Interpretazioni

questione palestinese

9 ottobre 2018

Il SIONISMO come riedizione odierna di disumanismo –
(ovvero il destino tragico di qualsiasi stato confessionale)

Introduzione
E’ sempre stato per me motivo di acuto stupore l’osservare con quanta tranquillità il mondo benpensante dell’Occidente, quello che si definisce democratico e antifascista, assiste alla pretesa perdurante del regime israeliano di sopravvivere come stato confessionale e sulla base di un sistema di apartheid rispetto alla comunità palestinese; due tratti che quando comparvero altrove, sono stati sempre esecrati come incompatibili con i principi fondamentali di una moderna democrazia, ma che non sollevano quasi nessuna obiezione se apertamente rivendicati dal regime sionista di Israele. E’ superfluo ricordare le critiche all’Iran degli Ayatollah per la rivendicata qualifica di repubblica islamica; una commistione di religione e istituzioni civili che ripugna alla coscienza occidentale; eppure la qualifica ‘ebraica’ dello stato d’Israele è invece digerita senza alcun problema. Ancor peggiore la cosa per quanto riguarda il regime di apartheid palestinese, che giustamente fu esecrato nel caso della repubblica sudafricana durante la coraggiosa lotta di Mandela, ma che non turba affatto le coscienze del civilissimo Occidente se praticato con il peggiore cinismo ai danni di un intero popolo come è quello palestinese. Che anzi si vorrebbe istituzionalizzare un tal regime di discriminazione addirittura con una previsione, quella dei due popoli e dei due stati, israeliano e palestinese, che rappresenta un vero e proprio monstrum giuridico. Di sicuro un simile commento dell’ipotesi dei due stati solleverà lo sdegno dei sedicenti democratici perché costoro vi scorgeranno un attacco all’integrità stessa d’Israele sulla falsariga di alcune frange dell’islam più intransigente, troppo spesso e troppo in fretta paragonato al nazismo che propugnava la soluzione finale per tutti gli ebrei europei. Il vero nodo del problema tuttavia è che un’affermazione come quella dianzi espressa, ossia che la soluzione dei due stati realizza la codificazione indecorosa di un regime di apartheid, è la logica deduzione da principi del diritto internazionale tuttora comunemente accettato e di tale deduzione è ora il caso di dare la necessaria delucidazione, dalla quale scaturirà ben chiaramente l’assurdità e la reale ingiustizia di qualsiasi ipotesi di due stati per la tormentata nazione palestinese, un’ipotesi peraltro allo stato attuale sempre più vacillante.
Ed infatti in base a quale criterio si dovrebbe dividere la Palestina nelle due entità nazionali? Suvvia, si dirà, in base alle linee di faglia che delimitano da sempre due comunità, come si usa fare tra le nazioni della terra. Ma questo è proprio ciò che non risulta possibile nel caso palestinese: i due popoli non sono mai stati assegnati a due ben distinte aree geografiche; risultano invece sparsi a macchia di leopardo, con confini assai irregolari. E in effetti la storia insegna che fin dall’inizio dell’avventura sionista gli ebrei erano frammischiati agli arabi nei territori della Palestina, oltre che essere assai inferiori di numero; sì che la suddivisione possibile avrebbe un significato puramente religioso o etnico, per nulla o quasi punto territoriale, né quindi utilizzabile ai fini di una credibile delimitazione nazionale su base geografica. E quindi la separazione dei due stati su tale base equivale a una vera e propria operazione di separazione solo su base etnica. Se ne trova una prova inequivocabile nella storia dei tentativi esperiti dalle potenze occidentali che si provarono di risolvere il grave problema, allorché esse si misero a tavolino per ipotizzare una possibile spartizione e ogni volta trovarono difficoltà non solo a motivo delle resistenze opposte alle loro proposte ora da parte araba, ora da parte israeliana, ma anche e in misura altrettanto rilevante dalla situazione di mescolanza delle due comunità. Già a suo tempo la speciale commissione ONU per il problerma palestinese (United Nations Special Committee on Palestine, o Unscop) avanzò la sua soluzione di spartizione proponendo di assegnare alla parte araba tre aree geografiche separate: una striscia costiera meridionale da Rafah fin a Gaza; la Galilea a nord e l’interno del paese con le citta di Nablus, Hebron e Beersheva; e alla parte ebraica zone contigue alle precedenti, ossia parte della pianura costiera con Tel Aviv e Haifa, il deserto del Negev a sud e le valli di Jezreel e Hule a nord. Questa scomposizione era un’operazione del tutto artificiale tanto che lo stesso Unscop, rendendosi conto del carattere unitario della regione contesa, subordinava il suo piano a due importanti riserve: che si dovesse preservare l’unione economica dell’intera Palestina comprensiva della popolazione araba ed ebraica e che restasse comune la gestione della moneta, delle dogane e della rete di comunicazioni. Di fatto si trattava di poco meno dell’esplicita ammissione di un’unità sostanziale del paese a dispetto dell’accesa rivalità tra le sue due componenti etnico-linguistiche. Nemmeno un anno dopo e cioè nel Giugno 1948 il nuovo mediatore incaricato dall’ONU, Folke Bernadotte, proponeva invece di assegnare agli arabi il Negev (che l’Unscop riservava a Israele) e la Palestina centrale, mentre la Galilea (chel’Unscop riservava agli arabi) era assegnata a Israele con i porti Haifa e Jaffa aperti ad ambo le parti. Anche secondo questo negoziatore le due comunità avrebbero dovuto formare un’unione politica, militare ed economica. La proposta suggerita da Bernadotte non trovò il consenso necessario sì che egli si dispose a redigere una seconda e ancora diversa ipotesi, che prevedeva il Negev ‘per costituire lo stato arabo mentre la Palestina al momento araba sarebbe passata alla Transgiordania e l’intera Galilea a Israele. Questo procedere in una trattativa di tanta complessità e delicatezza condotta come se si trattasse di un giuoco di monopoli, scambiando una zona con un’altra come se fossero fiches, è un segnale fin troppo eloquente del fatto che era impossibile tener conto, nella spartizione, del rapporto di ogni zona da assegnare con la rispettiva popolazione poiché la spartizione di diritto che si voleva formulare non riusciva a coincidere con alcuna spartizione di fatto; una simile spartizione non esisteva nella realtà effettiva o non era sufficientemente netta per giustificare una separazione tra due stati distinti.
