problema è suscettibile di ricevere. La captatio benevolentiae del lettore è tentata con una generica e alla fine stucchevole intensificazione di appelli morali che, come accade in ogni riduzione dei problemi a descrizioni puramente retoriche, che fanno appello ai sentimenti anziché alla logica, non è in grado in definitiva di suscitare idee per soluzioni operative concrete. L’illusione sentimentale dell’amore cristiano, che la storia ha mostrata del tutto infeconda sulla scena politica fin dall’alto medioevo e che una riflessione più accorta aveva sostituita con le prime teorizzazioni politiche di Marsilio da Padova, di Macchiavelli, riemerge in questo revival di cosmopolitismo del XXI secolo e dovrebbe costituire un serio oggetto di riflessione per gli studiosi del tempo presente.
Quando poi la Di Cesare mostra di indugiare, intercalando con considerazioni più formali il suo caleidoscopico elenco di recriminazioni, su qualche fatto di maggior interesse ai fini di un più dettagliato inquadramento del problema, allora incappa facilmente in patenti contraddizioni. Così a pag.166 afferma che l’essere nel mondo “non vuol dire stare dentro il mondo, occupare un posto, ma implica una relazione che si manifesta nel soggiornare presso il mondo in uno stretto nesso di intimità”; da cui siamo indotti a dedurre che l’esistenza umana tende a privilegiare come luogo della propria dimora non un luogo qualunque, ma quello che conserva un’aura di familiarità con l’essere che vi abita. Senonché alla pagina seguente si legge la seguente affermazione di senso esattamente opposto: “Abitare vuol dire migrare”, ossia avviarsi a quella peregrinazione che anche in tutto il resto dell’opera è deplorata come perdita di qualsiasi intimità o familiarità. Quale congruenza possa mai intravedersi tra due accezioni così nettamente contrapposte, l’intimità del proprio focolare e l’estraniazione dell’esilio, è ben difficile immaginare. Ma un procedere contraddittorio è ravvisabile in senso generale in tutta la sua opera, che giuoca in modi altrettanto inspiegabilmente ambivalenti con due connotazioni opposte del fenomeno migratorio. In prima battuta lo si presenta come la peggiore iattura del tempo presente, sintomo della cattiveria o grettezza dell’umana natura; in un secondo momento esso viene ad acquistare il pregio di un carattere distintivo dell’umana natura, cui gli uomini di buona volontà e retto sentire dovrebbero conformarsi. Ma se ne capisce bene il motivo, che è desumibile dall’obiettivo ripetutamente ribadito da cima a fondo in tutto il testo: convincere l’umanità dell’impossibilità teorica e insieme dell’inopportunità morale di stringere un qualsiasi legame con un dato territorio, di sentirsi a casa propria, di eleggere un qualche luogo a proprio focolare, ossia indurla a identificarsi con lo straniero, a provare l’estraniazione propria del migrante come tratto distintivo di una vera umanità. Ancora una volta si mostra una totale incapacità di risolvere un problema politico come è quello della mobilità incontrollata di masse umane pungolate dal bisogno; si adotta allora l’illusoria prospettiva di puntare su processi meramente psicologici quale l’identificazione benevola con il profugo come se con tale risoluzione fosse possibile appianare qualsiasi difficoltà responsabile dei flussi migratori. A questo scopo illusionistico serve l’ambivalente rappresentazione della figura dello straniero: la sua connotazione tragica e dolorosa mira a muovere la pietà, che è lo strumento principe per stimolare un’identificazione con le vittime delle migrazioni. La connotazione di eccellente valore morale che vi è successivamente sovrapposta, consolida poi l’avviata identificazione. Ma a che pro una tale identificazione con la figura del profugo/migrante? La spiegazione è abbastanza semplice. Le ondate di migranti che si rovesciano sui lidi europei sono in realtà l’effetto congiunto di due fattori epocali, l’economia estorsiva delle nazioni del primo mondo, che depaupera il resto del pianeta, e l’immaturità politica dei popoli del terzo mondo, schiacciati tra la sirena del consumismo occidentale e il dispotismo dei governi locali. L’intellettuale colto europeo prova ritegno a censurare come indecente un fenomeno addebitabile alla sua stessa cultura politica (il tempo delle denunce politiche che davano lustro alle opposizioni è trascorso da un pezzo) e allora non trova altro rimedio, per sfuggire al senso di colpa alimentato dalla vista delle sofferenze dei migranti, che mostrare ad essi tutta la propria solidarietà immedesimandosi con essi e assumendo (o meglio fingendo di assumere) il loro stesso abito di precarietà e spaesamento. Tutto molto cattolico, cioè inconcludente.
C’è solo un tratto del testo di Stranieri Residenti che si sottrae a un giudizio così negativo ed è un tratto di esegesi storica che risulta assai pregevole, quello che illustra i presupposti antropologici dei sistemi politici invalsi nelle tre città antiche di Atene, Roma e Gerusalemme. L’autrice coglie nel segno quando addita nella purezza di stirpe il fondamento della polis greca, nella veste giuridica quello dell’impero romano, nell’adesione a un credo quello della società ebraica. C’è solo da rimpiangere che a tale efficace lettura delle tre fattispecie storiche non segua un’altrettanto precisa illustrazione delle ragioni per le quali fu la società ateniese a partorire l’ideale democratico nonostante la sua base etnica, quella romana a inaugurare l’imperialismo occidentale nonostante la sua raffinatezza giuridica e quella ebraica a frantumarsi nella diaspora nonostante la solidità del suo adamantino credo. E manca la Di Cesare anche di dar ragione del fatto indubitabile che il suo invito all’accoglienza, presentato come il culmine dell’umanità da mostrare ai diseredati della terra da parte dello stesso mondo industrializzato che li ha depredati, corrisponde sostanzialmente alle elargizioni che i patrizi romani concedevano alle proprie clientele espulse dai latifondi di cui gli stessi patrizi avevano fatto incetta. Il leit motiv è così il medesimo e del tutto chiaro: carità per rimediare alla violazione dei principi di giustizia e una bella stretta di mano invece che il risarcimento dei danni arrecati.

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