C’è di più: a cominciare dai primi insediamenti ebraici consistenti avvenuti in Palestina a cominciare dagli inizi del XX secolo (spesso favoriti da facoltosi magnati come il barone Rotschild) la presenza ebraica in quel paese si è diffusa per proliferazione progressiva ai danni delle originarie comunità e delle proprietà già arabe con una penetrazione orchestrata e programmata in sordina che ha eroso terreno ai legittimi abitanti, non già occupando una terra da sempre destinata ai fedeli dell’ebraismo, come si vorrebbe far credere, oppure fin allora disabitata. Di tal che la presunta zona che si vorrebbe destinare in modo apparentemente legittimo alla porzione ebraica della popolazione del territorio palestinese, non sarebbe altro che una zona la quale è stata abusivamente occupata per la maggior parte con la forza espellendo i suoi precedenti abitanti arabi nel corso di lunghi e sanguinosi decenni (la poco edificante storia di tale violenta proliferazione degli insediamenti ebraici è stata esaustivamente descritta da Ilan Pappe, storico israeliano, nel suo libro La Pulizia Etnica della Palestina, naturalmente censurato in Israele e tuttavia mai confutato. Che del resto ci sia stata una espulsione di abitanti arabi dalle loro residenze tradizionali, è stato ammesso ripetutamente ed esplicitamente dalle stesse autorità israeliane tutte le volte che esse stesse proposero di indennizzare gli arabi espulsi in sostituzione del loro rientro chiesto dalle nazioni arabe confinanti). E dunque il presunto diritto del popolo ebraico ad avere un proprio stato in Palestina rimanda a un’operazione di sostituzione etnica che il diritto internazionale elenca tra i crimini contro l’umanità. Manca pertanto non solo un discrimine credibile che valga a delineare in modo non arbitrario o non troppo complicato le due comunità che si vorrebbe separare; ma qualunque eventuale discrimine di separazione si escogiti, sarebbe la conseguenza diretta o indiretta di un’operazione criminale di pulizia etnica perpetrata con la tacita connivenza delle potenze occidentali. Guardando piuttosto alla fattispecie reale quale la storia ci ha tramandata, risulta invece che le due comunità che si vorrebbe erigere a stati indipendenti, non possono essere catalogate come distinte collettività politicamente estranee l’una all’altra, ma si configurano esclusivamente come insiemi diffusi separare i quali ai fini istituzionali sarebbe altrettanto arbitrario che dividere una qualunque nazione in due parti istituzionalmente organizzate, una che raggruppi tutti i soggetti biondi e l’altra tutti i soggetti mori, oppure quelli nati nel secolo passato e quelli nati nel secolo corrente. E’ stupefacente che una separazione talmente arbitraria e quindi non necessaria come quella auspicata per la soluzione del problema palestinese non sollevi scandalo alcuno nella coscienza di tutti i benpensanti di oggi, quando più che mai in tante occasioni quegli stessi soggetti si dichiarano puntigliosamente favorevoli all’integrazione con soggetti stranieri anche in caso di etnia o cultura ben differente, anche quando si tratta di immigrati provenienti da zone assai distanti dal paese d’arrivo. Molti che non esiterebbero a dare ospitalità nel proprio paese a immigrati africani o asiatici, di fronte al contrasto arabo-israeliano della Palestina, ossia tra due etnie che hanno convissuto in passato senza drammi, non mostrano d’intravedere l’opportunità d’una medesima disposizione all’integrazione. Ogni magnanimità scompare immediatamente appena si ha modo di prender in considerazione le pretese dello stato ebraico. Si può solo immaginare allora che tanta cecità sia dovuta agli effetti della propaganda sionista, che da parecchi decenni ormai tenta di accreditare il progetto dello stato d’Israele come il compimento di un destino d’ispirazione più che umana e non solo come il soddisfacimento di un diritto solennemente sancito in tutta la tradizione politica della modernità, quello di ogni popolo ad organizzarsi in comunità autonoma e sovrana. Non occorre poi ricordare l’impatto emotivo provocato nella coscienza occidentale dal famigerato tentativo nazista di sterminare il popolo ebreo d’Europa per render conto della facilità con cui l’opinione pubblica ha accettato l’idea di uno stato ebraico in un territorio originariamente a prevalenza araba qual era la Palestina. E’ tuttavia ben noto che un impatto emotivo non sempre si concilia con le ragioni del diritto, che sono in buona sostanza quelle più fondate su principi razionali e mette conto perciò porre in maggiore evidenza sia quello che queste per accertare se e dove essi confliggano e come occorra dirimere l’eventuale contrasto. E poiché a far massimamente leva sulla tragica esperienza subita dagli ebrei europei sotto il tallone nazista è stato il movimento sionista, occorre anche mettere a fuoco la carica mitologica di quel progetto per decostruirla in maniera convincente, se eccedente rispetto alla sua giustificazione morale o politica; e così demolire la sua straordinaria capacità di ammaliare fin al punto di far digerire alla coscienza dell’Occidente un regime di sostanziale apartheid qual è quello propugnato, almeno fin a ieri, dalle parti in causa. E’un compito che ci è d’obbligo assolvere anche a costo di infastidire tutti coloro che hanno costantemente sulla punta della lingua la denuncia di ogni pur vago sospetto di antisionismo (che essi confondono maldestramente con l’antisemitismo).
Il Problema
Un problema prioritario da risolvere allora è il seguente: in che consiste il sionismo? Per avere una risposta soddisfacente è d’uopo citare alcune esternazioni rese dall’ebraismo tradizionale a commento delle prime manifestazioni sioniste. Così la Conferenza Centrale dei Rabbini Americani del 1897 affermava senza mezzi termini che “Disapproviamo totalmente ogni tentativo di fondazione di uno stato ebraico … Riaffermiamo che l’obiettivo del giudaismo non è politico, né nazionale, ma spirituale: la continua crescita della pace, della giustizia e dell’amore tra gli uomini”. E l’American Hebrew del 14 Marzo 1897 dichiarava il sionismo “un tentativo di suicidio da parte del giudaismo. Se l’antisemitismo ha surriscaldato il cervello di Herzl, dobbiamo uscir di senno anche noi?”. (queste due citazioni son tratte da Gli Stati Uniti il Sionismo e Israele di Antonio Donno). Se è vero che le peggiori assurdità sono più nettamente avvertite al loro primo apparire, quando manca qualsiasi assuefazione indotta dalla loro ripetizione, ebbene i commenti poc’anzi citati circa il sionismo sono un esempio da manuale a riprova di quanto dedotto a proposito dell’attuale stato ebraico, da cui è possibile ricavare gli esatti elementi di quell’assurdità in cui appariva – e di fatto consiste – il sogno sionista. Rilevavano infatti i rabbini americani l’inopportunità della commistione di tradizione ebraica e qualsiasi progetto ‘nazionale’ o ‘politico’. Il messaggio religioso dovrebbe restare conservato in un ambito libero da tentazioni di potere, che ne corromperebbero inevitabilmente la purezza morale, l’afflato ideale, il significato universale. La concezione dell’ebraismo come messaggio spirituale che non poteva essere mortificato in un progetto geopolitico determinato, allignò a lungo nel mondo ebraico anche se successivamente prese sempre più vigore la scelta sionista. Ancora durante la seconda guerra mondiale ad esempio l’American Council for Judaism sottolineava il carattere esclusivamente religioso del giudaismo. Tale posizione coincide perfettamente con il fondamento laico della politica della modernità, i cui materiali di lavoro debbono limitarsi al lato formale delle questioni, alle regole e alle procedure, non enunciare affermazioni di merito, che si configurerebbero inevitabilmente come dogmatismi, ossia come elementi di fondamentalismo tendenzialmente intollerante della libertà di coscienza e di opinione. Quanto a dire che uno stato non può essere né ebraico, né islamico, né identificarsi con alcun altro credo religioso. Non si tratta, nel giudicare in tal modo, di inclinare a una qualche diffidenza preconcetta verso il fenomeno religioso in quanto tale. Si tratta invece di prender atto, con la necessaria modestia e senso del limite, che di fronte a tutte le costruzioni concettuali che non si fondano su procedure sperimentali o logiche, quindi non decidibili in modi oggettivabili e pubblicamente controllabili – e in quel novero son da ricomprendere tutte le religioni – un sistema di diritto pubblico non può prendere posizione in alcun modo in quanto privo di un apparato di verifica e quindi di quella garanzia di verità e d’imparzialità che è un requisito cardine di uno stato di diritto. In qualunque occasione emerga un argomento indecidibile, in quell’ambito l’autorità pubblica deve astenersi e lasciare il campo alla libertà individuale e collettiva della società naturale. Ogni volta che si deroga a un tale divieto, il rischio di un regime intollerante o addirittura totalitario si fa concreto. Sotto una tale sanzione, assoluta in una concezione democratica dello stato di diritto, cade qualsiasi sistema di credenze per quanto di nobili principi, che non sia dedotto secondo un calcolo razionale, ossia secondo le procedure di un diritto depurato di qualsiasi connotazione metafisica o nazionalistica. La marca di assoluto laicismo è inevitabile e fondamentale in un credibile sistema politico odierno.
Rappresenta una grave tara del sentimento collettivo di molte culture che l’astensione del potere pubblico dall’assunzione di una determinata credenza onnicomprensiva della realtà, qual è ogni credenza religiosa, sia avvertita come una mancanza negativa, come l’assenza di una guida sicura. E il fondamentalismo di ogni colore fa leva proprio su tale insoddisfazione per allargare il proprio consenso. L’incrollabile fede in un sistema di valori è tanto più consolante quanto più essa ha come oggetto idee affascinanti, esemplificabili in forme sensibili e gradevoli, quindi dotate di un apparente valore di realtà effettiva. L’analisi del mito nazista della razza ariana lo mostra bene per il fatto che esso si è avvalso dell’esaltazione di elementi culturali germanici di sicuro effetto seducente almeno per quella popolazione, ma pericoloso se resi funzionali a un qualsiasi progetto politico. La commistione di mito e politica da sempre rappresenta una miscela esiziale per i destini di qualsiasi organizzazione umana. I contenuti mitologici non sono obiettivabili con procedure universalmente verificabili o logicamente evidenti; sfuggendo a qualsiasi pratica di razionale valutazione, non possono diventare oggetto di attività politica, ma solo di divagazioni artistiche o speculative, aliene da qualsivoglia traduzione pratica.
Il Mito della Razza
L’idea della razza superiore sostenuta con tanto accanimento dal nazismo non è balzana solo perché ingiusta fonte di discriminazione, ma ancor prima in quanto immaginaria, priva di qualsiasi possibilità di controllo intersoggettivo. E tuttavia oltre che immaginaria, è anche immaginifica, rimanda a oggetti reali e ciò fornisce la sensazione surrogata d’una sua effettiva verità in grazia di apparenti conferme offerte da una realtà quotidiana appositamente edulcorata. il tipo fisico nordico, biondo e con gli occhi azzurri, dalla pelle chiara e fattezze proporzionate, come non potrebbe solleticare l’ambizione umana e una qualche sincera ammirazione? Ma dove sono i nessi che collegherebbero tale pur accattivante immagine fisica con una realeeccellenza intellettuale o morale e non solo fisica, ossia un’eccellenza rilevante per la dimensione politica dell’assetto sociale e istituzionale? Su che fondamento si riuscirebbe a impostare una vera e propria discriminazione razziale all’interno di un regime storicamente costruito su quell’idea? E’ questa indebita traduzione politica a introdurre la possibilità di una catastrofe in forza della circostanza, che incombe come un fato avverso e universale sulle vicende umane, che l’introduzione di una regola arbitraria, ossia tale che non se ne possa intravedere la fondatezza, può dar luogo a conseguenze altrettanto imprevedibili. Un medesimo rischio catastrofico non compare nell’idealizzazione artistica anche se avente gli stessi oggetti d’un regime arbitrario fondato sull’ipotesi d’una razza superiore; ad esempio l’immagine leonardesca del corpo umano iscritta in un quadrato e di esatte proporzioni armoniche è anch’essa un’idealizzazione delle fattezze umane, ma senza degenerazioni razziste, poiché in tal caso il discorso voluto resta in un ambito simbolico, non suscettibile di traduzione in atti concernenti rapporti umani reali e quindi non suscettibile di fungere da espediente per alcuna discriminazione.
Il Mito della Terra Promessa (o del Regno di David)
Analogamente all’esperienza nazista la costruzione d’uno stato ebraico istituisce un discrimine arbitrario che però diventa politicamente significativo, ossia operante nella società civile e in ciò appunto consiste quel salto decisivo e pericoloso che violando i limiti del simbolico e dell’immaginario per intervenire nella vita reale delle istituzioni pubbliche, dispone alla violenza istituzionale e quindi alla catastrofe, per lo meno morale e di ciò il regime sionista è prova indubitabile perché storicamente accertata e universalmente deplorata è la violenza da esso perpetrata la ai danni d’un intero popolo originariamente stabilito sul medesimo territorio e quindi autenticamente sovrano su di esso. E’ infatti accertato che per realizzarsi lo stato ebraico ha inferto una grave ingiustizia a sua volta a un altro popolo, quello palestinese originario abitante del paese poi rivendicato dal sionismo. In effetti sulla pulizia etnica della Palestina eseguita dai coloni ebrei e dal governo israeliano esiste una copiosa e non smentita documentazione anche da parte di autori ebraici, ad esempio il già ricordato Ilan Pappe, il più preciso ed esauriente – tra l’altro fuggito dal suo paese per l’avversione mostrata nei suoi confronti dalla società ebraica, evidentemente irritata, ma impotente a controbattere efficacemente alla meticolosa ricostruzione storica della sopraffazione perpetrata ai danni dei palestinesi. E tale pulizia etnica non appare terminata nemmeno al tempo presente, poiché tutt’oggi intervengono ricorrenti notizie di sempre nuovi insediamenti di coloni ebrei su terreni e proprietà arabe. Se ne deve trarre la conclusione che la fondazione dello stato d’Israele merita una doppia condanna, sia come società istituita su un criterio generale di discriminazione inappropriato, sia come entità ottenuta a seguito di particolari e reiterate operazioni violente in danno di una componente etnica già esistente e avente diritti propri che sono stati platealmente negati. E allora si pone la seguente questione: come è possibile che per realizzare quello che il movimento sionista reclama essere un diritto del popolo ebraico, ossia la costituzione d’un proprio ‘focolare’ nazionale nella terra dell’antico Israele, si commetta l’illecita azione di distruggere il focolare di un altro popolo preesistente, quello palestinese, un crimine della cui realtà storica s’è visto non potersi dubitare oltre al fatto che non esiste dubbio alcuno nemmeno sulla sua chiara valenza di grave illecito?
E’ invece proprio su questo vistoso contrasto che il movimento sionista ha fondato la sua strategia di oscuramento della propria colpa, ossia esasperando l’apparente contraddizione che sembra sussistere nell’affermazione che soddisfare un proprio diritto, quello del popolo ebraico di erigersi in nazione indipendente, possa legittimamente implicare la violazione d’un diritto altrui. Il giudizio comune infatti è propenso a ritenere che il soddisfacimento di un diritto naturale – come è indubitabilmente quello all’autogoverno e all’indipendenza di un popolo – essendo per sua natura lecito, non possa implicare un qualche comportamento men che lecito. E dunque nessun crimine potrebbe imputarsi al popolo o al governo ebraico per la sua ricerca di libertà e sicurezza. Tutto ciò sembra poi diventare di adamantina certezza se ci si fa sedurre dal leit motif secondo il quale l’ebreo è una vittima per antonomasia e non appare quindi suscettibile per natura di comportarsi come carnefice. Tale supposizione ha una sua logica, ma solo apparente: si ha una difficoltà solo psicologica a supporre che chi ha lottato strenuamente per assicurarsi i propri diritti, sia incline a commettere a sua volta ingiustizia in danno di diritti altrui, dovendo egli ben conoscere l’amarezza di una mancanza di giustizia, di cui ha già sofferto, come di certo è accaduto al popolo ebraico nell’Europa dominata dal terzo Reich. Una tale supposizione poggia su un paralogismo consistente nel ritenere che l’essere stato vittima d’un torto costituisca una sorta di immunizzazione permanente da qualsivoglia inclinazione a infliggere ad altri torti similari. Nella realtà però l’inclinazione all’ingiustizia o la scrupolosa astensione dalla stessa non sono in funzione solamente di precedenti esperienze similari, ma l’esito complesso di più fattori, tra i quali primeggia quello di cui s’è già fatto sopra cenno, quando fu osservato che una situazione politica precipita verso un rischio di disastro ogni volta che a fondamento di un sistema civile si pone un mitologema, ossia un insieme di credenze o di valori di cui è impossibile offrire idonea obiettiva giustificazione, sia esso quello della superiorità d’una razza determinata o quella d’un dio onnipotente e perfettissimo o d’un salvatore misericordioso che predica l’amore universale, oppure dell’incarnazione del Buddha in un individuo umano dell’oggi, essendo tutte queste credenze prive di qualsiasi riscontro empirico o indimostrabili secondo un calcolo logico corretto, necessario e praticabile da ciascun intelletto.
Se questo principio cardine della teoria politica dell’era moderna non è rispettato, si apre la strada, per effetto d’una perversa coerenza interna, agli abusi peggiori che a un potere dispotico sia possibile compiere, essendo a presidio logico di tale possibilità nefasta la pretesa di imporre una credenza la cui verità non v’è modo di comprovare. Una volta ammessa come lecita tale illecita pretesa sebbene del tutto indimostrabile, si dà la stura a qualsiasi altra prevaricazione che implichi parimenti l’uso arbitrario della costrizione ope legis in luogo del convincimento razionale che dovrebbe giustificare qualsiasi regola o provvedimento di legge. Poiché non è possibile comprendere in forza di quali dati oggettivi si dovrebe ammettere la verità storica della Bibbia o la supremazia del suo codice morale (che peraltro mostra al contrario aspetti inconciliabili con il diritto moderno), non è nemmeno possibile fondare una comunità statale su quel credo e quindi legittimare uno stato che si definisca ebraico; qualsiasi tentativo in quel senso diventa il prodromo d’un disastro per lo meno morale, perché consente per una perversa coerenza la commissione di qualsiai altro arbitrio istituzionale. Non si vede infatti perché il potere pubblico dovrebbe astenersi da qualsiasi futura iniquità dopo che abbia iniziato la sua esistenza con un arbitrio indubitabile come quello di fondare una comunità statale su un credo di cui è impossibile verificare la fondatezza o verisimiglianza e che implica una discriminazione tradue differenti popolazioni.
L’oppressione del popolo palestinese, che si è cercato di negare ricalcando un atteggiamento negazionista che pure in altre occasioni è stato imputato a formazioni neonaziste categoricamente condannate, non è che la logica e prevedibile conseguenza di un impianto erroneo del progetto sionista e non un semplice incidente della storia, oppure uno dei tanti e frequenti esempi della crudeltà umana. E’ invece l’esito inevitabile di un assurdo iniziale dal quale può seguire quodlibet, ossia ogni immaginabile prevaricazione poiché sono di già rotti gli argini intellettivi che rendono evidenti le corrette soluzioni da dare secondo giustizia alle questioni della vita associata. Se uno stato fondato su un principio religioso o etnico come quello ebraico è un assurdo altrettanto foriero di cecità intellettuale quanto una repubblica islamica ispirata al Corano o un regime hitleriano fondato sulla superiorità della razza ariana, da quella cecità c’è da aspettarsi di tutto e di peggio, essendo il primus movens del successivo esito catastrofico di ogni siffatto impianto teorico fallace; l’arbitrarietà del suo fondamento iniziale, una volta preteso ad onta della sua indimostrabilità, rende altrettanto apparentemente plausibile qualsiasi altro abuso in deroga alla retta ragione e quindi anche in deroga ad elementari principi morali o di equità.
Il Criterio di Demarcazione di una Comunità Nazionale
A tutto ciò si potrebbe avere l’idea di muovere la seguente obiezione, che peraltro è un’obiezione ricorrente del sionismo, ossia che la fede o la cultura ebraica è il criterio che identifica i membri di una collettività che vuole organizzarsi in uno stato indipendente e sovrano e ha pertanto la stessa legittima funzione che ha la lingua spagnola per i cittadini della Spagna, o quella di esser nato in Italia per essere cittadini di questo paese. Se è lecito per gli italiani o gli spagnoli organizzarsi in una comunità statale, perché non dovrebbe valere il medesimo diritto per chi professa la fede ebraica di riunirsi in uno stesso consesso istituzionale? Ed anzi considerando che gli ebrei sono stati nella loro storia erranti per secoli, sempre ospiti per lo più poco graditi in ogni parte del mondo a mendicare protezione da regimi stranieri, come sarebbe possibile mai rifiutarsi di pensare che meritino al pari delle altre comunità una patria e un proprio focolare? L’indicibile tragedia della shoa non ha fatto altro che accelerare al massimo il naturale processo di riscatto del popolo ebraico in parità di diritti con gli altri popoli già riconosciuti come nazioni formalmente e legittimamente costituite.
L’apparente fondatezza di tale obiezione, dovuta alla sua voluta semplicità concettuale, riposa su un fraintendimento non solo conseguente a un errore palese, ma anche foriero di ulteriori seri pericoli. Tutto è dovuto a un fondamentale travisamento del seguente tenore. Il criterio che estrae un insieme di individui destinato a diventare una nazione organizzata in entità statale, non può, per un principio di immediata evidenza, essere arbitrario, ma ha necessità di essere divisivo in un senso e inclusivo in altro senso. Nel primo senso deve sì fornire un confine esterno per l’obiettiva necessità di ripartire l’umanità in nazioni politicamente gestibili in quanto sicuramente e univocamente definite, ma all’interno di ciascuna di tali nazioni non può consentire discriminazioni di sorta; non può ad esempio elevare a dignità di cittadini i cultori di un determinato credo ad esclusione di quelli che professano credo concorrenti. Se il criterio adoperato mancasse della funzione divisiva verso l’esterno, ossia non definisse i confini di una comunità politica, rimarrebbe imprecisato anche il soggetto investito dell’autorità pubblica nonchè la platea precisa su cui quell’autorità si esercita, così vanificando la funzione propria di ogni sistema politico; se il criterio che seleziona i componenti della comunità politica non è inclusivo all’interno del complesso civile che deve organizzare, ma discrimina i cittadini in modi arbitrari, quindi iniqui, ad esempio privilegiando gli individui di razza ariana rispetto a quelli di altre razze, oppure i titolari di redditi elevati rispetto ai meno fortunati, in tal caso vien in essere un sistema di potere che per il fatto di ricorrere a regole non eque, segnala uno scadimento a un regime altrettanto arbitrario, quindi dispotico, dal quale si può attendere, data la sua noncuranza per la ragionevolezza delle proprie deliberazioni, qualsiasi altra peggiore iattura.
Il progetto sionista, convertendo in regole politiche differenze ideologiche o religiose (o etniche), che sono politicamente non rilevanti ai fini della cittadinanza, come è appunto un credo religioso o la lingua usata p d’altra imponderabile natura, compie l’errore di confondere la funzione divisiva che hanno i confini d’una comunità politica verso l’esterno, del tutto legittima, anzi necessaria, con la funzione discriminatoria, quindi illegittima, di una distinzione arbitraria come è quella tra ebrei e non ebrei, che è divisiva all’interno della collettività, quindi eversiva rispetto ai canoni di un qualunque sistema politico non arbitrario, che è quanto a dire democratico. L’emarginazione violenta del popolo palestinese ad opera del regime israeliano non è dunque una sciagura casuale della storia o il prezzo inevitabile da pagare per assicurare libertà e dignità al popolo ebraico, ma la prevedibile e non auspicabile conseguenza di un assetto di potere istituito mediante un criterio iniquo di discriminazione interna deciso programmaticamente, quello che distingue gli ebrei dai non ebrei, il quale non ha alcun valore di legittima demarcazione di confini nazionali per i motivi geografici sopra ricordati; e che perciò equivale nella sostanza allo stesso criterio della razza ariana come razza superiore, un meccanismo logico che portò dal pregiudizio nazista della razza all’olocausto.
La convergenza di nazismo e sionismo
Sarebbe puerile lasciarsi ingannare dalla feroce contrapposizione mostrata nella storia tra il nazismo e il mondo ebraico e non accorgersi dell’inquietante similitudine tra i due programmi di politica istituzionale del III Reich e del sionismo di oggi. Ambedue hanno creato una linea di divisione arbitraria dei soggetti di cittadinanza a fondamento dei rispettivi impianti istituzionali, la quale agisce come ipoteca perenne e nefasta in quanto esiziale per ogni prospettiva futura di un’armonica e giusta convivenza civile. Si tratta di una discriminazione che non ha infatti mancato di determinare episodi di grave prevaricazione ieri, nel cuore dell’Europa, ai danni dei cittadini ebrei di quel tempo; oggi, nel Medio Oriente, ai danni del popolo palestinese. La similitudine tra le due tragiche esperienze storiche genera comprensibile fastidio nel mondo ebraico e la preoccupazione di ripercorrere le terribili orme del regime hitleriano allarma i responsabili del governo israeliano senza che però gli stessi si rendano conto del meccanismo perverso insito nel loro sistema politico che quelle medesime disumanità genera e senza quindi che abbiano la possibilità di porvi riparo. Ne consegue all’interno del mondo ebraico un processo di rimozione gigantesca, ma ingenua anche se esercitata a mezzo di palesi, ridicole menzogne, di cui esiste come illuminante esempio uno straordinario resoconto, facilmente reperibile nella rete, che vale la pena citare per esteso per il suo esemplare valore. Vi si narra che un ministro israeliano della giustizia di un passato governo, tale Yosef Lapid, ebbe a commentare con le seguenti parole la distruzione delle case dei palestinesi operata dalle forze armate israeliane: “Ho visto alla televisione una vecchia donna palestinese frugare tra le macerie della sua casa a Rafah in cerca delle sue medicine e mi sono ricordato di mia nonna che fu espulsa dalla sua casa durante l’olocausto”. Ne scaturì quasi un tafferuglio in seno al consiglio dei ministri del governo israeliano; il presidente Sharon urlò al suo ministro che le sue parole erano inaccettabili e gli fu chiesto di ritrattare immediatamente. E Lapid ritrattò, sia pur a mezza bocca, affermando con fare imbarazzato in un’intervista alla radio di stato: “Non mi riferivo ai tedeschi. Quando si vede una vecchia donna, uno pensa alla propria nonna”. Resta però il fatto che la nonna di Lapid era stata cacciata di casa dai nazisti proprio in quanto ebrea, deportata ad Auschwitz, ove era deceduta; e dunque l’imbarazzata successiva precisazione dell’incauto, ma sincero ministro era solo ulteriore conferma della sua iniziale deplorazione della cinica deriva della politica israeliana nei riguardi del popolo palestinese, fin troppo simile a quella praticata dal regime nazista nei riguardi del popolo ebraico. L’episodio del ministro israeliano Lapid rappresenta una crepa significativa nel muro di assoluta insensibilità morale del sionismo di fronte al suo stesso intollerabile operato e ci fa accorti del fatto che la spregiudicatezza morale è il primo grave effetto negativo di ogni regressione illusoria a contenuti mitologici con i quali si vorrebbe supplire alla carenza di ragionevolezza (ossia di fondamenti esclusivamente laici) del progetto politico adottato.
Esiste infine un ulteriore importante parallelismo che è d’uopo menzionare nel confronto tra il sionismo e il nazismo, se vogliamo avere piena contezza delle modalità di regressione mentale che contraddistinguono le due esperienze storiche. Ambedue surrogano il mancato fondamento razionale delle loro rispettive basi teoriche con seducenti costruzioni mitologiche, appunto i sistemi fantasiosi pseudostorici di cui s’è fatto cenno e che non dovrebbero costituire un fondamento di impianti politici reali proprio a motivo del loro fatuo carattere. Il fondamento nel caso del nazismo fu la pretesa appartenenza a una razza superiore così ritenuta sulla base di considerazioni biologiche del tutto arbitrarie perché prive di riscontri scientifici. Nel caso del sionismo il fondamento è l’appartenenza a un credo su base semibiologica (ossia la discendenza matrilineare da madre di religione ebraica), il quale per la verità non è del tutto arbitrario dal punto di vista strettamente scientifico, poiché esso poggia sul dato effettivo che dalla madre si ereditano sia i geni del nucleo, sia quelli dei mitocondri, mentre dal padre si ereditano solo i primi (sono debitore di tale precisazione scientifica al Dr. Pierantozzi, autore di una interessante pubblicazione commentata nell’a categoria ‘Recensioni’ del presente sito). Ma che cosa può mai significare tutto ciò ai fini dell’attribuzione di una cittadinanza se non ancora una volta un irrilevante elemento parimenti incompatibile con i principi elementari di un diritto pubblico appena decente, tale dunque da non discostarsi molto da un pregiudizio autenticamente razzista? Per edulcolare questa connotazione tendenzialmente razzista e così supplire in qualche modo alla carenza di un fondamento razionale del proprio impianto politico il sionismo è allora ricorso a un’ulteriore prospettazione, quella di un’impresa illusoria, ma di grande suggestione, la ricreazione dello stato ebraico distrutto dall’impero romano nel I secolo d. C., ossia la riproposizione attuale di un evento collocato un bel lasso di tempo addietro, non senza una qualche presunzione di esercitare un proprio diritto a riparazione di una palese ingiustizia subita in quella lontanissima epoca per opera del dominio imperiale romano. Vi si deve ravvisare di tutta evidenza una sorta di compressione di uno spazio temporale di eccezionale ampiezza, come se quasi duemila anni fossero trascorsi per nulla, che è un tratto caratteristico di tutte le peggiori fantasie paranoiche, ovvero il tratto consistente nella cancellazione degli effetti dello scorrer del tempo. La fissità di un sogno che non tiene conto del divenire storico è un forte punto di contatto con la follia, che in effetti, quando si verifica, rimane sospesa in un mondo senza tempo. E’ la stessa fissità che induceva il fascismo a rinverdire i fasti della Roma imperiale con i simboli dei fasci apposti ovunque e, quel che è peggio, con le imprese coloniali africane o con le aggressioni a stati confinanti come l’Albania, la Jugoslavia o la Grecia. E’ la stessa fissità che ammaliava i nazisti quando si beavano nell’assistere alla rappresentazione delle opere di Wagner, affascinati più che dal loro pregio musicale, dallo sfondo mitologico delle trame storiche celebrative della stirpe tedesca; e, quel che è peggio, quando rastrellavano le comunità ebraiche per rendere l’Europa etnicamente incontaminata come le antiche tribù dei Germani dei primi secoli. In tutti questi casi un elemento appartenente del tutto a un passato ancestrale o quasi, e quindi irripetibile, ma di forte valenza emotiva, sebbene immaginario, la mitologia germanica come patrimonio sacro della stirpe nel caso nazista, la grandezza di Roma nel caso fascista, viene riesumato ed esaltato come ideale collettivo che funga da cemento per la coesione nazionale in luogo di un qualche sistema di ragionevoli regole di convivenza possibile. Nel caso del sionismo il cemento fu cercato proponendo l’impegno a ricreare una comunità statale estinta diciotto secoli addietro, facendo leva sul suo cospicuo patrimonio letterario, che si ritenne suscettibile di ritraduzione in un’esperienza storica dell’oggi nonostante il convincimento fieramente avverso espresso all’inizio dagli ambienti rabbinici più influenti. Non è stata esclusa neppure la rinascita dell’antica lingua ebraica, che in effetti fu ricreata con un’operazione filologica fatta a tavolino. Per arrivare a tale risultato di ricostruzione chirurgica non si è avuto alcuno scrupolo nel coartare il destino e l’indipendenza di un intero popolo che in quella regione già esisteva da tempo ed era quindi indigeno e soprattutto – che è l’elemento giuridico dirimente – pienamente detentore della sovranità, ovvero, il popolo palestinese. Per ribaltare drasticamente un principio così elementare ed evidente – nonché universalmente condiviso nella cutura giuridica – qual è l’inviolabilità di un potere sovrano ormai consolidato nella platea internazionale – e tale era ed è la prerogativa di sovranità del popolo palestinese sul territorio stabilmente da esso occupato da tempo immemorabile – il sionismo è ricorso ancora una volta a un espediente mitizzato fatto di una mistura di storia, di teologia e di fantasiose pulsioni revansciste, ovvero l’incredibile pretesa, avanzata come se fosse un effettivo e serio principio giuridico, di un diritto del popolo ebraico a riappropriarsi di una regione ad esso destinatagli per decreto divino fin dall’eternità in quanto attestata dallo stesso verbo sacro della Bibbia! E si può ben immaginare quanto facilmente una pretesa talmente fantasiosa sia potuta apparire seducente e convincente dopo l’esperienza dell’olocausto sofferto per opera del regime nazista. La pietà suscitata da quell’orrore è servita egregiamente, si può anzi asserire che è stata sapientemente utilizzata per velare l’assurdita di quella pretesa e farla digerire anche a un pubblico di comprovata cultura giuridica e democratica come quello europeo. Così l’entusiasmo suscitato dal progetto sionista è riuscito a oscurare qualsiasi scrupolo morale o politico residuo, che, se pure non ha mancato di affiorare talvolta, è stato di regola liquidato come aberrazione antisemita (come se gli arabi fossero meno semiti degli ebrei) ed è stato sostanzialmente in grado finora di tamponare le ricorrenti crepe che si aprono di continuo all’interno di quell’assurdo regime di apartheid. Al giorno d’oggi però le crepe si stanno allargando con allarmante frequenza ed evidenziano un processo oltremodo significativo: a fronte di atteggiamenti sempre più duri del governo israeliano in carica, che non esita a sparare ad alzo zero contro civili palestinesi inermi o armati di pietre e si schiera apertamente con le frange più intransigenti dei coloni ebrei in perdurante sostegno del principio di una netta separazione delle due etnie, si moltiplicano prese di posizione della società civile chesi prefiggono un obiettivo esattamente contrario, ovvero l’integrazione delle due etnie in un unico stato composto di cittadini tutti dotati di pari diritti. Di siffatte iniziative di .chiaro sapore pacifista e di non trascurabile valore politico voglio citare due assai significative per la dirompenza e l’innegabile importanza della prospettiva di un unico stato qui argomentata come quella che prima o poi si imporrà nella storia di quel paese non diversamente dall’analogo esito che ha avuto il Sud Africa razzista di un tempo. Nel 1999 il celebre musicista, pianista e direttore d’orchestra Daniel Barenboim, cittadino argentino e israeliano (era nato a Buenos Aires da madre ebrea e quindi di pieno diritto cittadino d’Israele) ha fondato insieme con lo scrittore Edward Said la West Eastern Divan Orchestra, composta da musicisti israeliani e palestinesi. L’orchestra si è esibita in diversi teatri anche dell’Occidente e il suo creatore Barenboim, insignito di diversi premi per meriti artistici, ha ricevuto amche premi in attestazione del suo impegno per la pace e i diritti civili (Colombo d’Oro per la Pace, Westfalischer Friedenpreis, etc). E ancora in una piccola cittadina al confine della zona ebraica due donne, una stilista israeliana, Miriam Givon e una ricamatrice palestinese, Rehan Abu Sabha, vicine di casa, hanno dato vita a una attività di sartoria che unisce l’abilità di taglio della donna ebrea con la perizia nel ricamo che è pratica tradizionale delle donne palestinesi. La piccola azienda ha dato lavoro a donne di ambedue le etnie destinando le eccedenze di utile a finalità sociali; e infine all’inizio del 2018, con il sostegno del Wish-World International Sicilian Heritage, nonché della Scuola di Moda Sitan di Rahovit questo gruppo femminile si è impegnato nel progetto chiamato Filo dell’Alleanza, ossia la realizzazione di un arazzo ricamato con il disegno del mar Mediterraneo ideato dall’artista Daniela Papadia a simbolo della pacifica convivenza dei popoli che si affacciano su questo mare. Fin a quando, è allora il caso di chiedersi, un governo ottuso e criminale continuerà ad andare per suo conto in dispregio di un sentimento di pace e di unione come quello che affiora sempre più spesso nella società e in ambedue le etnie che si vorrebbe continuare a tener separate? Che è un sentimento che a partire dalla società civile si sta diffondendo anche negli ambienti della rappresentanza e della cultura più specificamente politica, come mostra tra gli altri casi la storia di Saeb Erekat, un personaggio di enia araba un tempo negoziatore per l’Autorità Nazionale Palestinese e sostenitore del progetto dei due stati. Oggi Erekat ritiene tale soluzione non più praticabile e rivendica la necessità di uno stato unico con piena parità di diritti tra ebrei israeliani e arabi palestinesi. Che è la medesima convinzione maturata all’interno del Centro Studi European Council on Foreign Relations, il quale già nel 2016 riteneva non più probabile la soluzione binazionale anche alla luce del totale fallimento della conferenza promossa un anno prima da Francois Hollande a Parigi con lo scopo di riesumare appunto il progetto dei due stati. Ed è un mutamento di opinione che ha preso piede anche sull’altra sponda dell’Atlantico, dove ormai la comunità ebraica degli Stati Uniti si fa un punto d’onore nel ritenersi e professarsi di diverso avviso rispetto alla comunità israeliana, se è vero il resoconto riferito da Eric Alterman nel settimanale statunitense The Nation a proposito della disaffezione di quella comunità per il governo israeliano a causa “degli orrori di ciò che avviene a Gaza” (citato da Il Manifesto del 17 Luglio 2018, pag.14). Ciò che è d’uopo comprendere di fronte a tale progressivo e irreversibile cambio di prospettiva, è la ragione ultima e indefettibile dell’impossibilità politica dell’attuale regime israeliano, un’impossibilità che condanna il suo attuale governo a una ottusa politica della coercizione e di iniqua discriminazione in un crescendo di cinismo che prima o poi ne decreterà il crollo politico prima ancora che militare. Nell’attesa di tale crollo sarà interessante fare la conta di tutti i sedicenti progressisti e filoisraeliani che si fanno un punto di onore, anzi si fanno vanto di essere politically correct, nell’edulcorazione raffinata dei peggiori eccessi del regime israeliano o al più si pongono in una posizione di equidistanza nell’antagonismo tra le due etnie limitandosi a ripetere stancamente l’invito alla creazione dei due stati pur sapendo perfettamente che Israele non ha alcuna intenzione di consentire uno stato parallelo palestinese sul suo stesso territorio. Per dirla con altre parole, sarà l’inevitabile corso degli eventi alla fine a portare alla luce l’inconsistenza, per non dire peggio, di quel pacifismo di maniera che, come ironizzava Kant in Per la Pace Perpetua, è quello che si attende la pace dei cimiteri, soprattutto se palestinesi, anziché un’armonica convivenza delle due etnie dotate di diritti individuali assolutamente paritari.

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